Clifford Simak - Il pianeta di Shakespeare

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Il pianeta di Shakespeare: краткое содержание, описание и аннотация

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Un’astronave in viaggio ormai da tempo verso mondi abitabili, guidata da un centro di comando che riunisce le menti di tre esseri umani del passato, corrispondenti all’equipaggio conservato in animazione sospesa per tutto il volo siderale. Purtroppo al termine del viaggio, cioè all’arrivo su un pianeta abitabile, l’unico superstite è Carter Horton. Per fortuna ha con sè il robot Nicodemus, che è in grado a seconda dei casi di attingere a numerosi cervelli positronici, riservando qualche sorpresa. Ma su quel pianeta c’è anche qualcun altro…

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«Può darsi,» disse Nicodemus. «La razza umana è capace di escogitare nozioni bizzarre. Un amico che divora l’altro, in un atto di rispetto. Tra le popolazioni preistoriche era in vigore il cannibalismo rituale… era rendere un onore speciale a un vero amico o a un grand’uomo, divorarlo.»

«Ma erano tempi preistorici,» obiettò Horton. «Non ho mai saputo che una razza moderna…»

«Mille anni,» disse Nicodemus. «Sono trascorsi mille anni da quando abbiamo lasciato la Terra. C’è stato tutto il tempo di sviluppare strane credenze. Forse i popoli preistorici sapevano qualcosa che noi non sapevamo. Forse il cannibalismo rituale aveva una logica, ed è stata riscoperta nell’ultimo millennio. Una logica tortuosa, probabilmente, ma con fattori accattivanti.»

«Tu dici,» chiese Carnìvoro, «che la tua razza non lo fa? Non capisco.»

«Mille anni fa non lo facevano: ma forse adesso lo fanno.»

«Mille anni fa?»

«Abbiamo lasciato la Terra un millennio fa. Forse da molto più tempo. Non conosciamo la matematica della dilatazione temporale. Potrebbero essere passati più di mille anni.»

«Ma nessun umano vìve mille anni.»

«È vero, ma io ero ibernato. Il mio corpo era congelato.»

«Se ti congeli, muori.»

«Non nel modo in cui lo facevamo noi. Un giorno o l’altro te lo spiegherò.»

«Non pensate male di me perché ho divorato Shakespeare?»

«No, naturalmente non pensiamo male di te,» disse Nicodemus.

«È un bene,» disse Carnivoro, «perché altrimenti non mi volete portare con voi quando ve ne andrete. Desidero moltissimo lasciare questo pianeta al più presto possibile.»

«Forse riusciremo a riparare il tunnel,» disse Nicodemus. «Se ci riusciremo, potrai andartene per il tunnel.»

10.

Il tunnel era un quadrato di tre metri per tre, di tenebra specchiante, inserito nella faccia d’una piccola cupola di roccia che sporgeva dal suolo a poca distanza dall’edificio greco. Tra questo e la cupola si snodava un sentiero scavato fino alla roccia, o addirittura nella roccia stessa. In passato, chissà quando, lì c’era stato un traffico intenso.

Carnivoro indicò la tenebra specchiante. «Quando funziona,» disse, «non è nero, ma bianco e lucente. Tu ci entri, e al secondo passo sei altrove. Adesso, se entri, ti respinge. Non puoi avvicinarti. Lì non c’è niente, ma il niente ti spinge indietro.»

«Ma quando ti porta da qualche parte,» chiese Horton, «quando funziona, voglio dire, e ti porta da qualche parte, come fai a sapere dove sei arrivato?»

«Non lo sai,» disse Carnivoro. «Una volta, forse, tu indicavi dove volevi andare, ma adesso no. Quel macchinario lì,» fece, agitando il braccio, «quel pannello accanto al tunnel… una volta era possibile usarlo per scegliere la destinazione, ma adesso nessuno sa come funzioni. Però non fa molta differenza. Se non ti piace il posto dove arrivi, rientri nel tunnel e vai altrove. Magari dopo molti tentativi, trovi qualche posto che ti piace. Per me, sarò felice di andarmene dovunque.»

«Non mi sembra giusto,» disse Nicodemus.

«Certo che non lo è,» osservò Horton. «L’intero sistema dev’essere fuori squadra. Nessuno, se avesse la testa a posto, costruirebbe un sistema di trasporto non selettivo. In questo modo potresti impiegare secoli per arrivare a destinazione… ammesso che ci arrivi.»

«Va molto bene,» disse placido Carnivoro, «per uno che deve nascondersi. Nessuno, neppure l’interessato, sa dove andrà a finire. Forse se l’inseguitore ti vede infilare nel tunnel e s’infila dietro di te, va a finire in un posto diverso.»

«Lo sai, o tiri solo a indovinare?»

«Tiro a indovinare, credo. Come posso saperlo?»

«Tutto il sistema è fuori squadra,» disse Nicodemus, «se funziona a casaccio. Non ci puoi viaggiare. Tu giochi una partita, e il tunnel vince sempre.»

«Ma questo non ti porta da nessuna parte,» gemette Carnivoro. «Non sono schizzinoso, per la destinazione… mi va bene qualunque posto, pur di non restare qui. La mia ardente speranza è che potete ripararlo, in modo che mi porta in un posto qualsiasi.»

«Sospetto,» disse Horton, «che sia stato costruito molti millenni fa, e che i costruttori l’abbiano abbandonato da secoli. Senza un’adeguata manutenzione, si è scassato.»

«Ma non è questo che conta,» protestò Carnivoro. «L’importante è: potete ripararlo?»

Nicodemus si era avvicinato al pannello inserito nella roccia, accanto al tunnel. «Non so,» disse. «Non sono neppure in grado di leggere gli strumenti, se sono tali. Alcuni sembrano congegni per la manipolazione, ma non posso esserne sicuro.»

«Non sarebbe male provare e vedere cosa succede,» disse Horton. «Non puoi peggiorare la situazione.»

«Ma non posso,» disse Nicodemus. «Non riesco neppure a toccarli. Sembra che ci sia una specie di campo di forza. Sottile come un foglio di carta, forse. Posso mettere le dita sugli strumenti, o meglio, credo di mettercele, ma non c’è contatto. Non li tocco veramente. Li sento sotto le dita, ma non sono veramente in contatto. Come se fossero rivestiti di grasso viscido.»

Alzò una mano e l’osservò attentamente. «Ma non c’è grasso,» disse.

«Quel maledetto coso funziona solo in una direzione,» abbaiò Carnivoro. «E doveva funzionare in due.»

«Aspetta a disperarti,» fece laconico Nicodemus.

«Credi di poter fare qualcosa?» chiese Horton. «Hai detto che c’è un campo di forza. Può essere pericoloso. Tu sai niente dei campi di forza?»

«Niente di niente,» fece tutto allegro Nicodemus. «Non sapevo neanche che questo potesse esserlo. L’ho chiamato così, perché il termine mi è saltato in mente. Non so cosa sia.»

Depose la cassetta degli utensili che aveva portato e s’inginocchiò per aprirla. Cominciò a disporre gli attrezzi sul sentiero roccioso.

«Voi avete le cose per ripararlo,» gracchiò Carnivoro. «Shakespeare non le aveva. Non ho i maledetti utensili, diceva.»

«Gli sarebbero serviti a molto, anche se li avesse avuti,» disse Nicodemus. «Anche avendoli, bisogna sapere come usarli.»

«E tu lo sai?» chiese Horton.

«Puoi proprio dirlo,» fece Nicodemus. «Ho il transmog da ingegneria.»

«Gli ingegneri non usano gli utensili. Li usano i meccanici.»

«Non mi scocciare,» disse Nicodemus. «Alla vista e al contatto degli attrezzi, va tutto a posto.»

«Non me la sento di stare a guardare,» disse Horton. «Credo che me ne andrò. Carnivoro, tu hai parlato di una città in rovina. Andiamo a darle un’occhiata.»

Carnivoro esitò. «Ma se ha bisogno di aiuto. Qualcuno che gli passa gli utensili, magari. Se ha bisogno di un appoggio morale…»

«Avrò bisogno di ben altro che d’appoggio morale,» disse il robot. «Avrò bisogno di una gran fortuna, e un intervento divino non farebbe male. Andate a vedere la vostra città.»

11.

Neppure con uno sforzo d’immaginazione la si poteva definire una città. Non più d’una dozzina d’edifici, nessuno molto grande. Erano strutture rettangolari di pietra, e avevano l’aria di casermette. Il sito si trovava a meno di un chilometro dall’edificio su cui era inchiodato il cranio di Shakespeare, su di un lieve rialzo del terreno, sopra uno stagno. Arbusti fitti e alcuni alberi erano cresciuti tra le costruzioni. In molti punti, insediandosi contro i muri o gli angoli degli edifici, gli alberi avevano smosso o fatto cadere le pietre. Sebbene quasi tutte le costruzioni fossero avvolte da una fitta vegetazione, qua e là si scorgevano sentieri.

«È stato Shakespeare ad aprirli,» disse Carnivoro. «Veniva qui ad esplorare, e portava qualcosa a casa. Non molto, solo qualche oggetto di tanto in tanto. Quello che gli colpiva la fantasia. Dice che non dovevamo disturbare i morti.»

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