Era una cosa troppo enorme, troppo inconsueta, e Kenniston capiva benissimo ciò che essi sentivano. Persino un abitante di New York sarebbe rimasto stupefatto davanti a quelle immense torri. Gli abitanti di Middletown, poi, abituati alle loro piccole case coperte di ardesia, ai loro piccoli edifici di mattoni, dovevano sentire un senso di oppressione, non disgiunto da un vago timore.
La testa della carovana raggiunse un punto sbarrato da corde. Queste vennero tolte e le macchine proseguirono.
La squadra di avanguardia di Hubble era pronta. Senza quegli uomini risoluti, la sistemazione di quasi diciassettemila persone in quartieri improvvisati, sarebbe stata impossibile. Per merito loro, dopo i primi momenti di caos, ogni cosa fu sistemata senza molto rumore. Uomini e donne si muovevano con una specie di attonita docilità, osservando di sfuggita la polvere e le ombre, le grandi finestre e le alte stanze deserte, quasi timorosi di alzare il tono della voce. Gradatamente il rombo dei motori si spense e le strade assunsero un aspetto spettrale nel loro immenso, soprannaturale silenzio. Era un silenzio tanto profondo che neppure il suono di molte voci, nemmeno il lavoro di scarico degli autocarri e delle macchine, potevano turbarlo. Ogni rumore andava disperso in quel cupo silenzio.
Kenniston fece il suo rapporto a Hubble e andò quindi in cerca di Carol. Qua e là, alcune persone sedevano ancora nelle macchine, rifiutando di muoversi da quell’ultima loro familiare realtà. Più avanti, una vecchia era accucciata nella polvere della strada e piangeva, stringendo a sé un fagotto di coperte. Quel sentimento di disperazione si impadronì anche di Kenniston. Quella gente non si sarebbe mai adattata. Aveva persino paura di incontrarsi con Carol; ma continuò a cercarla, finché la trovò.
Stava in una grande sala a volta, a livello della strada. In quell’ambiente stagnava un odore di polvere e di stantio. Altissime finestre lasciavano entrare quel poco di luce che era possibile, ma ciò nonostante, tutto l’interno era immerso nella penombra. Vi erano, in quella sala, venti donne di tutte le età e di tutte le condizioni. Tutte si affaccendavano attorno alle valigie e ai pacchi di viveri, non cessando però di lamentarsi sconsolatamente. Fra quelle venti donne c’erano Carol e sua zia.
Si erano un poco appartate dalle altre, in modo tutto caratteristico. La signora Adams si era lasciata cadere su un letto improvvisato e Carol stava mettendo un po’ d’ordine, come poteva, tra le poche cose che avevano portato.
«Va tutto bene?» le domandò Kenniston, ansiosamente, ed ella fece col capo un cenno affermativo. Dal suo giaciglio sul pavimento, la signora Adams bisbigliò, con voce lagrimosa: «Ma perché ci hanno portati qui, in questo posto orribile? Perché non ci hanno lasciati nelle nostre case?»
Carol le fece cenno di tacere, come se fosse una bambina capricciosa e testarda.
Due ragazze in lacrime si erano avvicinate a Kenniston per rivolgergli delle domande. Dietro di loro, una donna di mezza età, piccola e massiccia, andava su e giù sbattendo le porte.
«Dove sono i gabinetti?» chiedeva, in tono bellicoso.
Kenniston condusse Carol nel vano di una porta, dove avrebbero potuto stare un momento tranquilli, anche se non era possibile rimaner soli.
«So che per te è una cosa molto dura, ma è solo per poco... voglio dire... questa specie di promiscuità. C’è posto in abbondanza per tutti, qua dentro, e potrete scegliervi i locali che più vi piacciono, tutti per voi. Posso portarti qualsiasi cosa ti occorra, da casa tua, i tuoi libri, gli oggetti che preferisci, anche i mobili, se vuoi...»
Ma Carol lo interruppe.
«No! Non voglio che si tocchi nulla, là. Voglio che tutto rimanga come l’ho lasciato. Potrò almeno ricordare la mia casa così com’è sempre stata, e chissà che...» Scosse il capo, poi proseguì: «Ken, il vecchio signor Peters, che abitava nella nostra via, ha avuto un altro colpo, quando siamo giunti qui. Lo hanno portato via in una barella. Stava morendo, e ho visto il suo viso. Guardava quegli enormi e spaventosi edifici, con un viso così smarrito e pieno di spavento. Cercava di capire, di capire, e non poteva.» La fanciulla rabbrividì.
«La morte non è una cosa bella, in qualsiasi luogo avvenga» disse Kenniston. «Ma siamo giovani e forti e non stiamo per morire.» Prima di lasciarla, aggiunse: «Un bambino è nato durante il percorso. Pensa a questo, Carol, invece di pensare a quel povero vecchio moribondo.»
Se ne andò, depresso e turbato. Carol gli era apparsa diversa, e non credeva che fosse unicamente a causa della stanchezza. Forse Carol aveva legami tanto profondi con Middletown, con la mentalità di quella cittadina, col suo modo di vita, da non riuscire a dimenticare. Ebbene, quel modo di vivere era andato in frantumi, ora, e lei e tutti gli altri avrebbero dovuto adattarsi.
Immerso in questi angosciosi pensieri, Kenniston aveva oltrepassato due piazze, prima di accorgersi che un mutamento era avvenuto nelle strade. Cercò di capire che diavolo fosse. La gente si era quasi tutta riparata negli edifici, ora, e pochissimi erano rimasti nelle automobili, ma non era questo. Vi era qualche cosa, qualche cosa...
Le strade erano diventate improvvisamente vive e non capiva perché.
Poi, d’un tratto, capì. Erano stati i bambini. Intimoriti dapprima dalla stranezza del posto e dal comportamento dei grandi, avevano infine compreso che c’era tutta una città a loro completa disposizione... enormi edifici vuoti, pieni di misteri e di tesori, nuove strade, nuovi stretti passaggi, novità dovunque, un territorio assolutamente vergine, da esplorare... A due, a tre per volta, quegli spiriti avventurosi si erano accinti alla grande avventura. Grida e piccoli piedi in corsa risonavano ora dovunque, piccole figure apparivano qua e là sui marciapiedi, le loro ombre guizzavano in movimento, si udivano le loro voci e il loro riso dovunque, insieme ai rimproveri adirati dei parenti. Un monello dal viso intelligente e furbo aveva scoperto che poteva provocare l’eco. Un altro, affascinato dalle immacolate distese di muri bianchi e lisci, vi stava tracciando con un pennarello dei caratteri calligrafici che gli parvero diventare sempre più grandi. Quel piccolo accidente!, pensava Kenniston, divertito. Affrettò il passo, subitamente rinfrancato. Capiva che tutto sarebbe andato bene, ormai. La razza umana era una razza dura a morire, dopo tutto!
Altre prove ne ebbe nei due giorni che seguirono. Le grandi ondate di evacuazione riversarono altre migliaia e migliaia di persone, attraverso le colline polverose, entro la grande porta che si apriva per lasciarle passare. E per quelli che vennero il secondo e il terzo giorno, la prima impressione non fu tanto brutta come per la prima carovana di evacuazione. I primi diciassettemila pionieri avevano spezzato l’incanto e la maledizione di quel vuoto silenzio. Cucine comuni, funzionanti a petrolio e a benzina, riempivano l’aria col casalingo e ravvivante odore del caffè. Vi erano cibi caldi, l’eccitazione di ricercare gli amici, il desiderio di scambiarsi impressioni. Massaie infaticabili si affaccendavano con le scope, inducevano i mariti a pulire le finestre, sculacciavano i bambini irrequieti. E le automobili si allineavano, in file interminabili, lungo le strade e i viali di quella specie di città di sogno, in una Terra più vecchia, una Terra del futuro.
Il terzo giorno furono trasportati i malati, che vennero ospitati in un grande edificio convertito in ospedale. Arrivarono anche i carcerati, che furono rinchiusi in un altro edificio. Un enorme palazzo della piazza centrale diventò il nuovo Municipio. E al cadere della terza notte non restò più, a Middletown, anima viva. Tutti i suoi abitanti erano stati accolti sotto la grande cupola della città sconosciuta.
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