Non ho alcuna fretta di entrare nella stanza, ma Achille agisce per me, avanza a passi decisi, mano sempre sull’elsa della spada sguainata per metà. Lo seguo.
Le mie amiche troiane — Elena, Ecuba, Laodice, Teanò e Andromaca — sono tutte nella stanza, ma neanche si girano, quando entriamo. C’è pure Ettore, in armatura, impolverato e insanguinato; non alza nemmeno gli occhi, quando il suo arci-nemico si ferma e osserva ciò su cui è concentrata l’attenzione dei presenti inorriditi.
La culla intagliata a mano è rovesciata. Schizzi di sangue sporcano il legno, il pavimento di marmo, la zanzariera. Il corpo del piccolo Scamandrio, amorevolmente detto Astianatte, che non ha ancora compiuto un anno, giace sul pavimento… a pezzi. La testa non c’è. Braccia e gambe sono state spiccate dal busto. Una manina grassoccia è ancora attaccata, ma l’altra è stata mozzata all’altezza del polso. I panni del bambino, con lo stemma della famiglia reale di Ettore delicatamente ricamato sul petto, sono intrisi di sangue. Lì accanto c’è il cadavere della balia che ho già visto sui bastioni e poi, pacificamente addormentata, in questa stessa stanza solo la notte scorsa. Si direbbe che sia stata straziata da un gigantesco felino: ma tende ancora le braccia verso la culla rovesciata, come se sia morta nel tentativo di proteggere il bambino.
Servi gemono e gridano sullo sfondo. Andromaca parla, stordita, ma con una calma che mette quasi paura: «Sono state Atena e Afrodite, mio signore e marito».
Ettore alza gli occhi: sotto l’elmo, il viso sconvolto e inorridito è un’orribile maschera che perde un filo di saliva dalla bocca aperta. Ha gli occhi sbarrati, cerchiati di rosso. «Atena e Afrodite?» ripete. «Com’è possibile?»
«Sono venuta alla porta, dalla mia camera, appena un’ora fa, quando ho sentito le due dee parlare qui dentro» dice Andromaca. «La stessa Pallade Atena mi ha riferito che il sacrificio del nostro amato Scamandrio è volontà di Zeus. "Un vitellino di un anno come vittima sacrificale" è la frase che ha usato la dea. Ho provato a discutere, ho pianto, ho supplicato, ma la dea Afrodite mi ha imposto il silenzio, dicendo che non si andrà contro la volontà di Zeus. Gli dèi, ha detto, sono dispiaciuti per come va la guerra e per il tuo fallimento nel bruciare le navi achee la notte scorsa. Considerano questo sacrificio come un avviso.» Indica il pavimento e il bambino macellato. «Ho mandato i servi più veloci a richiamarti dal campo di battaglia e ho chiesto a queste mie amiche di aiutarmi a sopportare il mio dolore in attesa del tuo arrivo, o marito. Fino a quel momento non siamo più entrate in questa stanza.»
Ettore, stravolto, si gira verso di noi, ma non sofferma lo sguardo sul silenzioso Achille. In quel momento non avrebbe nemmeno visto un cobra ai suoi piedi. È accecato dallo shock. Vede solo il cadavere di Scamandrio, privo di testa, insanguinato, la manina chiusa a pugno. Poi dice, in tono soffocato: «Andromaca, moglie adorata, come mai non giaci morta accanto alla balia, caduta come lei nel tentativo di salvare nostro figlio dall’ira degli immortali?».
Andromaca china il viso e piange in silenzio. «Atena mi ha bloccato sulla soglia, dietro un invisibile muro di forza, mentre il loro divino potere compiva quest’impresa» dice infine. Le lacrime le cadono sul corpetto della veste. Mi accorgo ora che ha la veste sporca di sangue: di sicuro si è inginocchiata e ha stretto al petto i resti del figlioletto macellato. Anche se non c’entra niente, ho l’impressione di guardare alla TV Jackie Kennedy in quel lontano giorno di novembre, quando ero ragazzo.
Ettore non si muove per abbracciare o consolare la moglie. I gemiti dei servi crescono di tono, ma l’eroe troiano rimane in silenzio per un minuto, poi alza il braccio muscoloso segnato di cicatrici, stringe il pugno e ringhia al soffitto: «Allora io vi sfido, dèi! D’ora in poi, Atena, Afrodite, Zeus, voi tutti, dèi, che fino a oggi ho servito e onorato anche a costo della vita, sarete miei nemici». Scuote il pugno.
«Ettore» dice Achille.
Tutti girano la testa. I servi gemono, atterriti. Elena si porta le mani alla bocca, in una perfetta simulazione di sorpresa. Ecuba lancia un grido.
Ettore sguaina la spada e ringhia, con espressione che pare quasi di sollievo. "Ecco uno su cui sfogarmi. Ecco uno da uccidere." Gli leggo in viso i pensieri.
Achille alza le mani, palme in fuori. «Ettore, fratello di dolore, sono venuto qui oggi per condividere la tua sofferenza e offrirti il mio braccio destro in battaglia.»
Ettore si era teso per assalire l’uccisore di uomini, ma ora si blocca, il viso una maschera di confusione.
«Stanotte» dice Achille, a mani sempre alzate per mostrare che non impugna armi «Pallade Atena è venuta nella mia tenda, nel campo dei mirmidoni, e ha ucciso il mio amico più caro, Patroclo… morto per mano sua, il cadavere portato sull’Olimpo per servire da pasto agli avvoltoi.»
Impugnando sempre la spada, Ettore chiede: «L’hai vista con i tuoi occhi?».
«Le ho parlato e ho visto tutto» risponde Achille. «Era la dea. Ha ucciso Patroclo allora così come ha ucciso tuo figlio oggi… e per le stesse ragioni. L’ha detto lei.»
Ettore abbassa lo sguardo sulla spada stretta in pugno, come se arma e braccio l’avessero tradito.
Achille viene avanti. Le donne si scostano per lasciarlo passare. L’acheo uccisore di uomini tende la destra, quasi a sfiorare la punta della spada.
«Nobile Ettore, nemico, fratello nel sangue» dice piano Achille «vuoi unirti a me in questa nuova guerra che dobbiamo combattere per vendicare la nostra perdita?»
Ettore lascia cadere la spada; il bronzo risuona sul pavimento di marmo e l’elsa finisce in una pozza del sangue di Scamandrio. Il troiano non trova parole. Avanza come per assalire, poi stringe con forza il braccio di Achille (fosse stato il mio, l’avrebbe strappato dalla spalla) e continua a stringerlo come se vi si aggrappasse per non cadere.
Durante questa scena, lo ammetto, continuo a lanciare occhiate ad Andromaca che piange ancora in silenzio, mentre le altre facce mostrano stupore e meraviglia. "Sei stata tu?" penso, come se parlassi alla moglie di Ettore. "Hai fatto questo al tuo stesso figlio per ottenere che la guerra vada a modo tuo?"
Nel pensarlo, mi scosto da Andromaca, con un senso di repulsione, ma capisco che era l’unico modo. L’unico modo. Guardo i resti macellati di Astianatte, "Signore della città", il povero Scamandrio assassinato, e arretro di un altro passo. Dovessi vivere mille anni, diecimila, non capirò mai questa gente.
In quell’istante la vera dea Atena, accompagnata dalla mia Musa e dal dio Apollo, si telequanta nel vestibolo della stanza del bambino.
«Che cosa succede qui?» domanda Pallade Atena, alta due metri e mezzo e arrogante nell’atteggiamento, nel tono e nello sguardo.
La Musa indica me. «Eccolo!» grida.
Apollo tende l’arco d’argento.
La tana di Calibano era buia, umida e calda, nascosta fra le vecchie tubature e il sistema di fosse settiche sotto la città: una grotta naturale, riscaldata a temperature tropicali dalla decomposizione organica e popolata di zampettanti tritoni e piante di zucca. Galibano spezzò un velo di ghiaccio, nuotò in una conduttura interrata, emerse in una grotta lunga e stretta, appese a un gancio la rete con le prede, tagliò la rete, depose i tre umani storditi e passivi su tre rocce tre metri sopra una pozza gorgogliante e si sdraiò sopra un tubo ricoperto di felci lichenose. Mise i piedi a bagno nella fanghiglia, posò il mento sugli enormi pugni ed esaminò Savi, Harman e Daeman.
Quando il mostro li aveva catturati, Daeman si era pisciato addosso. La termotuta aveva assorbito l’umidità e si era asciugata quasi immediatamente, senza lasciare macchia; ma, sebbene terrorizzato, Daeman arrossì ripensandoci.
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