— Mi aveva messo alle corde — intervenne Mezza Pinta. — Se avessi giurato, avrei dovuto mantenere la mia parola… in duecento anni si impara a farlo, o si impazzisce. Forse, sarebbe stata una esistenza interessante… mi ha detto, per esempio: “Pensa cosa proverebbe un traditore del Sindacato del Crimine se aprisse la valigia e dentro ci fossi tu, a guardarlo con il tuo occhio e a dirgli che è spacciato!” ma io continuavo a chiedermi quando avrei cominciato io , ad avere paura. Ero ostinato. E volevo fargli perdere tempo. L’acido non mi avrebbe fatto soffrire, vedete, mi avrebbe dato solo nuove sensazioni e forse nuove idee. Per un po’, almeno.
Nel momento in cui Zane aveva fatto irruzione nella cabina, il robot sarebbe stato paralizzato dal raggio cortocircuitante che il previdente Fenicchia gli aveva puntato contro, ma Zane aveva teso davanti a sé una rete di rame che aveva agito come una gabbia di Faraday. Quando aveva visto le macchie provocate dall’acido sul guscio di Mezza Pinta, il robot aveva allungato una chela verso la base alcalina che La Garrota teneva pronta per neutralizzare l’acido e, gridando “Un criminale per un uovo!” aveva colpito con l’altra chela il viso grigio del gangster, spaccandogli metà dei denti e asportandogli un bel pezzo di guancia e di mento, metà del labbro superiore e la punta del naso.
Immediatamente, Zane aveva versato il neutralizzatore su Mezza Pinta, l’aveva raccolto, era passato in mezzo ai gangster paralizzati dalla catastrofe e si era ributtato in mare, nel punto dove aveva lasciato a galleggiare il suo motorino a razzo. Temendo che l’uovo non sarebbe stato in grado di resistere sott’acqua a causa della pressione, il robot era avanzato saettando proprio al di sotto della superficie, reggendo alto Mezza Pinta con una chela.
— Oh, ragazzi, che corsa! — intervenne l’uovo, poi aggiunse, meditabondo: — Potevo quasi sentire quell’acqua.
— Doveva essere veramente uno spettacolo straordinario — ammise Zane — se qualcuno dell’equipaggio avesse avuto il tempo di distrarsi dalle operazioni di salvataggio della Regina: un uovo d’argento che correva misteriosamente sulla cresta delle onde!
— No, non fatemi venire le convulsioni! — intervenne Flaxman, curvando le spalle e chiudendo gli occhi. — Scusate, Mezza Pinta.
Quando era giunto al limite del cerchio di sette chilometri, Zane aveva chiamato per radio la signorina Blushes e l’aveva guidata perché abbassasse l’apparecchio fin quasi al livello del mare: poi Flaxman gli aveva gettato una scala di corda. La prima cosa che il robot aveva fatto, appena salito a bordo, era stato avvitare una fontanella nuova a Mezza Pinta.
— Io non credo a quella storia delle otto ore — disse Mezza Pinta. — Ricordo benissimo che, quella volta che la bambinaia era in ritardo, avevamo fatto finta di svenire per spaventarla.
— Dimmi una cosa, Zane — chiese incuriosito Gaspard. — Cosa sarebbe successo se il tuo motore razzo si fosse guastato?
— Sarei andato a fondo — rispose il robot. — E sarei là ancora adesso, con Mezza Pinta fra le braccia e… se la mia struttura e il mio faro avessero resistito, starei contemplando le bellezze dei sedimenti marini e della vita negli abissi. O, più probabilmente, conoscendomi bene, starei tentando di raggiungere a piedi la riva.
— Come volevasi dimostrare — disse il deputato sperduto, con la voce che cominciava a farsi più spessa, mentre versava altro whisky nel bicchiere.
— Infatti, signore — fece eco Zane.
— Bene, ad ogni modo adesso puoi ritornare al tuo Progetto Elle con la coscienza tranquilla — gli disse Gaspard.
— È vero — ammise Zane con deludente brevità.
— Guardate, ecco la costa! — disse la signorina Blushes. — Le meravigliose luci di New Angeles, come un tappeto di stelle. Oh, mi sento romantica.
— Cos’è questo Progetto Elle? — chiese Flaxman a Zane. — Ha qualcosa a che vedere con l’Editrice Razzi?
— Sì, signore, in un certo senso.
— Una delle pupe di Cullingham? — insistette Flaxman. — Sapete, sono preoccupato. Quella Ibsen può ridurlo come una cavalletta morta, e allora saremmo costretti ad accollarci tutto il suo lavoro.
— No, non ha niente a che fare con il signor Cullingham — gli assicurò Zane. — Ma se non vi dispiace, preferirei non discuterne, per il momento.
— Un progetto indipendente, eh? — disse acutamente Flaxman. — Bene, tutto ciò che vuole il nostro eroe… e credetemi, dico sul serio, Zane…
— Io conosco un segreto! — disse Mezza Pinta.
— Silenzio — disse Zane, e gli disinserì l’altoparlante.
Dopo aver lasciato il deputato sperduto impegnato a spiegare agli sbalorditi funzionari in che modo avesse pilotato l’aereo privato dal deserto di Mohave a un inferno di bisca oceanica (e ritorno) in stato di completo oscuramento alcolico, o al massimo con l’aiuto di alcune amichevoli allucinazioni, la troupe della Editrice Razzi tornò a casa in tassi e scoprì che la sede della casa editoriale era di nuovo a soqquadro, popolata soltanto da un Joe la Guardia stordito ed errabondo e da venti giocatori di pallaluna della Lega Giovanile in uniforme azzurra che sedevano rigidi sull’attenti nell’atrio.
Il più grosso di tutti balzò in piedi e latrò, rivolto a Flaxman: — Caro signore, noi siamo appassionati e fedeli seguaci della vostra collana dedicata agli Sport Interplanetari e alle Reclute Spaziali. La nostra squadra di pallaluna è stata prescelta dal Presidium dei Fan per…
— È magnifico, è splendido — gridò Flaxman, scompigliando i capelli del ragazzo e guardandosi intanto in giro, come se si aspettasse di trovare grossi buchi nelle pareti dell’edificio. — Gaspard, comprate dei gelati per questi giovani eroi. Vi parlerò più tardi, ragazzi. Joe, svegliatevi e raccontatemi che cosa è successo. Signorina Bishop, telefonate alla Nursery. Zane, ispezionate i magazzini. Signorina Blushes, procuratemi un sigaro.
— Qui c’è stata una incursione spaventosa, e non c’è possibilità di errore, signor Flaxman — cominciò malinconico Joe. — Un’incursione di agenti governativi. Sono entrati da tutte le porte e dal tetto. Un tipo grasso che gli altri chiamavano signor Mears mi aggredisce e fa: “Dove sono? Dove sono le cose che devono scrivere i libri?”. Così io gli mostro le tre teste d’uovo nell’ufficio di Cullingham. Lui ride sarcastico e dice: “Non intendevo questi. So tutto sul loro conto… sono irrimediabilmente idioti. Inoltre, come potrebbero fare il lavoro dei mulini-a-parole, piccoli come sono?”. E io dico: “Non sono idioti, sono così furbi che sono carogne. Parla, Ruggine”, dico e, mi credereste, quel matto di un uovo non ha voluto dire altro che “Gu-gu-gu”. Be’, dopo hanno cominciato a rovistare dappertutto, a cercare i mulini-a-parole nascosti. Hanno provato perfino le nostre grosse macchine da scrivere per vedere se scrivevano qualcosa da sole. Poi sono andati in Contabilità e hanno fatto a pezzi la vecchia calcolatrice. E per finire hanno sequestrato la mia pistola-puzzola… dicono che è un’arma dell’orrore, proibita in tutte le nazioni, bandita in perpetuo insieme alle pallottole di rame, ai proiettili dum-dum, alle baionette con i denti a sega e alle armi chimiche.
— Ho parlato con la signorina Jackson — riferì la signorina Bishop. — Tutti i ventinove marmocchi sono presenti… La signorina Phillips è arrivata sana e salva con i suoi tre. Stanno strillando ancora perché vogliono i rotoli. Babbo Zangwell ha avuto convulsioni post-alcoliche ma adesso sta riposando tranquillo. E ora scusatemi.
Corse nella toeletta delle signore, seguita dalla signorina Blushes, che aveva consegnato a Flaxman il suo sigaro.
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