Edmond Hamilton - Agonia della Terra

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Agonia della Terra: краткое содержание, описание и аннотация

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Una bomba superatomica viene lanciata, da una nazione sconociuta, su una piccola città americana dove si cela un centro per le ricerche atomiche. L’esplosione ha per effetto di rompere la continuità del tempo e sbalestrare la piccola città, intatta, in un’epoca dell’avvenire, a milioni di anni nel futuro, in una Terra morente e arida, inabitabile e deserta. La Federazione delle Stelle, che governa tutti i mondi del futuro, interviene per evacuare la popolazione della città su un altro pianeta. Ma la popolazione si ribella, e, con l’aiuto di uno scienziato del futuro, alla Terra morente viene iniettata una potente carica atomica che ha la virtù di riscaldarla nuovamente. Gli ultimi superstiti rimangono quindi sulla Terra rinata e la vita degli abitanti della piccola città può riprendere il suo corso normale, nella eterna storia dell’Universo.

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«Dovremo andar loro incontro?» domandò il sindaco, con i denti che gli battevano dal freddo.

Hubble scosse il capo.

«No» disse. «No, non siamo sicuri di nulla. Dovremo aspettare.»

Attesero, rabbrividendo nel vento gelido, mentre una tur­ba di pensieri mulinava nel cervello di Kenniston. Quella grande nave spaziale proveniva dagli spazi interstellari, ma da che parte era venuta, verso la Terra morente? Da qualche pianeta vicino? Dalle stelle più lontane? E perché era venuta? Che cosa accadeva, ora, nel suo interno? Quali occhi li stava­no osservando?

Attesero. Tutti gli abitanti di Nuova Middletown attendeva­no e guardavano, mentre la Luna saliva lenta verso lo zenit e le stelle tremolavano e il freddo diveniva sempre più intenso. Ma nulla accadeva. Quella mostruosa massa metallica giaceva sempre nella pianura, senza luce, senza suono, senza vita.

Le stelle risplendevano sempre più brillanti. Poi, la loro lu­ce impallidì leggermente. Un’altra luce, di un grigio cupo, stava sorgendo a oriente.

McLain si mise improvvisamente a imprecare.

«Se non vengono a trovarci» disse «potremmo anche andare noi, a trovarli.»

«Aspettate!» lo bloccò Hubble.

«Ma sono ore che aspettiamo, ormai... e...»

«Aspettate!» ordinò ancora Hubble. «Vengono ora!»

E Kenniston vide. Un’apertura scura era apparsa sul mar­gine inferiore dell’enorme chiglia dell’astronave. Alcune figu­re, che apparivano vagamente irreali nella pallida luce del­l’alba, stavano emergendo da quell’apertura. Ecco! Ora si di­rigevano, lentamente, verso Nuova Middletown!

10

Venuti dalle stelle

Kenniston li guardò avvicinarsi: erano quattro vaghe figure che camminavano lentamente, attraverso l’alba, verso Nuo­va Middletown. Il cuore gli martellava nel petto, aveva la boc­ca arida e una oscura paura lo invadeva.

Era forse la stranezza del loro arrivo, che gli dava quell’im­pressione... la massa enigmatica di quell’astronave scono­sciuta... quel lungo, cauto silenzio... Il loro modo di compor­tarsi faceva pensare che anch’essi fossero dubbiosi, incerti, prudenti.

Le tre figure che camminavano in testa si distinguevano ora più chiaramente. Erano uomini, e indossavano vesti pe­santi, contro il freddo intenso. Il quarto della compagnia camminava a qualche distanza dietro agli altri tre, ma la sua forma massiccia non si poteva ancora ben distinguere, avvol­ta com’era nella polvere sollevata dal vento.

«Sembrano proprio uomini come noi» osservò il sinda­co Garris, con aria stupita. «Credo che la razza umana non sia molto cambiata, dopo tutto, in un miliardo di anni.»

Kenniston fece col capo un cenno affermativo. Per qual­che ragione inspiegabile, il nodo che sentiva allo stomaco permaneva sempre. Vi era davvero qualcosa di soprannatu­rale, in quell’incredibile incontro fra due epoche.

Guardò gli altri. Il loro viso era bianco e teso. Un senti­mento di eccitazione, molto vicino all’isterismo, aveva inva­so tutti.

Gli sconosciuti erano ormai tanto vicini da poter distin­guere le loro fisionomie. La massiccia figura di retroguar­dia rimaneva ancora indistinta, ma dei tre che avanzavano in testa, Kenniston si accorse ora chesolo due erano uomi­ni. La terza persona era una donna, alta e sottile, dagli oc­chi azzurri, coi capelli di un color oro pallido raccolti attor­no alla testa. Kenniston ne fu colpito. Aveva visto molte donne bellissime, ma ne aveva visto raramente una che, co­me quella, avesse tanta grazia e autorità, con uno sguardo tanto acuto e intelligente. Quasi immediatamente, sentì per lei un sentimento di avversione, forse perché capiva che quella donna doveva avere un bagaglio di conoscenze e d’e­sperienze assai superiore a quello di qualunque uomo del ventesimo secolo come lui. Eppure quella donna aveva un atteggiamento amichevole, una bocca forte e volitiva, aper­ta al sorriso.

Il più giovane dei due uomini era grosso, robusto e sano, aveva i capelli rossi e un viso franco e gioviale che pareva scolpito nella selce. Il suo atteggiamento era, come quello della donna, di prudente e cauta riservatezza.

L’altro uomo era magro e disinvolto, molto umano nell’a­spetto. Non aveva nulla della fredda riservatezza dei suoi compagni. Era eccitato, e lo mostrava apertamente, osser­vando curiosamente la folla che gli stava davanti. Kenniston provò per lui una istintiva simpatia.

Vi fu uno strano silenzio. La donna e i due uomini si ar­restarono. Guardavano tutte quelle persone davanti a loro, e queste li fissavano con gli occhi sbarrati. Poi la donna dis­se qualcosa ai suoi compagni, in una lingua rapida, scono­sciuta.

L’uomo più giovane fece un cenno affermativo col capo, senza parlare, e l’uomo magro cominciò a parlare concitata­mente con loro.

Il sindaco Garris fece un passo avanti, esitante...

«Io...» cominciò, ma s’interruppe subito. Quell’unica parola si disperse portata dal vento e il sindaco non fu capace di trovarne altre. La donna bionda lo osservava col suo sguardo intelligente, lievemente divertita.

L’uomo magro fece un passo verso di loro. Poi, pronun­ciando le parole molto lentamente, disse: «Qui, Middletown!» E dopo un attimo ripeté: «Qui, Middletown!»

Kenniston era scosso da uno stupore enorme. Udiva anco­ra se stesso, con la voce stanca, estenuata, gridare quelle pa­role disperate, quelle due parole supplichevoli, in un silenzio nel quale nessuno udiva, nessuno rispondeva.

Ma quell’appello era stato udito! A quell’appello era stato risposto, da qualche parte. Da dove? Da un’altra stella? Da un altro mondo? Non da qualche posto della Terra, sicura­mente.

Quella grande nave spaziale veniva certamente da un lun­ghissimo viaggio.

Udì in quel momento il sindaco Garris che emetteva un grido di terrore. Un’ondata di raccapriccio, udibile nel respi­ro affannoso di ogni uomo presente, passò sulla folla che as­sisteva allo spettacolo. I pensieri confusi di Kenniston torna­rono di colpo alla realtà.

Il quarto dei sopraggiunti si era avvicinato e si era unito agli altri. E Kenniston stesso fu atterrito da ciò che vide.

Il quarto sopraggiunto non era un uomo! Era simile a un uomo questo sì... ma non era un uomo.

Era molto alto, con il corpo forte e massiccio, le braccia enormi che finivano in due mani simili a smisurate zampe. Era vestito della sua sola densa e ruvida pelliccia, completata da una specie di finimento. Aveva il capo schiacciato, il muso prominente come quello di un animale, le orecchie ritte, ton­de, circondate da ciuffi di peli. E i suoi occhi... La cosa più spaventosa erano i suoi occhi. Quei suoi occhi si incontraro­no con quelli di Kenniston. Erano occhi grandi, scuri, pieni di una vivida, penetrantissima intelligenza. Occhi cordiali, curiosi, sorridenti...

Il sindaco era arretrato di alcuni passi. Aveva il viso palli­dissimo.

«Ma... non è un uomo, quello!» urlò, con voce stridula.

L’essere peloso parve stupito di quell’accoglienza. Diede un’occhiata alla donna e agli altri due uomini, e tutti e quat­tro guardarono Garris, con la fronte corrugata, come se non riuscissero a capire la ragione del suo spavento.

Quell’essere strano mosse un passo o due verso Garris, con le grosse mani tese. Parlava con una voce lenta, romban­te, e sorrideva, mostrando una fila di denti grandi e forti, che scintillavano cupamente, come sciabole, nella pallida luce dell’alba.

Garris lanciò un altro urlo. Kenniston si accorse che il pa­nico si stava impadronendo dei presenti, vide gli agenti pun­tare le armi.

«Aspettate! Fermatevi!» gridò allora Kenniston, spin­gendo da parte il sindaco. «Per l’amor del Cielo! Aspettate! Siete pazzi!» Aveva affrontato gli agenti armati, mettendosi in modo da far scudo col suo corpo all’essere strano che era sopraggiunto. Sentiva egli stesso una invincibile repulsione per quella creatura che era a un tempo bestiale e umana. Ma quell’essere peloso lo aveva guardato, e gli aveva sorriso...

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