Tutt’e due guardarono verso il fiume. Il sole, incredibilmente grosso e arancione e basso, incombeva sulla foschia del fiume verso occidente. Shakespeare parlò sottovoce: «Se scrivo quei sonetti, Calibano, lo faccio per esplorare i miei fallimenti, le debolezze, i compromessi, le presunzioni e le tristi ambiguità, nel modo in cui, dopo una baruffa di taverna, si sonda la cavità insanguinata dove c’era un dente. Come hai ucciso il tuo amico, quell’Orphu di Io?».
Mahnmut impiegò un secondo per afferrare la domanda. «Non sono riuscito a portare il Dark Lady all’imboccatura della grotta che avevo visto lungo la costa» disse. «Ho provato e ho fallito. Il reattore del sommergibile si è spento all’improvviso. Il Lady si è arenato in meno di quattro braccia d’acqua, a tre chilometri dalla grotta. Ho cercato di svuotare tutte le casse di zavorra per farlo piegare sul fianco, in modo da liberare il portello della stiva e arrivare al mio amico, ma ormai il sommergibile era incagliato.»
Guardò il poeta. Shakespeare pareva attento. Gli edifici sul ponte, alle sue spalle, erano arrossati dal tramonto sul Tamigi. «Sono uscito» riprese Mahnmut «e sono passato su O 2interno; mi sono tuffato per ore. Ho usato palanchini e l’acetilene rimanente e i manipolatori, ma non sono riuscito ad aprire il portello della stiva, non sono riuscito a portare via i detriti dal corridoio di accesso alla stiva allagato. Orphu è stato per un poco sull’intercom, ma poi l’ho perduto perché i sistemi interni hanno smesso di funzionare. Lui non è mai parso preoccupato, mai spaventato, solo stanco, molto stanco. Fino a quando l’intercom ha smesso di funzionare. Era buio. Forse ho perduto i sensi. Forse in questo stesso momento sono sul fondo dell’oceano marziano, morto come Orphu o moribondo, e sogno questa conversazione, mentre le ultime cellule del mio cervello organico si spengono.»
«Ti rendono prezioso il petto i cuori» disse Shakespeare, con voce monotona «che, per assenza, credevi periti: vi regna amore tutti i suoi valori, e quelli che pensavi seppelliti.»
Mahnmut riprese conoscenza e si trovò sulla spiaggia, nella fioca luce del mattino marziano, circondato da decine di piccoli ometti verdi. Erano chini su di lui, lo fissavano con piccoli occhi neri incassati nella faccia verde, trasparente; arretrarono di un paio di passi, quando Mahnmut si alzò a sedere con un lieve ronzio di servomeccanismi.
Erano davvero piccoli! Mahnmut superava appena il metro, ma quelle… persone… erano ancora più basse. Gli omini verdi erano umanoidi nella forma, molto più di Mahnmut, ma non realmente umani nell’aspetto. Bipedi, con braccia e gambe, non avevano orecchie e naso e neppure bocca. Non portavano indumenti e avevano solo tre dita per mano; somigliavano piuttosto a personaggi di fumetti che Mahnmut aveva visto negli archivi dell’Età Perduta. Erano asessuati e la loro carne (se carne era) trasparente, come morbida plastica, rivelava l’interno privo di organi e di vene, pieno di verdi globuli fluttuanti e di pezzi informi, particelle e grumi, che si muovevano su e giù in un modo non molto diverso dalle bolle della Lava Lamp tanto cara al moravec, ora abbandonata nel sommergibile affondato.
Altri piccoli omini verdi scendevano lungo un sentiero nella parete della scogliera. Mahnmut vedeva l’ultima faccia di pietra messa in verticale, circa un chilometro più a est. Un’altra era visibile, legata con funi, di piatto su una lunga pedana di legno su rulli, molto sopra il bordo della scogliera. I lineamenti del viso non si distinguevano.
"Al diavolo le teste" pensò Mahnmut. Si girò e scrutò il mare e la spiaggia, dove giungevano tiepide onde, rotolando con la regolarità di un metronomo. "Dov’è il Dark Lady ?"
Eccolo lì, duecento metri al largo: vedeva chiaramente parte dello scafo superiore e della sovrastruttura di comando. L’ecometro e il sonar erano morti prima del sommergibile e Mahnmut aveva commesso il reato forse più antico e più doloroso di un capitano di mare: aveva fatto arenare la nave. Era in O 2interno, mentre lavorava furiosamente per liberare il portello della stiva sul fondo marino sabbioso e fangoso, ma di sicuro aveva perduto i sensi ed era stato spinto a riva durante la notte.
"Orphu!" pensò. Per quanto tempo era rimasto incosciente, sognando Shakespeare? Dal cronometro interno seppe che erano trascorse un po’ meno di quattro ore.
"Potrebbe essere ancora vivo, là sotto." Si diresse verso l’acqua, con l’intenzione di camminare sul fondo fino al sommergibile arenato.
Piccoli omini verdi, una decina, si frapposero tra lui e il mare e gli bloccarono il passo. Poi venti. Poi cinquanta. Altri cento lo circondarono sulla spiaggia.
Mahnmut non aveva mai alzato mano o manipolatore, spinto dall’ira, ma adesso era pronto a lottare, a dare pugni e manate e calci per farsi largo tra quella folla, se necessario. Prima però avrebbe cercato di convincerli a parole. «Toglietevi di mezzo» disse, con voce amplificata al massimo, che risuonò forte nell’aria marziana. «Per favore.»
Gli occhietti neri nelle facce verdi lo fissarono. Ma gli omini non avevano orecchie per ascoltare né bocca per parlare.
Mahnmut rise tristemente e iniziò a farsi strada a spinte, sapendo che, per quanto potesse essere più forte di loro, sarebbe stato sopraffatto dal semplice numero: si sarebbero ammassati su di lui e l’avrebbero fatto a pezzi. Il pensiero di una simile violenza, sua o loro, gli provocò una morsa d’orrore nelle parti interne organiche.
Un piccolo ornino verde alzò la mano come per dire: "Alt!". Mahnmut esitò. Tutte le teste verdi si girarono a destra e guardarono in fondo alla spiaggia. La folla si divise come per magia e un piccolo omino verde, che pareva esattamente uguale agli altri, si avvicinò, si fermò davanti a Mahnmut e protese le mani come se reggesse una coppa invisibile o pregasse.
Mahnmut non capì. E nemmeno voleva sprecare tempo a parlamentare col linguaggio dei segni, anche se avesse potuto. Forse Orphu era ancora vivo.
Si mosse per scostare l’ometto, ma una ventina di altri si strinsero dietro l’emissario e bloccarono la strada. Mahnmut avrebbe dovuto combattere subito o rivolgere l’attenzione alla gesticolante figura verde.
Emise un sospiro non molto diverso da un gemito e si fermò, imitando il gesto a mani protese del piccolo omino verde.
L’emissario scosse la testa, toccò il braccio sinistro di Mahnmut (i sensori sia organici sia moravec gli dissero che le verdi dita erano fredde) e lo abbassò, poi gli strinse il destro. Tirò più vicino a sé la mano di Mahnmut, ancora più vicino, finché le dita e la palma del moravec non furono di piatto contro la fredda carne trasparente.
Il piccolo omino verde tirò con forza maggiore, spingendosi avanti e tirando la mano di Mahnmut, in modo che la palma incavò il torace piatto, premendo in dentro la carne, e… penetrò.
Mahnmut avrebbe ritratto la mano, sconvolto nel vedere una cosa simile, ma il piccolo omino verde non allentò la presa né la forte trazione. Mahnmut vide la sua stessa mano scura entrare nel fluido del torace dell’omino e sentì la carne chiudersi saldamente intorno all’avambraccio come una guarnizione sotto vuoto.
Tutti i piccoli omini verdi si portarono la mano al petto.
Con le dita allargate Mahnmut incontrò un oggetto solido, quasi sferico. Vide un grumo verde, circa delle dimensioni di un cuore umano, al centro del petto dell’omino. Con la palma sentì le pulsazioni.
Il piccolo omino verde tirò di nuovo e Mahnmut capì. Chiuse le dita organiche intorno a quell’organo.
COSA
TI
OCCORRE?
Sorpreso, Mahnmut quasi ritrasse di scatto la mano. Si costrinse a lasciare le dita dov’erano, avvolte intorno al grumo-cuore verde del piccolo omino. Aveva sentito la domanda fluirgli nel cervello in impulsi, palpiti, vibrazioni. Non in parole, sicuramente non in inglese né francese né russo né cinese né primario né altre lingue che avesse mai usato. Non sapeva come rispondere allo stesso modo, perciò disse: «Devo salvare il mio amico intrappolato nel sommergibile laggiù».
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