Dan Simmons - Ilium

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Attenzione! Thomas Hockenberry è stato un insegnante universitario di storia, con una vita assolutamente normale. Per quale motivo, allora, si trova adesso ad assistere alla Guerra di Troia, al servizio degli dèi dell’antica Grecia? E perché gli stessi dèi sembrano padroneggiare una tecnologia avanzatissima, con la quale cercano di alterare il corso degli eventi e di uccidersi a vicenda? Intanto, in un futuro lontano migliaia di anni, su una Terra dove i pochi abitanti rimasti hanno come sola occupazione il divertimento, solo un uomo ricorda ancora l’antica arte della lettura e la sfrutta cercando di risolvere l’enigma più grande di tutti: chi ha costruito le macchine che governano il pianeta? Dall’autore che ha cambiato la fantascienza, la sua saga più intensa e appassionante, dove il gusto per la ricostruzione storica si mescola con i grandi scenari di un futuro apocalittico e affascinante.
Vincitore del premio Locus per il miglior romanzo di fantascienza in 2004.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 2004.

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«Credi che lui… che il mostro… sia morto?» aveva bisbigliato Daeman, girando la testa a dare un’occhiata a entrambi i punti dove il corso d’acqua sotterraneo entrava nella piccola caverna. L’ambiente roccioso era illuminato solo da luminescenze di funghi. «Savi l’ha colpito in pieno petto da neanche un metro» aveva proseguito Daeman. «Forse è morto.»

«No» aveva detto Harman. «Calibano non è morto. Mettiti la maschera. Dobbiamo trovare un modo per uscire di qui.»

Il corso d’acqua sotterraneo passava di grotta in grotta, poi di grotta in caverna, ognuna più vasta della precedente. La parte superiore dell’asteroide, appena sotto la città di cristallo, pareva un alveare di grotte e di tubature. Nella seconda grotta in cui emersero, Harman e Daeman trovarono schizzi di sangue sulle rocce.

«Di Savi o di Calibano?» bisbigliò Daeman.

Harman si strinse nelle spalle. «Forse di tutt’e due» rispose. Mosse il raggio della torcia elettrica sulla pietra piatta che scompariva nell’ombra dieci metri a destra e a sinistra del puzzolente corso d’acqua. Vide casse toraciche, tibie, ossa pelviche e un teschio che pareva fissarlo.

«Oddio, Savi» ansimò Daeman. Si tirò in fretta sul viso la maschera osmotica, pronto a saltare di nuovo in acqua.

Harman lo fermò, posandogli con forza la mano sulla spalla. «Non credo sia lei» disse. Si avvicinò alle ossa e mosse il raggio della torcia da una parte e dall’altra. Altri resti ridotti a scheletro erano sparpagliati su tutti i piani di roccia ai lati del corso d’acqua. «Sono resti vecchi» disse Harman. «Di mesi o di anni, forse decine di anni.» Raccolse due costole e le tenne sotto la luce: ossa di un bianco sorprendente, contro il guanto azzurro della termotuta.

Daeman vide i segni dei denti che le avevano rosicchiate. Cominciò di nuovo a tremare. «Mi spiace» si scusò in un bisbiglio.

Harman scosse la testa. «Siamo tutti e due sotto shock e affamati. Da più di due giorni non mangiamo quasi niente.» Si distese carponi su una roccia a bordo d’acqua.

«Forse nella città c’è cibo…» cominciò Daeman.

Harman infilò di scatto la mano neE’acqua. Qualcosa si dibatté furiosamente. Daeman saltò indietro, sicuro che Calibano fosse tornato, ma quando girò la testa a guardare, Harman stringeva fra le mani una lucertola albina. Non priva d’occhi, come quella che aveva urtato la colonna e decretato la fine di Savi: questa aveva occhi come grani rosa.

«Vuoi scherzare» disse Daeman.

«No.»

«Non possiamo sprecare dardi per ammazzare questa…»

Harman afferrò saldamente la lucertola all’altezza delle zampe posteriori e la sbatté contro una pietra fino a farle schizzare fuori il cervello.

Daeman sollevò la maschera osmotica, sicuro di vomitare di nuovo. Non vomitò, solo conati e borbottii di stomaco.

«Peccato che Savi non avesse un coltello nello zaino» si lamentò Harman. «Ricordi quel bel coltello da spellare che Odisseo portava sempre con sé, quando eravamo al ponte del Golden Gate? Ora ci farebbe proprio comodo.»

Daeman, tanto inorridito da non provare nemmeno nausea, fissò Harman che scheggiava una pietra grossa come un pugno, trovata fra le ossa umane. Ottenuta una rozza punta, mozzò la testa alla lucertola e cominciò a spellarla.

«Non posso mangiare quella roba» ansimò Daeman.

«Hai detto tu stesso che in città non c’è cibo» replicò Harman, senza smettere di spellare la lucertola. Un lavoro, vide Daeman, abbastanza incruento.

«Come la cuciniamo?»

«Non credo che potremo cucinarla. Savi non ha portato fiammiferi, qui non c’è materiale combustibile e nella città non c’è aria.» Strappò un pezzo di carne rossa dalla coscia superiore della lucertola, la dondolò per un minuto nella luce della torcia e poi se la cacciò in bocca. Raccolse con la bottiglia di Savi un po’ d’acqua dal torrente e mandò giù il boccone.

«Com’è?» chiese Daeman, anche se avrebbe potuto rispondersi da solo, vedendo l’espressione di Harman.

Quest’ultimo strappò una striscia più sottile e la porse a Daeman. Passarono due minuti buoni, prima che Daeman si mettesse in bocca il pezzetto di carne e lo masticasse. Non lo vomitò. Sapeva, pensò, di muco salato e di pesce. Sentì lo stomaco chiederne ancora.

Harman gli porse la torcia. «Stenditi sul bordo dell’acqua. La luce attira le lucertole.»

"E Calibano?" pensò Daeman, ma si mise carponi sul bordo dell’acqua e con la sinistra illuminò la profonda pozza, mentre con la destra si preparò ad afferrare le bianche lucertole non appena si fossero avvicinate. «Diventeremo come Calibano» borbottò sottovoce. Sentiva Harman strappare pezzi di carne e masticare nella luminescenza alle sue spalle.

«No» disse Harman, tra un boccone e l’altro. «Non diventeremo come lui.»

Emersero dalle caverne due settimane più tardi: due uomini pallidi, barbuti, emaciati, con occhi sbarrati. Risalirono a nuoto la tubatura giusta, spezzarono il sottile strato di ghiaccio nello stagno in alto e galleggiarono nella relativa luminosità della città di cristallo.

Stranamente, fu proprio Daeman a insistere per salire.

«Qua sotto è più facile difendersi da Calibano» obiettò Harman. Con un pezzo dello zaino di Savi si era fatto una sorta di fondina per la pistola. Dormivano a turno contro una parete della grotta e, mentre uno sonnecchiava, l’altro montava la guardia, con la torcia e la pistola.

«Non importa» disse Daeman. «Dobbiamo andare via da questo sasso.»

«Forse Calibano è moribondo per le ferite» disse Harman.

«O forse è già guarito» replicò Daeman. I due si assomigliavano di più, ora che Daeman era dimagrito e che tutt’e due avevano la barba lunga. Quella di Daeman era un po’ più folta e più scura di quella di Harman. «Non importa» ripeté Daeman. «Dobbiamo trovare il modo di andarcene.»

«Non posso tornare nello spedale» disse Harman.

«Dobbiamo andarci. Potrebbe essere l’unico portale fax dell’anello orbitale.»

«Me ne frego» replicò Harman. «Non posso entrare di nuovo in quel mattatoio. E poi i portali fax sono per i corpi che transitano per essere riparati. I nodi fax devono avere il codice di quelle persone.»

«Cambieremo i codici, se necessario» disse Daeman.

«Come?»

«Non lo so. Guarderemo i servitori faxare la gente e faremo ciò che fanno loro.»

«Savi ha detto che secondo lei i nostri codici non erano più validi per il fax» obiettò Harman.

«Non ne era sicura. È stata fuori del giro dei fax per più di mille anni. Ma come minimo dobbiamo esplorare il resto della città post-umana lassù.»

«Perché?» chiese Harman. Aveva maggiore difficoltà di Daeman a dormire ed era di pessimo umore.

«Da qualche parte potrebbe esserci un’astronave» spiegò Daeman.

Harman allora cominciò a ridere, piano sulle prime, poi sempre più forte, senza controllarsi, al punto da farsi venire le lacrime agli occhi.

Daeman fu costretto a dargli un pizzicotto sul braccio per richiamare la sua attenzione. «Forza» disse. «Sappiamo quale tubatura va in superficie. Seguimi. Sparerò al ghiaccio per aprirci la strada, se occorre.»

Nelle due settimane seguenti esplorarono il resto della città, dormendo in sgabuzzini e bugigattoli, sempre uno alla volta, con l’altro di guardia. Daeman sognava ogni volta di cadere e si svegliava di colpo, gambe e braccia in lotta contro la gravità zero. Sapeva che Harman faceva il suo stesso sogno, perché dormiva per periodi più brevi e si svegliava ansimando e agitando le braccia.

La città di cristallo era uniformemente morta, anche se le torri sul lato lontano dell’asteroide lungo quasi due chilometri erano più elaborate, con più terrazze e spazi chiusi. Da tutte le parti galleggiavano i resti mummificati e mezzo divorati di donne post-umane. Daeman e Harman avevano sempre fame, anche se lo zaino di Savi era pieno di filetti di lucertole anfibie, e a volte Daeman sentiva brontolare lo stomaco alla vista di carnosi resti mummificati. La necessità di rifornirsi d’acqua, però, li costringeva a tornare a una delle pozze ghiacciate ogni tre giorni circa.

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