Giungemmo alla fine al Collegio dei Ricordatori.
Era una costruzione imponente, come giustamente le si conveniva, in quanto immagazzinava tutto il passato del nostro pianeta. Si levava a un’altezza enorme sulla riva meridionale della Senn, proprio di fronte all’altrettanto imponente palazzo del Conte. Ma mentre la residenza del deposto Conte era un palazzo antico, molto antico, che risaliva addirittura al Primo Ciclo, una lunga, intricata costruzione in pietra grigia con un largo tetto in metallo verde secondo il tradizionale stile perrisiano, invece il Collegio dei Ricordatori era un dardo di levigato candore, una superficie non infranta da alcuna finestra, intorno alla quale si avvitava, dalla base alla sommità, una spirale di metallo lucido e dorato che portava inscritta la storia dell’umanità. Le spire superiori erano vuote. A quella distanza non potei leggere nulla, e mi chiesi se i Ricordatori si fossero presi la briga di incidere sul loro palazzo anche il racconto della disfatta finale della Terra. Più tardi seppi che non lo avevano fatto… che quella storia, in realtà, terminava alla fine del Secondo Ciclo, passando sotto silenzio molte cose che non davano piacere a nessuno.
Ormai stava cadendo la notte. E Perris, che era sembrata così tetra nel giorno annuvolato e piovigginoso, fiorì bellissima come una vecchia matrona tornata da Jorslem con di nuovo la sua bellezza e la sua sensualità. Le luci della città gettavano una dolce ma abbagliante radianza che illuminava i vecchi palazzi grigi, rendeva nebbiosi gli angoli, celava il sudiciume dell’antichità, trasformava le bruttezze in poesia. Il palazzo del Conte, da obbrobrio ingombrante e scomposto, diventava una favola ariosa. La Torre di Perris, delineata dai riflettori contro le tenebre, ci appariva a est come un ragno gigantesco, sparuto, ma un ragno pieno di grazia e fascino. Il biancore del Collegio dei Ricordatori era adesso intollerabilmente splendido, e il suo avvolgimento elicoidale di storia non pareva più salire fino alla cima, ma piantarsi direttamente nel cuore di chi guardava. Gli Alati di Perris erano già fuori a quell’ora, divertendosi a intrecciare delicate carole sopra di noi; e le loro ali sottili erano spiegate per catturare la luce proveniente dal basso mentre il corpo esile saliva chino sull’orizzonte. Come si libravano, quei figli della Terra alterati nei geni, quei fortunati membri d’una Corporazione che chiede soltanto di trovar piacere nella vita! Radiavano bellezza sugli spettatori incatenati alla terra; come tante piccole lune. E nella loro aerea danza vennero raggiunti da alcuni invasori, che volavano per qualche metodo ignoto, le lunghe braccia immobili e tese lungo il corpo. Vidi che gli Alati non si ritraevano da coloro che erano saliti a partecipare del loro gioco; ma che anzi parevano accoglierli come i benvenuti, cedendo loro un posto nella danza.
Più in alto, sul fondale del cielo stesso, le due false lune rotavano, lucide e lisce, trascorrendo da ovest a est; mentre bolle di luce vorticavano disciplinatamente nell’atmosfera in quella che doveva essere un’attrazione tutta perrisiana, e dagli altoparlanti che fluttuavano sotto le nubi scendeva su di noi una musica frizzante. Udii risa di ragazze vicine; sentii odore di vino spumeggiante. Se questa è Perris conquistata, mi domandai, cosa doveva essere Perris libera?
— Siamo giunti al Collegio dei Ricordatori? — domandò il Principe Enric, stizzoso.
— Sì, è questo — replicai — Una torre bianca.
— So benissimo che aspetto ha, idiota! Ma è… vedo meno bene, dopo il tramonto… è quel palazzo, laggiù?
— State indicando il palazzo del Conte, Maestà.
— Quell’altro, allora.
— Sì, quello.
— Perché non siamo ancora entrati?
— Davo un’occhiata a Perris — spiegai. — Non ho mai visto una bellezza simile. Anche Roum è attraente, ma in un modo diverso. Roum è un imperatore; Perris una cortigiana.
— Fai della poesia, razza di vecchio bacucco!
— Sento gli anni scivolarmi via dalla schiena. Potrei danzare per le strade, ora. Questa città canta per me.
— Entriamo. Entriamo. Siamo qui per far visita ai Ricordatori. Lascerai che la città canti per te più tardi.
Sospirando, lo guidai verso l’ingresso della grande costruzione. Procedemmo su un marciapiede di una qualche pietra nera e lucida, mentre sottili fasci di luce scendevano a scrutarci, a esplorarci e a immagazzinarci nella loro memoria. Un immenso portale d’ebano, alto quanto dieci uomini e largo cinque, si rivelò essere soltanto un illusione proiettata; avvicinandoci a esso, infatti, avvertii la sua profondità, vidi il suo interno a volta e conobbi ch’era un inganno. Ci furono un vago senso di calore e uno strano profumo nell’attraversarlo.
Dentro ci trovammo in un mastodontico vestibolo, altrettanto imponente quanto la grande navata del palazzo del Principe di Roum. Lì, tutto era bianco, e la pietra sfavillava di un’interna radianza che immergeva tutto nell’albedine. A destra e a manca, pesanti portali immettevano alle ali interne del Collegio. Benché la notte fosse già scesa, molte persone si affollavano intorno ai banchi di consultazione sistemati sulla parete di fondo del vestibolo, dove schermi e cuffie pensanti davano loro accesso agli archivi generali della Corporazione dei Ricordatori. Notai con interesse come molti di coloro che erano venuti in quel luogo per porre domande sul passato dell’umanità fossero invasori.
I nostri passi traevano scricchiolii dal pavimento piastrellato.
Non vidi nessun Ricordatore nei paraggi, così andai a un banco di consultazione, infilai una cuffia e notificai al cervello imbalsamato con cui entrai in contatto che cercavo il Ricordatore Basil, già da me incontrato brevemente a Roum.
— Qual è lo scopo della vostra richiesta?
— Ho con me la sua sciarpa, ch’egli mi lasciò quando fuggì da Roum.
— Il Ricordatore Basil è tornato a Roum per continuare le sue ricerche, con il permesso dei conquistatori. Vi manderò un altro membro della Corporazione, che prenderà in custodia la sciarpa.
Non dovemmo attendere a lungo. Restammo immobili accanto al retro del vestibolo e io contemplai lo spettacolo di quegli invasori che avevano tante cose da imparare; qualche istante dopo, venne alla nostra volta un uomo dalla solida corporatura e dal viso severo, di alcuni anni più giovane di me, ma certo non giovane, che portava sulle ampie spalle la sciarpa ufficiale della sua Corporazione.
— Sono il Ricordatore Elegro — disse con voce pomposa.
— Vi porto la sciarpa di Basil.
— Venite. Seguitemi.
Era emerso da un impercettibile punto della parete dove un blocco mobile ruotava su cardini. Ora lo fece ruotare di nuovo e scese rapidamente per un passaggio. Lo avvertii che il mio compagno era cieco e che non poteva tenere il suo passo, e il Ricordatore Elegro si arrestò, con visibile impazienza.
La sua bocca sdegnosa si contrasse; affondò le tozze dita negli spessi riccioli neri della barba. Quando lo raggiungemmo, procedette con passo meno spedito. Attraversammo un’infinità di passaggi e ci trovammo infine nell’abitazione di Elegro, da qualche parte della torre, molto in alto.
La camera era tetra, ma riccamente arredata con schermi, cuffie, attrezzature da scrittura, scatole parlanti e altri sussidi degli studiosi. Le pareti erano ricoperte da un tessuto nero porpora, che evidentemente doveva essere vivo, poiché le sue pieghe ai margini s’increspavano con ritmiche pulsazioni. Tre globi vaganti davano un’illuminazione, discreta.
— La sciarpa — disse Elegro.
La estrassi dalla bisaccia. Mi ero divertito a indossarla per un po’ nei primi giorni di confusione dopo la conquista… in fin dei conti, era stato Basil a lasciarmela fra le mani quando era fuggito via per la strada, non io a trattenermela indebitamente, ma era chiaro che la perdita aveva avuto poca importanza per lui… quasi subito, però, l’avevo messa via, perché andare in giro vestito da Vedetta e con la sciarpa da Ricordatore generava solo altra confusione. Elegro la prese bruscamente fra le mani e la distese, osservandola come se vi cercasse i pidocchi.
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