Poul Anderson - La luna dei cacciatori

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La luna dei cacciatori: краткое содержание, описание и аннотация

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Vincitore del premio Hugo per il miglior racconto
in 1979.

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— Quest’idea sarebbe già dovuta venirmi — aveva detto. — Vivendo nell’humus, quei vermi devono influenzare la crescita delle piante.

Era necessario trovare un terreno più umido di quello di Port Kato, quindi si erano allontanati di parecchi chilometri fino a raggiungere un lago; il cammino era facile perché il denso fogliame degli alberi impediva la crescita del sottobosco, la morbidezza del suolo attenuava il suono dei passi e gli alberi formavano alte navate arcuate dove multipli raggi di sole trapassavano il velo di oscurità e di aromi per punteggiare il sole o rimbalzare su piccole ali, mentre un suono simile a quello di una lira scaturiva da una gola invisibile.

— Com’è bello! — aveva esclamato Piet dopo un po’.

Stava guardando Jannika, e non il paesaggio circostante, e la donna si era resa improvvisamente conto della bionda avvenenza del compagno. E della sua giovane età, aveva rammentato a se stessa, dal momento che Piet era più giovane di lei di quasi dieci anni, per quanto fosse maturo, riflessivo, educato e completamente uomo.

— Sì — aveva sbottato. — Vorrei poter apprezzare tutto questo quanto te.

— Non è la Terra — aveva risposto Piet, precisando, e Jannika si era accorta che la sua risposta non era stata così impersonale come lei avrebbe voluto.

— Non mi stavo commiserando — aveva ribattuto in fretta, — per favore, non lo pensare. Io vedo la bellezza, il fascino, la libertà che ci sono qui… oh, sì, siamo fortunati, qui su Medea. — E, tentando di ridere, aveva aggiunto: — Sulla Terra cosa avrei potuto fare per gli uranidi?

— Tu li ami, vero? — le aveva chiesto gravemente Piet, e, quando Jannika aveva annuito, aveva posato la mano sul braccio nudo di lei. — Tu hai una grande quantità di amore in te, Jannika.

Lei aveva fatto uno sforzo confuso per vedersi con gli occhi di lui: una donna di mezza altezza, con una figura che sapeva essere splendida; i capelli scuri lunghi fino alle spalle e solcati da ciocche grige che avrebbe voluto Hugh definisse premature. Zigomi alti, naso all’insù, mento appuntito, grandi occhi castani, pelle color avorio. Eppure, sebbene scapolo, un giovane attraente come lui non doveva essere certo alla disperazione, e doveva aver modo d’incontrare in città ragazze con cui poi tenersi in contatto via holocomunicatore. Non avrebbe dovuto dimostrare tutta quell’ammirazione per lei, e lei non avrebbe dovuto mostrarsi ricettiva. Era vero che aveva avuto altri uomini, prima e dopo sposata, ma mai a Port Kato, perché c’erano troppe probabilità di complicazioni; anzi, si era infuriata quando Hugh si era lasciato coinvolgere in una relazione locale. Ancora peggio, sospettava che Piet potesse vedere in lei qualcosa di più di una possibile compagna di baldorie, il che avrebbe potuto rovinare la vita di tutti gli interessati.

— Oh, guarda! — aveva esclamato, liberandosi dalla sua stretta per indicare un gruppo di piramidi di semi, mentre la mente le forniva soccorso per uscire dalla situazione. — Volevo dirtelo prima ma me ne sono completamente scordata: oggi ho ricevuto una chiamata dal Professor al-Ghazi. Pensiamo di aver scoperto cosa spinge quei bruchi luminosi ad avere la metamorfosi ed a sciamare in aria.

— Eh? — Piet aveva sbattuto le palpebre. — Non mi ero accorto che qualcuno ci stesse osservando.

— Ecco, si tratta di un’idea che mi è venuta in mente dopo che il mio particolare uranide mi aveva indotta a riflettere sulla cosa. Lui, A’i’ach, voglio dire, mi ha spiegato che l’epoca non è strettamente stagionale… questo non è necessario qui ai tropici… ma è determinata da Jason… dalla luna — aveva aggiunto, perché il nome che gli umani avevano attribuito al più interno dei satelliti maggiori somigliava ad una parola con cui i dromidi dell’area di Enrique indicavano un vento corrispondente al vento di scirocco, parola che gli umani avevano adottato a loro volta. — Lui dice che la metamorfosi si verifica durante il particolare passaggio di Jason davanti ad Argo. Questo avviene approssimativamente ogni quattrocento giorni. Per essere esatti, si tratta di un intervallo di cento ventisette giorni medeani. I nativi di questo pianeta sono altrettanto consapevoli dei corpi celesti come in qualsiasi altro luogo, e gli uranidi hanno trasformato lo sciamare delle larve luminose in un evento di festa, perché pare che queste siano deliziose da mangiare. Ebbene, tutto ciò mi ha suggerito un’idea, quindi ho chiamato il Centro ed ho richiesto un calcolo astronomico. A quanto sembra, avevo ragione.

— Rapporti astronomici per vermi sotterranei! — aveva esclamato Marais.

— Ecco, ricorderai indubbiamente come Jason provochi un’attività elettrica nell’atmosfera di Argo, come fa Io con Giove… nel sistema solare della Terra… In questo caso, si tratta di un effetto-raggio prodotto da una delle frequenze radio così generate, una sorta di maser naturale. Di conseguenza, quelle onde raggiungono Medea soltanto quando le due lune sono allineate fra di loro, e questo è il periodo esatto che il mio amico stava descrivendo. Anche la fase è giusta.

— Ma come fanno i vermi ad individuare un segnale tanto debole?

— Credo che sia chiaro che lo fanno. Quanto al come, non posso dirlo senza l’aiuto di specialisti. Ricorda però che Phrixus ed Helle creano poca interferenza e che possono esistere organismi straordinariamente sensibili. Lo sapevi che ci vogliono meno di cinque fotoni per attivare la porpora visiva, nel tuo occhio? Suppongo che le onde provenienti da Argo penetrino di qualche centimetro nel suolo ed azionino una catena di reazioni biochimiche. Senza dubbio si tratta di una reliquia evolutiva risalente al tempo in cui le orbite di Jason e Medea s’intersecavano esattamente ad ogni stagione. Le perturbazioni continuano a modificare i movimenti delle lune, lo sai.

— Io so — aveva replicato Piet, dopo una lunga pausa di silenzio, — che tu sei una persona straordinaria, Jannika.

La donna aveva nel frattempo riacquistato un autocontrollo sufficiente a condurre la conversazione fino a quando erano arrivati al lago, ma laggiù, per un momento, si era sentita nuovamente scossa.

Un canneto lo celò al loro sguardo finché lo ebbero superato per andare ad arrestarsi su una spiaggia ricoperta di erba simile a muschio e del colore dell’ambra. Vergine da manipolazioni umane, l’acqua giaceva schiumosa, gorgogliante ed odorosa. La vista dei morbidi colori e l’odore di cose viventi non era spiacevole, era una cosa normale su Medea… ma com’era limpido e brillante l’azzurro argenteo del Neusiedler See in Danubia! Jannika lasciò sfuggire fra i denti un respiro sibilante.

— Cosa c’è che non va? — aveva chiesto Piet, seguendo la direzione del suo sguardo. — I dromidi?

Un gruppo di quegli esseri era venuto a bere, ad una certa distanza, e Jannika li stava fissando come se non ne avesse mai visti in precedenza.

Il più vicino dei dromidi era una giovane adulta, presumibilmente vergine, dal momento che aveva ancora sei gambe. Dallo snello torso munito di una lunga coda scaturivano due braccia da centauro, quindi, più su, c’era una testa volpina che raggiungeva un’altezza equivalente a quella del torace di Jannika. Il pelame della creatura brillava di un colore nerazzurro sotto la luce dei due soli. Il bagliore di Argo era coperto dalla foresta.

Un terzetto di madri dotate di quattro gambe sorvegliava otto cuccioli. Un gruppetto di quei cuccioli indicava, per le dimensioni raggiunte, che le madri avrebbero presto avuto un’altra ovulazione, avrebbero concepito nuovamente e quindi da esse si sarebbe staccato il secondo segmento, che avrebbero curato fino a che fosse nato il piccolo vero e proprio. Un altro membro del gruppo era già giunto a quello stadio della sua vita, e camminava su due gambe, non essendo più una femmina funzionante bensì un esemplare in cui non si erano ancora sviluppate le gonadi maschili.

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