Dan Simmons - Ilium

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Ilium: краткое содержание, описание и аннотация

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Attenzione! Thomas Hockenberry è stato un insegnante universitario di storia, con una vita assolutamente normale. Per quale motivo, allora, si trova adesso ad assistere alla Guerra di Troia, al servizio degli dèi dell’antica Grecia? E perché gli stessi dèi sembrano padroneggiare una tecnologia avanzatissima, con la quale cercano di alterare il corso degli eventi e di uccidersi a vicenda? Intanto, in un futuro lontano migliaia di anni, su una Terra dove i pochi abitanti rimasti hanno come sola occupazione il divertimento, solo un uomo ricorda ancora l’antica arte della lettura e la sfrutta cercando di risolvere l’enigma più grande di tutti: chi ha costruito le macchine che governano il pianeta? Dall’autore che ha cambiato la fantascienza, la sua saga più intensa e appassionante, dove il gusto per la ricostruzione storica si mescola con i grandi scenari di un futuro apocalittico e affascinante.
Vincitore del premio Locus per il miglior romanzo di fantascienza in 2004.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 2004.

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«Com’è la faccia?»

«Si vede male, da sotto. Quasi solo labbra, mento e narici.»

«Torna giù sulla spiaggia. Quelle facce vanno guardate dal mare, per chissà quale ragione.»

«Ma…» cominciò Mahnmut, fissando il ripido precipizio, almeno un centinaio di metri dalla scogliera alla sabbia. Nella roccia scivolosa scorse un sentiero appena accennato, come nell’altro sito. «Se scendo qui e mi spezzo l’osso del collo, maledizione, è tutta colpa tua.»

«D’accordo» disse Orphu. «Sento la vibrazione, mentre mi spostano, ma non ho idea di quanto sia vicino alla grotta. Riesci a vederlo?»

Mahnmut amplificò la visione e guardò a ovest. «Solo un paio di centinaia di metri dalla sporgenza rocciosa» riferì. «Ora scendo. Sei sicuro di volere che controlli anche la testa seguente? È a un altro chilometro verso est e dall’orbita le teste parevano tutte uguali.»

«Dovremmo controllare, penso» disse Orphu.

«Così parla il moravec senza gambe» brontolò Mahnmut. Iniziò la lunga e ripida discesa verso la spiaggia.

Arretrò il più possibile, finché le basse onde non gli lambirono le gambe. La faccia era decisamente identificabile. Senza dire niente, pensieroso, camminò per un altro chilometro verso est lungo il bordo dell’acqua. La faccia seguente era identica alla prima: altera, imponente, autoritaria, sguardo fiero rivolto al mare; la scultura di pietra raffigurava il viso di un vecchio, quasi calvo sulla sommità della testa, ma con lunghi e fluenti capelli ai lati del volto segnato da rughe, occhi piccoli sotto dure sopracciglia inclinate all’ingiù, rughe agli angoli, zigomi alti, mento piccolo e deciso, labbra sottili incurvate in una smorfia, identica espressione severa.

«È un vecchio» disse Mahnmut. «Decisamente un maschio umano d’età avanzata, ma non l’ho mai visto nelle banche dati di storia.»

Per alcuni secondi ci furono solo disturbi. «Affascinante» disse Orphu. «Perché un vecchio terrestre dovrebbe meritare migliaia di teste di pietra lungo la costa marziana?»

«Non ne ho idea» disse Mahnmut.

«È della razza di quelli sui cocchi?» chiese Orphu. «Ha l’aspetto di un dio?»

«Non un dio greco» disse Mahnmut. «Più che altro assomiglia a un vecchio, potente, ma dispeptico. Ora posso tornare? Prima che un togato barbagrigia a bordo di un cocchio volante venga da queste parti e mi veda qui a bocca aperta come un turista?»

«Sì» disse Orphu. «Credo che dovresti tornare.»

23

FORESTA DI SEQUOIE, TEXAS

Odisseo non raccontò la storia dei suoi viaggi, quel mattino, durante la colazione nella verde bolla in cima al Golden Gate a Machu Picchu. Nessuno si ricordò di chiedergliela. Tutti parevano distratti, pensò Ada e ben presto capì il motivo.

Lei era distratta perché aveva dormito poco, ma aveva passato con Harman la notte più fantastica della sua vita. Già in altre occasioni aveva "fatto sesso" (quale donna della sua età non l’aveva fatto?) ma, si rese conto, non aveva mai fatto l’amore , prima. Harman era stato mirabilmente tenero eppure insistente, attento ai suoi bisogni e alle sue reazioni, senza lasciarsi dominare da esse; sensibile, ma energico. Avevano dormito un poco, rannicchiati insieme nell’angusto letto contro la ricurva parete di vetro, ma si erano svegliati spesso e i loro corpi avevano rinnovato l’atto amoroso prima che le loro menti fossero del tutto partecipi. Quando il sole aveva superato la guglia, a est di Machu Picchu, Ada si era sentita un’altra. No, non era esatto: si era sentita una persona più importante, più completa, più "giusta".

Anche Hannah, pensò Ada, si comportava in maniera insolita, quel mattino: rossa in viso, estremamente vigile, attenta a ogni commento fatto dall’uomo che si era presentato come Odisseo, le lanciava di tanto in tanto un’occhiata e subito distoglieva lo sguardo, quasi arrossiva. "Oddio, ho capito" pensò Ada verso la fine della colazione, quando erano quasi pronti a partire in volo verso nord per andare a villa Ardis. "Hannah ha dormito con Odisseo."

Per un minuto non riuscì a crederci: mai, durante gli anni della loro amicizia, Hannah aveva accennato a legami sentimentali o a faccende sessuali; ma poi colse le occhiate che Hannah lanciava al barbuto Odisseo e i segnali fisici (la ragazza sedeva di fronte a Odisseo, ma col corpo reagiva ancora a ogni mossa di lui, muoveva nervosamente le mani, si teneva inclinata in avanti) e capì che era stata una notte intensa, nei domi in cima al Golden Gate.

Daeman e Savi erano chiaramente gli unici spaiati. Daeman, dello stesso umore della sera prima, continuava a fare domande sul bacino del Mediterraneo, ansioso di proseguire con Harman e Savi quell’avventura, ma anche nervoso. Savi pareva pensierosa e preoccupata, quasi afflitta, e aveva fretta di partire.

Harman era silenzioso e, pensò Ada, ovviamente ancora concentrato su di lei, anche se agli altri la cosa non risultava altrettanto ovvia. Colse un paio di volte la sua occhiata e si sentì scaldare il cuore quando lui le sorrise. Una volta le mise la mano sulla coscia, sotto il tavolo, e le diede due colpetti.

«Allora, qual è il piano?» chiese Daeman, mentre terminavano la colazione a base di croissant caldi (Ada aveva guardato con stupore Savi metterli in forno, poco prima) e burro, fragole, succo di frutta appena fatto e caffè forte.

«Il piano è di portare a villa Ardis Odisseo, Hannah e Ada… siamo in ritardo, se vogliamo arrivarci prima che sia buio… e poi di andare al bacino del Mediterraneo, tu, Harman e io» disse Savi. «Sei sempre pronto a partecipare alla spedizione, Daeman Uhr

«Pronto» confermò Daeman. A Ada non parve pronto, ma stanco o con i postumi della sbornia o tutt’e due.

«Allora raccogliamo la nostra roba e muoviamo le chiappe» disse Savi.

Partirono con lo stesso sonie su cui erano arrivati, anche se Hannah disse a Ada che c’erano altre macchine volanti in una delle stanze agganciate alla torre sud del ponte. Il piccolo sonie aveva nella parte posteriore un sorprendente numero di scomparti, utili per gli zaini di Savi e l’altro loro equipaggiamento; ma era Odisseo quello che portava più bagagli, compreso un fodero con una corta spada, lo scudo, cambi d’abito e due giavellotti come quelli che aveva usato nella caccia agli Uccelli Terrore. Savi si distese nell’incavatura centrale anteriore e si mise ai luminosi comandi virtuali, con Ada alla sinistra e Harman alla destra. Daeman, Odisseo e Hannah occupavano le incavature posteriori; Ada girò la testa per dare un’occhiata e vide la sua amica tenere per mano Odisseo.

Volarono a est, sopra alte montagne, e poi si abbassarono e virarono di nuovo a nord, passando su una fitta giungla e un ampio fiume marrone che Savi chiamò Rio delle Amazzoni. La giungla era una foresta pluviale, un baldacchino interrotto solo qua e là da una piramide erbosa il cui vertice s’innalzava per trecento metri, dividendo lente nubi cariche di pioggia. Savi non disse cosa fossero le piramidi e gli altri parevano troppo stanchi o preoccupati da altri pensieri per chiederlo.

Mezz’ora dopo essersi lasciati alle spalle l’ultima piramide, Savi virò bruscamente a sinistra e il sonie proseguì a ovest-nordovest, di nuovo sopra alte montagne. A quell’altezza l’aria era così rarefatta che la bolla a campo di forza entrò in funzione, anche se la distanza apparente dal terreno non superava i centocinquanta metri; l’aria nella bolla fu di nuovo pressurizzata, con un più alto contenuto d’ossigeno.

«Non andiamo fuori rotta?» chiese Harman, dopo un lungo silenzio.

Savi annuì. «Devo girare alla larga dai monoliti di Zorin che corrono lungo lo zoccolo costiero di quelli che un tempo erano Perù, Ecuador e Colombia» disse. «Alcuni sono ancora armati e automatizzati.»

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