Edmond Hamilton - Agonia della Terra

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Una bomba superatomica viene lanciata, da una nazione sconociuta, su una piccola città americana dove si cela un centro per le ricerche atomiche. L’esplosione ha per effetto di rompere la continuità del tempo e sbalestrare la piccola città, intatta, in un’epoca dell’avvenire, a milioni di anni nel futuro, in una Terra morente e arida, inabitabile e deserta. La Federazione delle Stelle, che governa tutti i mondi del futuro, interviene per evacuare la popolazione della città su un altro pianeta. Ma la popolazione si ribella, e, con l’aiuto di uno scienziato del futuro, alla Terra morente viene iniettata una potente carica atomica che ha la virtù di riscaldarla nuovamente. Gli ultimi superstiti rimangono quindi sulla Terra rinata e la vita degli abitanti della piccola città può riprendere il suo corso normale, nella eterna storia dell’Universo.

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«Qui, Middletown!... Qui, Middletown!...»

9

Nessuna risposta

Alcune settimane erano ormai trascorse, mentre Kenniston e Beitz, dandosi il cambio, continuavano a trasmettere l’appel­lo. Ma dal silenzio che pesava sulla Terra morente non era ve­nuta alcuna risposta. Per ore e ore avevano ripetuto quelle parole, ormai divenute senza senso. Fra l’uno e l’altro di que­gli assurdi appelli, avevano cercato di manipolare gli strani ricevitori senza alcun risultato positivo. Per Kenniston di­ventava sempre più penoso il momento in cui doveva lascia­re quell’edificio e attraversare la piccola folla di abitanti pie­ni di speranza che era sempre adunata all’esterno.

«No, non ancora» doveva dire, cercando sempre di mo­strarsi fiducioso. «Ma può darsi che presto...»

«Ma può anche darsi che non riuscirai mai» obiettava Carol, disperatamente, quando erano soli. «Se qualcuno avesse udito, avrebbero ormai potuto raggiungerci, da qual­siasi parte della Terra, in tutte queste settimane!»

«Può anche darsi che non abbiano aeroplani» ribatteva Kenniston.

«Se avevano radiotrasmittenti tanto complicate avreb­bero dovuto pur avere anche aeroplani, non ti pare?»

La logica di Carol era ineccepibile. Per un momento Ken­niston rimase in silenzio. Poi aggiunse: «Non dir nulla di tutto ciò, Carol, a nessuno, te ne prego. Tutta quella gente spera sempre... È questa speranza che li spinge ad andare avanti. La speranza di trovare altra gente. Senza di essa si sentirebbero tremendamente sperduti.» Sospirò, e poi ag­giunse: «Continueremo a lanciare i nostri appelli. È tutto quello che possiamo fare. E può darsi anche che McLain e Crisci trovino qualcuno, là, nella pianura. Dovrebbero ormai essere di ritorno.»

McLain era infatti riuscito a organizzare una spedizione per esplorare le regioni circostanti. C’erano volute intere set­timane di preparazione, per predisporre i serbatoi di benzina necessari, per progettare le vie da seguire. Due settimane prima, infine, la piccola carovana di jeep era partita e avrebbe dovuto essere ormai di ritorno.

E mentre quella carovana andava alla ricerca della vita nella desolata pianura polverosa, mentre Kenniston e Beitz continuavano a lanciare i loro appelli senza risposta, la vita proseguiva, a Nuova Middletown.

Hubble aveva contribuito a progettare uno schema di la­voro. Occorreva ormai preparare i serbatoi idroponici. L’in­tera città doveva essere ripulita dalla polvere. I viveri portati da Middletown dovevano essere inventariati.

Una squadra di funzionari scelti aveva assegnato gli uomi­ni ai vari lavori. Ogni uomo aveva il suo compito, le sue ore di lavoro, la sua paga in tessere di razionamento. Le scuole era­no state rimesse in attività. I tribunali e la legge funzionava­no nuovamente, benché a tutti fosse concessa la libertà, sal­vo che nei casi più gravi.

Bambini nascevano ogni giorno a Nuova Middletown. La mortalità fu dapprincipio molto alta, specialmente fra i vec­chi che non potevano sopportare di star lontani dalle case nelle quali erano vissuti. Un tratto di terra, al di fuori della cupola, era stato accuratamente cintato e serviva da cimite­ro. Ma, sotto quella bene organizzata attività, c’era pur sem­pre una città in attesa. Una città che attendeva, con terribile ansia, una risposta a quell’appello che veniva continuamente lanciato, ogni ora, nello spazio, in quell’infinito silenzio sen­za risposta.

Kenniston capiva l’inutilità di quell’appello. Non riusciva nemmeno a capire bene i trasmettitori che usava. In quelle settimane ne aveva persino smontato completamente uno senza poter riuscire a comprendere l’enorme complessità dei suoi circuiti. Era sicuro che venissero usate radiofrequenze assai lontane dallo spettro elettromagnetico del ventesimo secolo. Ma la maggior parte dei circuiti rimanevano per lui un mistero. Le parole impresse sugli apparecchi non erano affatto comprensibili, erano scritte in quella medesima lin­gua, completamente ignota, che era stata usata per tutte le scritte della città. Non poteva far altro che continuare a lan­ciare quell’eterno appello, quel messaggio pieno di speranza, nell’ignoto.

«Qui, Middletown! Qui, Middletown!»

Infine, ritornò anche la spedizione di McLain. Carol corse da Kenniston con la notizia. Kenniston si recò con lei alla porta della città, dove migliaia di abitanti si erano già ansio­samente radunati.

«Hanno dovuto sostenere una dura fatica» disse Kenniston, mentre le macchine si fermavano davanti alla porta. McLain, Crisci e gli altri avevano la barba lunga e incolta, erano coperti di polvere e apparivano esausti. Alcuni erano accasciati sui sedili.

La voce di McLain tuonò, in risposta alle domande che gli venivano rivolte da tutte le parti.

«Vi diremo tutto più tardi! Per il momento siamo stanchi morti, non ne possiamo più.»

Ma la voce affaticata di Crisci lo interruppe.

«Perché non dirlo subito? Hanno il diritto di saperlo!» Si volse verso la folla, d’improvviso ammutolita, e disse: «Abbia­mo trovato qualche cosa, sì. Abbiamo trovato una città, due­cento miglia a ovest da qui. Una città protetta da una cupola, proprio come questa, e quasi grande come questa.»

Bertram Garris fece allora la domanda che urgeva nella mente di tutti.

«Ebbene? C’erano abitanti, in quest’altra città?»

«No» rispose Crisci, abbassando la voce. «Non c’era nessuno. Nemmeno un’anima. Era una città morta, morta da molto tempo.»

«È vero» aggiunse McLain. «Non abbiamo visto segni di vita, in nessun posto, se si eccettuano alcuni piccoli ani­mali che abbiamo notato nella pianura.»

Carol, di colpo impallidita, si volse verso Kenniston.

«Ma allora non c’è più nessuno, sulla Terra? Siamo noi, gli ultimi?»

Un silenzio di morte era piombato sulla folla in attesa. Tutti i presenti si guardarono, ammutoliti. Fu in quel mo­mento che Bertram Garris dimostrò una inattesa capacità organizzativa. Salì di colpo su una delle jeep e si mise a parla­re, allegramente.

«Ascoltatemi, gente! Non dovete lasciarvi abbattere da questa notizia! La spedizione di McLain ha percorso sola­mente duecento miglia, e la Terra è enormemente più vasta. Ricordatevi che gli appelli del signor Kenniston vengono tra­smessi ogni ora.» E proseguì, con sempre maggiore cordia­lità: «Abbiamo tutti lavorato sodo, e abbiamo bisogno di un po’ di divertimento. Perciò questa sera faremo una grande fe­sta nella piazza maggiore. Sarà la festa della nostra città... Dite a tutti di venire!»

La folla si rianimò un poco. Ma, mentre tutti si allontana­vano, Kenniston vide che alcuni si voltavano a guardare an­cora, con viso rattristato, le jeep appena arrivate.

«È stata una buona idea, la vostra» disse a Garris. «Proprio quello che ci voleva per distogliere la loro attenzione dagli avvenimenti.»

Il sindaco apparve compiaciuto.

«Certo! Sono troppo impazienti. Non capiscono che può anche essere necessario molto tempo, prima che possano ri­spondere ai nostri appelli.»

Kenniston capì allora che la fiducia di Garris non era af­fatto una finta. Malgrado la nuova rivelazione, tutt’altro che confortante, il sindaco era ancora fiducioso che vi fossero al­tri esseri umani sulla Terra.

Ma Hubble si fece cupo, quando udì la notizia.

«Un’altra città morta? Allora non c’è più alcun dubbio. La Terra dev’essere proprio assolutamente senza vita.»

«Devo ancora continuare a lanciare gli appelli per radio?»

Hubble esitò.

«Sì, Ken» disse poi. «Ancora per un poco. Non dob­biamo guastare la loro festa, questa sera.»

La festa della città, quella sera, ebbe l’insolito lusso della luce elettrica, fornita da un generatore portatile. Un’orche­stra era stata collocata su una piattaforma e un vasto spazio era stato cintato per le danze. Kenniston si mescolò alla folla, con Carol, perché Beitz si era offerto di prendere il suo posto. Tutti lo conoscevano e lo salutavano, ma Kenniston osservò che non gli chiedevano più, ora, se i suoi appelli avessero avuto risposta.

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