— Signorina Bishop? Sono Flaxman. Portatemi un cervello. Con il ricevitore ancora accostato alla guancia, sorrise di nuovo a Gaspard come per aguzzare la sua curiosità.
— No, un cervello qualunque — disse con leggerezza nel microfono, e fece per riattaccare.
— Cosa c’è ancora? No, non c’è nessun pericolo, le strade sono libere. Bene, fatelo portare da Zangwell… D’accordo, portatelo voi e Zangwell vi farà da guardia del corpo. Be’, se Zangwell è veramente tanto ubriaco…
Mentre ascoltava il suo sguardo si spostò da Gaspard a Zane Gort. Quando tornò a parlare, lo fece con l’abituale decisione.
— D’accordo, facciamo così. Io vi mando due tizi, uno di carne e uno di metallo, che vi accompagneranno qui. No, sono assolutamente fidati, ma non gli racconti tutto. Oh, sono coraggiosi come leoni, sono quasi morti per difendere i nostri mulini-a-parole, e stanno spargendo sangue e olio per tutto l’ufficio. No, non sono ridotti fino a questo punto, anzi, hanno voglia di un altro tafferuglio. Ascoltatemi, signorina Bishop. Voglio che siate pronta a muovervi non appena i due arriveranno. Nessun indugio all’ultimo momento, mi avete capito? Voglio in fretta quel cervello. Riattaccò.
— È preoccupata per i rivoltosi — spiegò. — Pensava che ci fossero ancora degli scrittori a imperversare lungo il Viale. È il tipo di donna che va a guardare sotto i lettini e controlla i pannolini da tutte e due le parti. — E guardò Gaspard. — Conoscete la Saggezza delle Età?
— Sicuro, ci passo davanti tutti i giorni. È a un paio di isolati da qui. È un posticino molto lindo. Nessuna attività.
— E perché pensate così?
— Non so. Credo che ci sia una casa editrice nascosta. Non ho mai visto il loro nome nei cataloghi, però. Mai visto il loro nome da nessuna parte… ehi, aspettate un momento! Quel grosso sigillo d’ottone a pianterreno, nel bel mezzo dell’atrio. C’è scritto Editrice Razzi , e poi, in caratteri più piccoli con molti fregi …in società con la Saggezza delle Età . Ehi, dico, non avevo mai messo in relazione questa faccenda prima.
— Be’, questo mi sorprende — disse Flaxman. — Uno scrittore dotato di spirito di osservazione. Non avrei mai creduto di vivere abbastanza a lungo da vederne uno. Andate subito alla Saggezza insieme a Zane e sollecitate la signorina Bishop. Può darsi che dobbiate accenderle il fuoco sotto per farla muovere, ma non bruciatele l’orlo della gonna.
— Avete parlato di Nursery al telefono — disse Gaspard.
— Infatti. È la stessa cosa. Adesso andate.
Gaspard esitò.
— Probabilmente vi sono ancora degli scrittori che imperversano nei dintorni — disse — oppure potrebbero essere in giro per una seconda azione.
— E questo dovrebbe turbare due eroi come voi? Andate, ho detto.
Mentre Gaspard si avviava verso la porta, quella si spalancò. Flaxman sussultò. Ritta sulla soglia c’era una donna vestita di nero, dal volto macchiato di lagrime.
— Scusatemi, signori, — disse con voce sommessa, — ma mi hanno detto di rivolgermi qui. Per favore avete visto un uomo alto e aitante e un bel ragazzino. Questa mattina presto sono andati a vedere un mulino-a-parole. Erano vestiti, tutti e due, di abiti turchesi con splendidi bottoni di opale.
Gaspard stava passando dubbioso davanti alla donna quando lei disse questo. In quel momento uno strillo da spaccare i timpani giunse dall’estremità del corridoio.
La signorina Blushes era ritta davanti alla toeletta per le signore, con le chele strette alle rosee tempie anodizzate. Poi cominciò a correre a passo rapido, con le chele protese verso la donna, gridandole con voce dolce e triste: — Mia cara, mia cara, preparatevi a una brutta notizia!
Mentre Gaspard si lanciava, sollevato, lungo la scala mobile bloccata, fu seguito non soltanto da Zane ma anche dal grido ammonitore di Flaxman:
— Ricordate, la signorina Bishop sarà nervosa! Dovrà portare un cervello!
La stanza priva di finestre era immersa nell’oscurità, a eccezione di una mezza dozzina di schermi televisivi piazzati in apparenza a casaccio. Le immagini che apparivano sugli schermi erano insolitamente belle: stelle e astronavi, parameci e persone, e semplici pagine stampate. Gran parte dello spazio centrale della stanza e un’intera parete erano occupate da tavoli su cui stavano gli schermi televisivi e altri oggetti e strumenti. Le restanti tre pareti erano coperte irregolarmente da piccoli sostegni di varia altezza (simili a piccole, solide colonne) su ognuno dei quali era posato, sopra un liscio, spesso cercine nero, un uovo, più grande di una testa umana, fatto di argento nebuloso.
Era uno strano argento. Faceva pensare alla nebbia e al chiaro di luna, a fini capelli bianchi, a una sterlina alla luce di candela, a boccette di profumo, agli antichi stanzini della cipria, allo specchio d’una principessa, alla maschera di un Pierrot, all’armatura d’un principe-guerriero.
La stanza emanava rapidamente varie impressioni: per un momento sembrava una bizzarra incubatrice, un incubatore di robot uscito da una favola, la tana di uno stregone pieno di spaventosi trofei lebbrosi, la sala dei ritratti di uno scultore in argento; poi si aveva l’impressione che gli ovoidi argentei fossero veramente le teste di esseri d’una specie metallica, reclinate in silenziosa comunione.
Quest’ultima illusione era intensificata dal fatto che accanto alla base di ogni uovo, che era sempre l’estremità minore, c’erano tre incavi più scuri, due in alto e uno in basso, che davano l’impressione d’un rudimentale triangolo occhi-bocca sotto una amplissima fronte liscia. Quando ci si avvicinava, si notava che si trattava semplicemente di tre prese. Molte di quelle prese erano libere, in altre erano innestate spine con fili elettrici collegati ad altri strumenti. Gli strumenti erano di vario tipo, ma se si osservava il tutto per qualche minuto, si scopriva che la presa superiore destra (considerando la cosa dal punto di vista dell’uovo) non era mai collegata se non a certe minuscole telecamere; la presa superiore sinistra era collegata a una specie di microfono o ad altre sorgenti di suoni; mentre la presa al posto della bocca portava sempre a un piccolo altoparlante.
C’era una sola eccezione a questa regola: in qualche caso la presa-bocca di un uovo era direttamente collegata alla presa-orecchio (quella superiore sinistra) di un altro uovo. In questi casi era sempre la connessione complementare: da orecchio a bocca e da bocca a orecchio.
Un esame ancora più attento avrebbe mostrato alcune linee sottilissime e lievi infossature sulla sommità delle uova. Le linee sottili descrivevano un grande cerchio con al centro un cerchio molto più piccolo… quasi a voler fare pensare a una doppia fontanella. Le due infossature facevano capire che ogni sezione circolare poteva essere svitata e tolta con il pollice e l’indice.
Se si toccava uno di quegli ovoidi argentei (ma c’era da esitare, prima di farlo) per un momento si aveva l’impressione che fosse caldissimo, poi ci si accorgeva che non era freddo come ci si aspettava: la sua temperatura era vicina a quella del sangue umano. E se avevi i polpastrelli sensibili alle vibrazioni e li posavi per qualche tempo sul metallo liscio, potevi sentire un fievole, costante pulsare che aveva lo stesso ritmo del battito del cuore umano.
Una donna che indossava un camice bianco aveva appoggiato il fianco sinistro contro l’orlo di una delle tavole, tenendo il torso rilassato e la testa china, come se si riposasse per un attimo. Era difficile indovinare la sua età a causa della semioscurità e della maschera bianca che le copriva il volto, al di sotto degli occhi. Appeso al fianco, appoggiato all’anca, sorretto da una cinghia e tenuto saldo dalla mano sinistra, c’era un grosso vassoio. Sul vassoio c’era una fila di ciotole di vetro piene di un limpido liquido aromatico. In metà di quelle ciotole stavano immersi spessi dischi di metallo filettati attorno alla circonferenza. Avevano lo stesso diametro delle fontanelle minori delle uova argentee.
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