«È una follia. Volevo eseguire l’autopsia al più presto possibile. Il cadavere avrebbe rivelato degli indizi solo per un breve periodo di…»
«Risparmiati la lezione per qualcun altro a cui importi» disse King. «Scommetto che Kyle era giunto alle mie stesse conclusioni e aveva cercato di ricattarti. Perciò venisti da me con quella scusa, peraltro vera, che stava rubando farmaci dal tuo ambulatorio e li smerciava, e io ti dissi che avrei detto a Todd di andare a casa di Kyle in giorno successivo. Solo che per allora l’avresti ucciso. Forse andasti da lui subito dopo la nostra cena. E durante l’autopsia del suo cadavere scopristi convenientemente diverse prove che confermavano la tesi dell’omicidio. E naturalmente c’era Dorothea bell’e pronta per essere accusata, il che sono sicuro era il tuo intento. Scommetto anzi che l’avevi riconosciuta quella sera all’Aphrodisiac, e perciò sapevi che era lei la cliente tossicomane di Kyle.»
King la osservò. Sylvia ora lo stava semplicemente fissando con espressione assente. «Valeva la pena per un mostro come Battle? Valeva la pena, Sylvia? Per lui eri solo una delle tante. Non ti amava. Non amava nessuno.»
Sylvia impugnò il telefono. «Se non te ne vai immediatamente chiamo la polizia.»
King si alzò. «Ah, tanto perché tu lo sappia: è stato Eddie a mettermi sulla buona strada. Sapeva che avevi ucciso tu suo padre. Ecco perché voleva giustiziarti.»
«Sicché adesso dai ascolto agli assassini condannati?»
«Hai mai sentito parlare di un certo Teet Haerm?»
«No.»
«È un uomo che abitava in Svezia. Forse vive ancora là. Negli anni Ottanta fu accusato di aver commesso svariati omicidi. Fu arrestato e condannato, ma qualche anno dopo venne scagionato e fu rimesso in libertà.»
«E questo che cosa c’entrerebbe con me?» disse Sylvia in tono gelido.
«Teet Haerm era il medico legale di Stoccolma. Si dice che abbia persino eseguito le autopsie sui cadaveri di alcune delle sue vittime. Probabilmente non era mai successo prima e lui fu il primo caso. Almeno finora. Eddie si era lasciato dietro un indizio, solo che di proposito lo aveva scritto in modo scorretto, cambiando una vocale. Dopotutto voleva essere il primo ad arrivare fino a te.» Fece una breve pausa e poi soggiunse: «Non so se Teet fosse davvero colpevole o meno, ma di sicuro so che tu lo sei».
«E tu non puoi provare una sola parola di quel che hai detto.»
«Hai ragione, non posso» ammise King. «Almeno non per il momento. Ma lascia che ti dica una cosa, madame: continuerò a provarci. Nel frattempo spero che i sensi di colpa ti rovinino la vita.»
King varcò la soglia e con decisione chiuse la porta dietro di sé.
King e Michelle salirono a bordo del piccolo velivolo e volarono in South Carolina. Dall’aeroporto proseguirono in auto per un’ora fino al carcere di massima sicurezza in cui Eddie Battle era stato trasferito e in cui sarebbe stato detenuto per il resto dei suoi giorni. Michelle preferì restare fuori ad aspettare mentre King era a colloquio.
Eddie fu condotto in parlatorio con le manette, circondato da quattro robuste guardie che non gli levarono mai gli occhi di dosso. Gli avevano rasato i capelli a zero, e sul volto e sulle braccia erano evidenti diverse cicatrici e segni di percosse che King sapeva gli erano state inflitte da quando era in carcere. Si domandò quante altre fossero nascoste dalla tuta che indossava. Si sedette di fronte a lui. Erano separati da una lastra di plexiglas spessa due dita. King era già stato istruito sulle regole dei visitatori, soprattutto non compiere gesti bruschi e non tentare mai di avere un contatto fisico con il detenuto.
King sapeva che non avrebbe avuto alcun problema a seguire quelle norme.
«Mi piacerebbe chiederti come va, ma lo vedo da me.»
Eddie alzò le spalle. «Non è poi tanto male. Qui dentro prevalgono i principi fondamentali. Uccidi o sei ucciso, e io sono ancora qui.» Il prigioniero rivolse a King un’occhiata che esprimeva curiosità. «Non mi aspettavo di rivederti.»
«Avevo alcune domande da porti. E poi c’era una cosa che volevo dirti. Che cosa vuoi sentire prima?»
«Comincia con le domande. La gente qui dentro non ne fa mai. Trascorre la maggior parte del tempo in biblioteca. A sollevare pesi, a giocare a palla, a organizzare squadre. Però non mi permetteranno di dipingere. Suppongo abbiano paura che affoghi qualcuno in un secchio. Che stronzata!»
«Prima domanda: è stato l’ictus di tuo padre a mettere tutto in movimento?»
Eddie annuì. «Ci pensavo già da parecchi anni. Non ero sicuro se avrei avuto o meno le palle per farlo veramente. Quando il vecchio è finito all’ospedale mi è scattato in testa qualcosa. Adesso o mai più.»
«Seconda domanda: perché uccidere Steve Canney? Pensavo che l’avessi fatto per tua madre, ma ora so che non è così.»
Eddie si agitò sulla sedia, facendo tintinnare le manette. Uno degli agenti di custodia gli lanciò un’occhiataccia. Eddie gli sorrise e agitò la mano in segno di saluto prima di rivolgere di nuovo l’attenzione a King. «I miei genitori hanno lasciato che mio fratello morisse, e mio padre se n’era andato in giro e aveva fatto un altro figlio con una sgualdrina qualunque. Be’, non volevo né mi serviva un altro fratello. Questo Canney era cresciuto sano e forte. Doveva essere lo stesso per Bobby, capisci? Doveva essere lo stesso per Bobby.» Ora la voce di Eddie si era alzata di tono, e i quattro agenti di custodia lo fulminarono con lo sguardo. King non sapeva se aver più paura di Eddie o di loro.
«Terza domanda: perché hai ucciso Junior? Sulle prime ho pensato che fosse a causa del furto, ma ora so che non te ne importava nulla. Allora, perché?»
«C’era un disegno di mio fratello che fu irrimediabilmente rovinato durante il furto.»
«Tua madre me l’ha mostrato.»
«Era un ritratto di Bobby Jr prima che si ammalasse gravemente.» Eddie si interruppe un istante e appoggiò le mani ammanettate sulla mensola di legno davanti a lui. «Lo avevo disegnato io. Adoravo quel ritratto. E volevo che restasse in camera di mia madre perché le ricordasse sempre quel che aveva fatto. Quando lo vidi rotto e strappato a metà, capii subito che avrei ucciso chiunque lo avesse ridotto così. Pensavo che lo avesse strappato Junior. Quella fu la sua condanna a morte.»
King represse un brivido alla spiegazione di Eddie per quell’omicidio e disse: «Nel caso ti interessasse, tua madre è rimasta molto sconvolta da tutto ciò, sebbene cerchi di non darlo a vedere».
«Si consideri fortunata che non abbia avuto il fegato di ammazzare lei. »
«Hai escogitato il piano di emulare dei famigerati serial killer per via di Chip Bailey?»
Eddie sogghignò. «Il vecchio Chippy. Sempre a vantarsi di continuo su quanto fosse astuto e intelligente più di chiunque altro, su quante cose sapeva sui famosi serial killer, sul loro modo di agire e la loro psicologia. Si vantava di saper rintracciare perfino il più scaltro di loro. Be’, ho semplicemente raccolto la sua sfida. Credo che i risultati parlino da soli.»
«Se tuo padre non fosse stato ucciso, che cosa avresti fatto?»
«Lo avrei ucciso io. Ma prima di farlo avevo intenzione di raccontargli di tutte le persone che avevo assassinato e perché. Volevo che sapesse che cosa aveva fatto. Una volta tanto nella vita volevo che si assumesse le sue responsabilità.»
«Ultima domanda: perché hai sottratto a ogni vittima un oggetto personale?»
«Per poter mettere tutto in casa di Harold Robinson e far ricadere la colpa dei delitti su di lui.» Eddie si interruppe ancora brevemente, con espressione corrucciata, e alla fine disse a bassa voce: «Mi sa che sono tale e quale il mio vecchio».
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