«Dovremo andar loro incontro?» domandò il sindaco, con i denti che gli battevano dal freddo.
Hubble scosse il capo.
«No» disse. «No, non siamo sicuri di nulla. Dovremo aspettare.»
Attesero, rabbrividendo nel vento gelido, mentre una turba di pensieri mulinava nel cervello di Kenniston. Quella grande nave spaziale proveniva dagli spazi interstellari, ma da che parte era venuta, verso la Terra morente? Da qualche pianeta vicino? Dalle stelle più lontane? E perché era venuta? Che cosa accadeva, ora, nel suo interno? Quali occhi li stavano osservando?
Attesero. Tutti gli abitanti di Nuova Middletown attendevano e guardavano, mentre la Luna saliva lenta verso lo zenit e le stelle tremolavano e il freddo diveniva sempre più intenso. Ma nulla accadeva. Quella mostruosa massa metallica giaceva sempre nella pianura, senza luce, senza suono, senza vita.
Le stelle risplendevano sempre più brillanti. Poi, la loro luce impallidì leggermente. Un’altra luce, di un grigio cupo, stava sorgendo a oriente.
McLain si mise improvvisamente a imprecare.
«Se non vengono a trovarci» disse «potremmo anche andare noi, a trovarli.»
«Aspettate!» lo bloccò Hubble.
«Ma sono ore che aspettiamo, ormai... e...»
«Aspettate!» ordinò ancora Hubble. «Vengono ora!»
E Kenniston vide. Un’apertura scura era apparsa sul margine inferiore dell’enorme chiglia dell’astronave. Alcune figure, che apparivano vagamente irreali nella pallida luce dell’alba, stavano emergendo da quell’apertura. Ecco! Ora si dirigevano, lentamente, verso Nuova Middletown!
Kenniston li guardò avvicinarsi: erano quattro vaghe figure che camminavano lentamente, attraverso l’alba, verso Nuova Middletown. Il cuore gli martellava nel petto, aveva la bocca arida e una oscura paura lo invadeva.
Era forse la stranezza del loro arrivo, che gli dava quell’impressione... la massa enigmatica di quell’astronave sconosciuta... quel lungo, cauto silenzio... Il loro modo di comportarsi faceva pensare che anch’essi fossero dubbiosi, incerti, prudenti.
Le tre figure che camminavano in testa si distinguevano ora più chiaramente. Erano uomini, e indossavano vesti pesanti, contro il freddo intenso. Il quarto della compagnia camminava a qualche distanza dietro agli altri tre, ma la sua forma massiccia non si poteva ancora ben distinguere, avvolta com’era nella polvere sollevata dal vento.
«Sembrano proprio uomini come noi» osservò il sindaco Garris, con aria stupita. «Credo che la razza umana non sia molto cambiata, dopo tutto, in un miliardo di anni.»
Kenniston fece col capo un cenno affermativo. Per qualche ragione inspiegabile, il nodo che sentiva allo stomaco permaneva sempre. Vi era davvero qualcosa di soprannaturale, in quell’incredibile incontro fra due epoche.
Guardò gli altri. Il loro viso era bianco e teso. Un sentimento di eccitazione, molto vicino all’isterismo, aveva invaso tutti.
Gli sconosciuti erano ormai tanto vicini da poter distinguere le loro fisionomie. La massiccia figura di retroguardia rimaneva ancora indistinta, ma dei tre che avanzavano in testa, Kenniston si accorse ora chesolo due erano uomini. La terza persona era una donna, alta e sottile, dagli occhi azzurri, coi capelli di un color oro pallido raccolti attorno alla testa. Kenniston ne fu colpito. Aveva visto molte donne bellissime, ma ne aveva visto raramente una che, come quella, avesse tanta grazia e autorità, con uno sguardo tanto acuto e intelligente. Quasi immediatamente, sentì per lei un sentimento di avversione, forse perché capiva che quella donna doveva avere un bagaglio di conoscenze e d’esperienze assai superiore a quello di qualunque uomo del ventesimo secolo come lui. Eppure quella donna aveva un atteggiamento amichevole, una bocca forte e volitiva, aperta al sorriso.
Il più giovane dei due uomini era grosso, robusto e sano, aveva i capelli rossi e un viso franco e gioviale che pareva scolpito nella selce. Il suo atteggiamento era, come quello della donna, di prudente e cauta riservatezza.
L’altro uomo era magro e disinvolto, molto umano nell’aspetto. Non aveva nulla della fredda riservatezza dei suoi compagni. Era eccitato, e lo mostrava apertamente, osservando curiosamente la folla che gli stava davanti. Kenniston provò per lui una istintiva simpatia.
Vi fu uno strano silenzio. La donna e i due uomini si arrestarono. Guardavano tutte quelle persone davanti a loro, e queste li fissavano con gli occhi sbarrati. Poi la donna disse qualcosa ai suoi compagni, in una lingua rapida, sconosciuta.
L’uomo più giovane fece un cenno affermativo col capo, senza parlare, e l’uomo magro cominciò a parlare concitatamente con loro.
Il sindaco Garris fece un passo avanti, esitante...
«Io...» cominciò, ma s’interruppe subito. Quell’unica parola si disperse portata dal vento e il sindaco non fu capace di trovarne altre. La donna bionda lo osservava col suo sguardo intelligente, lievemente divertita.
L’uomo magro fece un passo verso di loro. Poi, pronunciando le parole molto lentamente, disse: «Qui, Middletown!» E dopo un attimo ripeté: «Qui, Middletown!»
Kenniston era scosso da uno stupore enorme. Udiva ancora se stesso, con la voce stanca, estenuata, gridare quelle parole disperate, quelle due parole supplichevoli, in un silenzio nel quale nessuno udiva, nessuno rispondeva.
Ma quell’appello era stato udito! A quell’appello era stato risposto, da qualche parte. Da dove? Da un’altra stella? Da un altro mondo? Non da qualche posto della Terra, sicuramente.
Quella grande nave spaziale veniva certamente da un lunghissimo viaggio.
Udì in quel momento il sindaco Garris che emetteva un grido di terrore. Un’ondata di raccapriccio, udibile nel respiro affannoso di ogni uomo presente, passò sulla folla che assisteva allo spettacolo. I pensieri confusi di Kenniston tornarono di colpo alla realtà.
Il quarto dei sopraggiunti si era avvicinato e si era unito agli altri. E Kenniston stesso fu atterrito da ciò che vide.
Il quarto sopraggiunto non era un uomo! Era simile a un uomo questo sì... ma non era un uomo.
Era molto alto, con il corpo forte e massiccio, le braccia enormi che finivano in due mani simili a smisurate zampe. Era vestito della sua sola densa e ruvida pelliccia, completata da una specie di finimento. Aveva il capo schiacciato, il muso prominente come quello di un animale, le orecchie ritte, tonde, circondate da ciuffi di peli. E i suoi occhi... La cosa più spaventosa erano i suoi occhi. Quei suoi occhi si incontrarono con quelli di Kenniston. Erano occhi grandi, scuri, pieni di una vivida, penetrantissima intelligenza. Occhi cordiali, curiosi, sorridenti...
Il sindaco era arretrato di alcuni passi. Aveva il viso pallidissimo.
«Ma... non è un uomo, quello!» urlò, con voce stridula.
L’essere peloso parve stupito di quell’accoglienza. Diede un’occhiata alla donna e agli altri due uomini, e tutti e quattro guardarono Garris, con la fronte corrugata, come se non riuscissero a capire la ragione del suo spavento.
Quell’essere strano mosse un passo o due verso Garris, con le grosse mani tese. Parlava con una voce lenta, rombante, e sorrideva, mostrando una fila di denti grandi e forti, che scintillavano cupamente, come sciabole, nella pallida luce dell’alba.
Garris lanciò un altro urlo. Kenniston si accorse che il panico si stava impadronendo dei presenti, vide gli agenti puntare le armi.
«Aspettate! Fermatevi!» gridò allora Kenniston, spingendo da parte il sindaco. «Per l’amor del Cielo! Aspettate! Siete pazzi!» Aveva affrontato gli agenti armati, mettendosi in modo da far scudo col suo corpo all’essere strano che era sopraggiunto. Sentiva egli stesso una invincibile repulsione per quella creatura che era a un tempo bestiale e umana. Ma quell’essere peloso lo aveva guardato, e gli aveva sorriso...
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