Clifford Simak - La strada dell'eternità

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Jay Corcoran e Tom Boone sono amici da anni e in certe occasioni formano una coppia perfetta. Jay è un esperto nel raccogliere informazioni su chiunque, e Tom sa girare dietro gli angoli anche quando non ci sono. La scoperta di una stanza che non esiste sarà solo il punto di partenza ideale per un viaggio destinato a scaraventare i due amici in un'avventura ambientata nel più lontano passato e nel più remoto futuro. Incontreranno così una strana famiglia di esiliati che include il bizzarro Henry, detto anche Fantasma (ma non fatevi sentire a chiamarlo in questo modo dagli altri membri della famiglia), il Popolo dell'arcobaleno, che possiede oscure risposte ad ancora più oscure domande, l'ambigua figura nota come Cappello, messaggero di forze sconosciute e al tempo stesso giocattolo di un lupo preistorico, e soprattutto gli Infiniti, che vogliono tramutare l'uomo in una intelligenza priva di corpo. Il tutto, fra robot che vogliono essere utili all'uomo, e lungo quella che è chiamata la Strada dell'eternità.

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— Mi sembra abbastanza contento — disse Enid.

— Non potremo mai sapere se lo è — disse Horace. — Non è in grado di parlare con noi.

— Capisce più di quanto pensiamo noi — disse David. — Non commettere l'errore di crederlo sciocco.

— È un alieno — disse Timothy. — Era un animale da compagnia… no, questo termine non è giusto… aveva un sodalizio di qualche tipo con la famiglia che abitava accanto a noi. A quell'epoca c'erano delle strane unioni tra gli uomini e gli alieni, non tutte si lasciavano capire facilmente. Almeno, io non le capivo.

— Nel caso di Henry — disse Enid — la cosa è diversa. Lui fa parte della famiglia. Il legame può non essere molto stretto, ma lui è uno di noi. È stato abbastanza contento di venire.

— A volte mi preoccupo per Henry — disse Timothy. — Lo vedo poco.

— È molto occupato — disse David. — A divertirsi. Gira per la campagna attorno a Hopkins Acre, mettendo una paura del diavolo a villici e campagnoli, e probabilmente anche a qualche gentiluomo talmente arretrato da credere ancora ai fantasmi. Ma ci porta un mucchio di informazioni locali. Grazie a lui, e soltanto a lui, sappiamo ciò che avviene all'esterno di Hopkins Acre.

— Henry non è un fantasma — disse Emma seria. — Non dovreste parlare di lui in questo modo.

— Certo, non è un fantasma — disse David, annuendo. — Ma gli assomiglia; abbastanza da trarre in inganno chi non lo sa.

Per comune assenso, interruppero la conversazione e si dedicarono al budino, che era un po' pesante, ma straordinariamente buono.

“Vi ho sentiti parlare di me” disse nella loro mente qualcosa che non era una voce, ma che era un pensiero così forte e chiaro che tutti coloro che sedevano alla tavola lo sentirono.

— È Henry — gridò Emma, confusa.

— Certo che è lui — disse Horace, con la voce roca. — Si diverte a spaventarci nei momenti meno opportuni. Si allontana per giorni e giorni, e poi te lo trovi dietro la schiena, a gridarti negli orecchi.

— Ricomponiti, Henry — disse Timothy — e accomodati tranquillamente su una sedia. È inquietante conversare con una persona invisibile.

Henry si “ricompose”, o almeno ricompose una parte di sé, quanto bastava per lasciarsi vedere, e si sedette in fondo alla tavola, di fronte a Timothy. Era una forma vagamente nebbiosa, pressappoco simile a quella di un uomo, ma con i contorni poco precisi. Tuttavia quel che Henry aveva “raccolto” per darsi una forma non stava insieme molto bene: continuava a ondeggiare avanti e indietro; la forma della sedia, ancora visibile dietro la sua tenue sostanza, tremolava con lui.

“Avete mangiato un pasto orrendamente pesante” disse loro. “Tutto pesante. L'abbacchio è pesante. Il budino è pesante. È questo mangiar pesante che vi rende pesanti come siete”.

— Io non sono affatto pesante — disse Timothy. — Sono così snello e sottile che il vento mi porta.

“Non esci mai a camminare nel vento” disse Henry. “Non lasci mai la casa. Da anni non senti più il tepore di un onesto raggio di sole”.

— Tu, invece, in casa non ci sei mai — disse Horace. — Di raggi solari ne prendi più della razione che ti spetta.

“Io vivo della luce del sole” gli disse Henry. “Certo lo sapete. L'energia che raccolgo dal sole è quel che mi tiene in vita. Ma non è solo il sole; sono anche altre cose. Il dolce profumo delle rose dei pascoli, il canto degli uccelli, il contatto con la terra nuda, il bisbiglio e l'ululato del vento, la grande, spaziosa volta del cielo, la robusta maestosità degli alberi”.

— Catalogo davvero impressionante — disse David, seccato.

“È anche tuo”.

— In parte — ammise David. — So cosa vuoi dire.

— Hai visto Spike? — domandò Horace.

“Lo vedo di tanto in tanto. Non può uscire dalla bolla che circonda Hopkins Acre. Io sono l'unico di voi che può uscire dalla bolla senza muoversi nel tempo. E vado in giro di qua e di là”.

— Andare in giro va benissimo, se ti piace andare — disse Horace. — Ma vorrei che la piantassi di dare fastidio agli indigeni. Ti credono un fantasma. Sei causa di continui allarmi nelle vicinanze.

“A loro piace allarmarsi” disse Henry. “La loro vita è opaca e priva di interessi. Sono felici di farsi spaventare. Si raccolgono accanto al fuoco e si raccontano l'un l'altro le favole. Se non ci fossi io, che cosa farebbero, non avrebbero favole da raccontarsi. Ma non è questo il motivo che mi ha fatto venire qui”.

— E qual è il motivo, allora?

“C'è gente che ha una grande curiosità per la bolla” rispose Henry. “Non sanno cos'è, non sanno neppure qual è la sua esatta posizione, ma sentono la sua presenza e sono curiosi di sapere la sua natura. Fiutano in giro qui attorno, dappertutto”.

— Non sono certamente gli indigeni. Non vedo come possano essersi accorti della sua presenza. È qui da un secolo e mezzo e…

“Non sono indigeni” disse Henry. “Sono qualcosa d'altro. Qualcosa che viene da… fuori”.

Nella stanza scese un silenzio profondo e pesante, come se ai presenti fosse calata sul petto una macina di mulino. Rimasero immobili, come incollati alle loro seggiole, e si guardarono. Dall'oscurità della casa si alzò un'antica paura, che convergeva in quell'unica stanza bene illuminata.

Alla fine, il primo a scuotersi fu Horace. Si schiarì la gola e disse: — Allora, finalmente ci siamo. Tutti lo sapevamo già da tempo: prima o poi doveva succedere. Dovevamo aspettarcelo. Ci hanno trovati.

3. New York

Continuava a sentire come un'aberrazione, qualcosa di fuori posto e d'incongruo, un fattore non coerente, la presenza di un angolo. Ma Boone non riusciva a individuarlo; pareva non esserci modo di raggiungerlo.

Corcoran continuava a scrutare la parete dell'ultima stanza, tutto curvo, con la lampadina a pochi centimetri dal muro, alla ricerca di qualche discontinuità nella liscia superficie. Poi si fermò e spense la torcia, girandosi verso Boone. La luce proveniente dalla strada rischiarava leggermente l'ambiente, ma non abbastanza, e Boone non riusciva a vedere la faccia del compagno.

— È inutile — disse Corcoran. — Qui non c'è niente. Eppure so che dietro queste finestre c'è una struttura di qualche genere, appiccicata all'esterno dell'edificio. Non posso sbagliarmi. L'ho vista.

— Ti credo, Jay — disse Boone. — Qui c'è qualcosa che non mi convince. Lo posso sentire.

— E sapresti indicarmelo?

— Non ancora.

Si avvicinò a una delle finestre e osservò la strada. Con sorpresa, si accorse che era deserta. Non c'erano taxi che correvano rapidamente, non c'erano persone sul marciapiede. Scrutando con maggiore attenzione, vide un movimento nel buio di un portone, nell'edificio dirimpetto a loro; e poi una seconda sagoma, ancora più scura. Per un attimo, su una delle sagome, si rifletté un raggio di luce.

— Jay — domandò — quando hai detto che devono far saltare l'albergo?

— Domenica mattina. Presto.

— Domenica mattina è già adesso. Dall'altra parte della strada ci sono dei poliziotti. Ho visto un riflesso di luce su un distintivo.

— Alle quattro o alle cinque. All'alba. Ho già visto altre operazioni come questa. Sempre alla prima luce dell'alba, prima che possa unirsi la folla. Mezzanotte è appena passata. Abbiamo ancora parecchie ore.

— Non ne sono molto sicuro — disse Boone. — Potrebbero batterci sul tempo, farlo saltare prima di quanto immaginiamo. Questo albergo è un edificio famoso, storico e con una certa rilevanza sociale. Puoi essere certo che la fine dell'Hotel Everest è destinata a richiamare una folla. Ma facendo saltare in anticipo, prima che la gente se lo aspetti…

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