Erano giunti in una vasta sala sotterranea. Tutto finiva sull’orlo di un enorme pozzo abissale... un grande pozzo circolare il cui fondo si perdeva in una profondissima oscurità. Kenniston guardava perplesso. Poi osservò che le grosse condutture uscivano da quel pozzo e si diramavano in tutte le direzioni.
«Quell’aria leggermente più calda proviene da questo pozzo» disse Hubble, accennando alla voragine. Poi aggiunse: «So che sembra una cosa impossibile alla nostra esperienza di costruttori e di tecnici. Ma credo che questo pozzo sia profondo molti, molti chilometri. Credo che giunga fino alle abissali profondità della Terra.»
«Ma le viscere della Terra dovrebbero essere una massa ardente, incandescente» obiettò Kenniston.
«Già, lo erano una volta, milioni di anni or sono» corresse Hubble. «E mentre la terra diventava sempre più fredda, mentre la superficie diveniva inabitabile, hanno costruito questa città protetta da una cupola, e forse altre come questa... e hanno scavato un grande pozzo per catturare il calore delle massime profondità. Ma anche le profondità della Terra sono più fredde, ora, quasi spente. Cosicché non giunge più che un calore appena sufficiente per riscaldare un poco la città.»
«Ed è questa la ragione per la quale non potevano più vivere qui... facevano assegnamento sul calore interno della Terra, e quando questo diminuì...» Kenniston si interruppe, accigliato.
La seconda scoperta fu fatta da Jennings, un giovane rappresentante di automobili che guidava una delle squadre di esplorazione. Ne fece un confuso resoconto agli scienziati, e Kenniston andò, con Beitz e Crisci, a vedere di che si trattava.
Era una vasta sala per adunanze, semicircolare, in uno dei maggiori edifici, e disponeva di parecchie centinaia di posti a sedere.
«Una sala consiglio, o forse una sala per conferenze» disse Beitz. «Che c’è di strano?»
«Guardate quei posti nella seconda fila» disse Jennings.
Capirono, allora, che cosa volesse dire. I posti di quella fila non erano normali sedili metallici come gli altri. Erano diversi... diversi dai sedili normali e diversi l’uno dall’altro.
Alcuni di essi non sembravano affatto sedili. Alcuni erano molto ampi, piatti e bassi, con larghi schienali piegati un poco verso l’interno; altri erano strettissimi, senza schienale alcuno; altri ancora erano simili a sedie a sdraio, ma la curva era assolutamente troppo profonda.
«Se si tratta di sedili» disse Jennings «non erano certo destinati a uomini come noi.»
Kenniston e gli altri si guardarono, sorpresi e spaventati. Kenniston ebbe d’improvviso la grottesca visione di una grande sala affollata di congressisti, congressisti che in parte erano esseri umani e in parte... che cosa? Forse che l’umanità, nelle sue ultime epoche, aveva condiviso la Terra con altre razze che non erano umane?
«Siamo troppo precipitosi nelle conclusioni» commentò Beitz, rompendo il silenzio. «Possono anche non essere affatto sedili.» Ma mentre lasciavano la sala, disse a Jennings: «È meglio che non facciate parola di tutto ciò. Potrebbe impressionare la gente.»
Ciò che le altre squadre di esplorazione avevano scoperto, venne riassunto in un breve discorso di Hubble, di fronte alla popolazione di Middletown che si era riunita il pomeriggio della domenica successiva, nella piazza maggiore.
Erano state indette, quella mattina, funzioni religiose, senza campane né organi, né vetri istoriati, naturalmente, ma in grandi sale immerse nella penombra e piene di austera solennità. Era poi seguito il primo congresso di Nuova Middletown. Erano stati installati altoparlanti in modo che tutti, nella grande piazza, potessero udire, e il sindaco Garris, più invecchiato e più umile, parlò alla popolazione adunata. Cercò naturalmente di essere il più possibile incoraggiante.
Il sistema di razionamento funzionava bene, disse. Non c’era pericolo alcuno di patire la fame, perché la coltivazione idroponica sarebbe stata presto iniziata. Potevano perciò vivere a Nuova Middletown anche indefinitamente, se necessario.
«Il dottor Hubble» aggiunse poi «vi esporrà ora ciò che le squadre di esplorazione hanno trovato in Nuova Middletown.»
Hubble fu conciso. Insistette sul fatto che gli originari abitanti di Nuova Middletown avevano lasciato la città deliberatamente.
«Si sono presi i loro effetti personali, i libri, i vestiti, gli apparecchi più piccoli, gli strumenti e i mobili. Le cose che hanno lasciato erano tutte cose troppo massicce per essere facilmente trasportate; tra queste ultime ci sono rimaste, fra l’altro, alcune macchine che riteniamo fossero azionate atomicamente, ma che debbono essere studiate con gran cura prima di cercare di rimetterle in attività. Riteniamo che ci diverrà possibile, col tempo, l’utilizzazione di tutta questa attrezzatura.»
Il sindaco Garris si alzò prontamente per aggiungere: «E almeno uno di questi apparecchi è ora pronto per l’uso! Il signor Kenniston è riuscito a rimettere in funzione una delle radiotrasmittenti qui esistenti, per cui comincerà a trasmettere appelli per collegarci con gli altri popoli della Terra.»
Un grande applauso scoppiò istantaneamente da parte degli abitanti di Nuova Middletown. Kenniston appena sciolta l’adunanza, si trovò assediato da cittadini eccitati che gli facevano mille domande. Dovette perciò confermare quanto aveva annunciato il sindaco, aggiungendo che avrebbe subito iniziato a lanciare appelli per radio.
Tuttavia, quando riuscì a trovarsi solo con Hubble, il suo viso era corrucciato.
«Garris non avrebbe dovuto annunciare una cosa simile! Questa gente è matematicamente sicura che riusciremo presto a parlare con altre città popolate!»
Anche Hubble parve preoccupato.
«Sono così sicuri che vi siano altri uomini viventi sulla Terra... che, per loro, l’unica vera difficoltà è quella di mettersi in contatto con loro.»
Kenniston lo guardò.
«Credi che vi siano realmente altri uomini viventi sulla Terra? Io comincio a dubitarne, Hubble. Se non hanno potuto vivere in una città come questa, non hanno certamente potuto vivere in nessun altro luogo.»
«Può darsi» ammise Hubble, piuttosto perplesso. «Ma non possiamo essere sicuri di nulla. Dobbiamo tentare, e continuare a tentare.»
Kenniston mise in attività la trasmittente quella sera stessa, usandola solo per dieci minuti ogni ora, per risparmiare al massimo la benzina.
«Qui, Middletown!» urlava nel microfono. «Qui, Middletown!»
Era superfluo aggiungere altre parole. Non potevano infatti far funzionare un ricevitore per udire la risposta. Potevano solamente chiamare, per rendere nota la loro presenza e attendere, nella speranza che qualsiasi altro essere vivente che ancora fosse rimasto sulla Terra morente ascoltasse l’appello e venisse da loro.
Una fitta folla lo guardava, al di là della porta, mentre egli trasmetteva il suo appello. Quella folla rimase là tutta notte, e il giorno seguente, e il giorno seguente, e il giorno successivo ancora. Stavano tutti in silenzio, ma la speranza che si leggeva sui loro visi turbava fortemente Kenniston. Mentre altri due giorni passavano, sentiva in sé tutta l’ironia di quelle futili parole che andava ripetendo all’etere.
«Qui, Middletown!»
Ma a chi si rivolgeva, quel suo appello? A una Terra morente, ormai vuota di ogni presenza umana. A una sfera fredda e arida che aveva spacciato l’umanità chissà quanti milioni di anni prima. Eppure, nonostante ciò, doveva continuare nel suo compito, doveva continuare a trasmettere quell’appello, quel grido di un uomo perduto attraverso le epoche che cercava gli altri esseri della sua specie, quel grido che egli ben sapeva nessun orecchio umano poteva più ascoltare, sulla Terra.
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