Bob Shaw - Il terzo occhio della mente

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Il terzo occhio della mente: краткое содержание, описание и аннотация

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Fu mentre si versava il caffè della prima colazione che John Redpath s’accorse qualcosa di “strano”, di qualcosa “che non andava”, pur non riuscendo a capire che cosa fosse… Restò un momento a guardarsi intorno, poi tese l’orecchio per sentire se, tra i rumori familiari del mattino presto, nello stabile in cui abitava, ne mancasse qualcuno, ovvero ce ne fossero degli insoliti… Questo tradizionale (e insuperato) modo di cominciare una storia di fs, ben pochi oggi possono permetterselo. Bisogna infatti che un romanzo possa competere con i classici, per non deludere le aspettative suscitate nel lettore da un inizio di questo tipo. Ma per Bob Shaw, autore di “Quando i Neutri emergono dalla Terra”, la difficoltà non esiste: ogni suo nuovo romanzo, comunque cominci, s’impone immediatamente come un classico.

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— Io non gioco.

— Ma questo non è giocare, John. Si tratta solo di spillare un po’ di soldi agli allibratori, di fargli sganciare qualcosa per una buona causa. Allora, dieci sterline su Swordsmith, d’accordo?

— Senti, ti ho già detto… — Redpath s’interruppe a metà della frase, irritato, improvvisamente conscio della mostruosa ingiustizia di quello che gli stava succedendo. Aveva un bisogno estremo di prendere fiato, di nascondersi anche solo per un giorno o due, di pensare e di venire a patti con se stesso. Un omicidio non è una sciocchezza, e un omicida, perdio, ha diritto a un po’ di solitudine, di riflessione, senza essere disturbato dal primo cretino che passa. Redpath soffocò il desiderio di scappare, alzò gli occhi sulle scale e vide due donne che lo scrutavano dal pianerottolo.

Una era Betty York, vestita esattamente come quando si erano incontrati al parco, con la giacca di velluto e i jeans stinti. L’altra, per quanto non la vedesse molto bene, era una vecchietta molto alta e curva, col vestito lungo fino alle caviglie. I suoi capelli bianchi erano raccolti a crocchia. Aveva un paio di occhiali senza montatura, assicurati al collo da un nastro di stoffa nera. Dava l’idea di essere una donna fragile, dolce; eppure nel suo aspetto c’era qualcosa di sottilmente sbagliato, qualcosa che Redpath. per quanto confuso, trovò pauroso.

“Non può essere un uomo travestito. Non può essere Anthony Perkins che si prepara a uccidere Janet Leight. Sarebbe troppo, persino in questa casa balorda.”

— Ma guarda chi c’è — disse Betty York, scendendo verso di lui. — Sei andato a fare le valigie, tesoro? — Nel suo comportamento non c’era proprio niente che lasciasse intendere che fra di loro, di sopra, era successo qualcosa di strano. Redpath ne fu profondamente sollevato.

— Non ho valigie — mormorò. — Ho solo la bicicletta.

— Dirò ad Albert di sistemarla sul retro della casa.

— Grazie.

— Sei arrivato al momento giusto, sai. — Betty lo prese per il gomito, lo trascinò su per le scale. — Una stanza così carina, in una zona come questa, va a ruba. Se avessi messo un annuncio sul giornale l’avrei già affittata una decina di volte. E a un prezzo molto alto.

“Soldi” pensò Redpath. “La gente usa ancora quei pezzi di carta che si chiamano soldi.”

— Volevo proprio parlare dell’affitto — disse. — Temo di non avere…

— Non preoccuparti per l’affitto, figliolo. — Tennent gli rivolse un cenno d’intesa, una strizzatina d’occhi incredibilmente lenta. — Il tuo affitto lo pago io. Domani avrai tutti i soldi che vuoi.

— Lascialo in pace — disse Betty. — Non gli interessano i tuoi sistemi per arricchire in fretta. Vieni, John.

Redpath annuì, remissivo. “Ha cambiato ruolo. Non è più l’adescatrice, è la chioccia. Cos’è successo?” Seguì Betty su per le scale, arrivò al pianerottolo, fece in tempo a vedere la vecchietta che scompariva nella prima camera da letto a destra. La vecchietta non chiuse la porta. Restò a guardare Redpath che passava, con la faccia incartapecorita coperta di cipria che spuntava da dietro il battente.

— La signorina Connie — disse Betty, sottovoce. — Non farle caso.

Redpath, che stava tentando di distogliere lo sguardo dalla signorina Connie, lanciò una occhiata involontaria nella sua direzione. La stanza della vecchietta era coloratissima, un insieme di rettangoli dai colori abbaglianti e di scintillii metallici. La scena scomparve prima che lui avesse il tempo di interpretarla; ma quando cominciò a salire la seconda rampa di scalini capì che la stanza della signorina Connie era piena zeppa di cibi in scatola, in quantità sufficiente a riempire un negozio di dimensioni modeste. Sul letto c’erano dei cartoni vuoti, e l’aria lì attorno aveva gli stessi odori di un negozio d’alimentari: pancetta, caffè, arance, detersivi.

“Forse è un negozio sul serio. Ricordi la signora Crangle, che aveva messo un bancone in soggiorno e vendeva mele cotte? E Gus Minihan, che aveva cercato di trasformare il suo garage in una birreria? Però la signorina Connie dovrebbe mettersi a vendere al pianterreno…”

— Eccoci qua, tesoro. — Betty si fermò davanti alla porta della camera da letto, si voltò a guardare Redpath. Le scale le avevano messo il fiatone. I suoi seni abbondanti si alzavano e si abbassavano sotto la camicetta. Redpath notò il fenomeno con distacco assoluto, protese le dita verso la maniglia, ansioso di entrare in camera e chiudere la porta a chiave e restare solo con se stesso.

Betty gli guardò la mano. — Ti sei tagliato?

— Non è niente. Un pezzo di vetro.

— Mi faccio dare un cerotto dalla signorina Connie.

— No, non preoccuparti. Sono solo un po’ stanco, è tutto. Vorrei riposare. — Redpath entrò nella stanza. Era un sollievo che Betty non cercasse di seguirlo. — Se riesco a dormire per un paio d’ore, poi possiamo parlare dell’affitto e di tutto il resto. Okay?

Betty annuì, gli rivolse un sorriso comprensivo. — Sei nei guai, tesoro?

— Perché me lo chiedi? — Redpath cercò di mostrarsi indignato.

— Qui sarai al sicuro, tesoro. Qui nessuno può trovarti.

— Grazie. — Redpath chiuse la porta. Assalito dal panico, cominciò a dondolare la testa. “È incredibile, maledizione. Va bene che a volte le padrone di casa esagerano, ma questo è un po’ troppo. Perché mi ha detto che qui sono al sicuro? Che razza di posto è questo? Cosa ci faccio qui?”

Scrutò la stanza, studiò il linoleum sporco, i mobili tutti diversi, le due luci; poi si avvicinò alla finestra. Fuori, l’unica cosa diversa era l’angolazione delle ombre. C’era sempre quell’interruzione nella fila di case che gli lasciava vedere Calbridge, e, come già era successo prima, lui pensò che il panorama della città fosse meravigliosamente attraente; però adesso tutte quelle cose, tutta quella normalità, erano lontanissime, irraggiungibili. Impossibile sedersi al tavolino di un bar, sfogliare i settimanali spiegazzati del barbiere, riportare un libro in quel santuario di quiete che era la biblioteca pubblica…

Si aggrappò alla traversa centrale della finestra e spinse con tutta la sua forza, quasi sperando che il legno cedesse. La finestra tremò leggermente. Un pezzetto di carta, che forse serviva a impedire le vibrazioni, cadde da un cardine. Lo raccolse soprappensiero, lo srotolò. Sul foglio era stampata un’intestazione: Commodore Hotel, Hastings, Sussex. Automaticamente, i suoi occhi lessero le parole scritte con un pennarello verde.

“La cheratina è una proteina fibrosa che contiene quantità notevoli di zolfo. È presente nell’epidermide dei vertebrati e forma gli strati esterni della pelle, molto resistenti; inoltre forma capelli, piume, scaglie, unghie, artigli, zoccoli e i rivestimenti esterni delle corna dei buoi, dei montoni, eccetera. Il che significa che, a parità di peso, probabilmente un volatile è un migliore…”

Redpath fissò quelle righe, rabbioso perché non avevano il minimo rapporto con la sua odissea; poi appallottolò il foglio. Si girò, si buttò sul letto, e immerse la faccia nei cuscini.

— Mi spiace tanto, Leila — mormorò. — Mi spiace di essere possessivo, mi spiace di aver pensato che sei fredda come il ghiaccio, mi spiace di averti trafitta con quel coltello… Leila! Leila!

L’incubo cominciò in sordina. Sembrava un incubo di seconda classe.

Redpath, che era un esperto in faccende del genere, aveva studiato il suo sistema di classificazione in gioventù. Gli incubi di prima classe erano i peggiori, quelli che violentavano l’anima, che distruggevano la mente; erano i sogni da cui si svegliava urlando e che lo costringevano a vedere l’alba leggendo giornali in cucina. Rimettersi a dormire sarebbe stato un rischio, perché il suo inconscio era stato contaminato da qualcosa di orribile, da una presenza mostruosa che solo la luce del mattino poteva disperdere. Redpath sapeva benissimo che gli incubi di prima classe erano tanto terribili perché all’inizio non sembravano incubi, e così lui si trovava del tutto indifeso, era portato a credere che si trattasse di avvenimenti reali.

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