«Non ci è riuscita affatto» commentò King.
Savannah lo fissò negli occhi. «Il punto è proprio questo… Credo che si sia sempre sforzata di convincersi di avercela fatta. In privato odiava mio padre, eppure in pubblico lo idolatrava. Amava i suoi figli, eppure li ha sacrificati per preservare il suo matrimonio. Non ha senso. Quello che so è che voglio andarmene via da qui, il più lontano possibile. Impiegherò i prossimi dieci anni a tentare di capire. Ma lo farò a distanza.»
Si abbracciarono, e King le tenne aperta la portiera della macchina.
«Buona fortuna, Savannah.»
«Grazie, Sean. E ringrazia tanto anche Michelle per tutto quel che ha fatto.»
«Lo farò.»
«E dille che ho seguito il suo consiglio riguardo al mio tatuaggio.»
King la guardò perplesso ma non disse nulla. Agitò la mano mentre l’auto si allontanava.
La sua tappa successiva fu la sede della “Wrightsburg Gazette”, dove inconsapevolmente si sedette allo stesso lettore di microfilm usato da Eddie la notte in cui si era introdotto di nascosto nella redazione.
Esaminò una gran quantità di microfilm di vecchi numeri del giornale finché non arrivò alla data che stava cercando, il giorno in cui Edwards era stato licenziato. Non trovò quello che stava cercando. Poi gli venne da pensare che forse era accaduto troppo tardi per rientrare nell’edizione dello stesso giorno. Portò avanti il microfilm fino all’edizione del giorno successivo. Non fu costretto a consultare tutto il numero. La notizia era in prima pagina. Lesse attentamente l’articolo, si abbandonò contro lo schienale della sedia e alla fine appoggiò la testa sopra il braccio sulla scrivania mentre la sua mente iniziava a sondare fatti e ipotesi assolutamente impensabili.
Quando si alzò, notò il muro su cui Eddie aveva lasciato la scritta. Era stata cancellata con una spugna, ma erano rimaste le tracce delle quattro lettere.
TEAT
Pochi giorni prima, aveva giocato mentalmente con varie combinazioni del vocabolo inglese: tent , test , text… Niente sembrava andar bene. Eppure non credeva affatto che Eddie avrebbe scritto quella parola se non fosse stata importante.
Levò di tasca il cifrario e ci giocherellò. Per chissà quale motivo aveva preso l’abitudine di portarselo sempre dietro. In passato si era scoperto che la cosiddetta analisi della frequenza era in grado di decifrare una parola in codice di lunghezza media. Il metodo era semplice e diretto. Alcune lettere dell’alfabeto ricorrevano con maggior frequenza di altre. E la lettera che ricorreva più di tutte era la “ e”. Questa scoperta aveva avvantaggiato enormemente i decifratori di codici per un po’ di tempo, finché i codificatori non avevano di nuovo avuto la meglio qualche secolo più tardi.
King ruotò l’anello esterno del cifrario finché la “ e” non fu allineata con la “ a”. Ora era sfalsato di una sola tacca. Guardò il muro e sostituì mentalmente una lettera, una “ e” al posto di una “ a”. Ora la scritta era:
TEET
Neppure questo aveva senso. Che cos’era un teet ? Spinto da un tentativo azzardato, lasciò la sede del giornale e tornò in ufficio, si sedette al PC, scelse un motore di ricerca su Internet e digitando rapidamente sulla tastiera inserì “ teet” nella casella, seguita da “ crimine”, tanto per provare. Non si aspettava di trovare niente. Invece venne fuori un lungo elenco. Probabilmente tutta spazzatura inutile, pensò. Tuttavia, quando lesse proprio la prima voce in elenco, sobbalzò.
«Oh mio Dio» esclamò. Cliccò sulla voce, lesse tutto quello che c’era da leggere e si abbandonò contro lo schienale. Si portò una mano alla fronte: era calda e grondante di sudore, come il resto del corpo. «Oh mio Dio» ripeté.
Si alzò lentamente. Era contento che Michelle non fosse in agenzia. Non ce l’avrebbe fatta a guardarla in faccia. Non in quel momento.
Doveva cercare alcune conferme, tanto per essere certo. Dopo di che non avrebbe potuto fare altro che affrontare la questione. Sapeva che sarebbe stata una delle cose più difficili che fosse mai stato costretto a fare.
Due giorni dopo King entrò nel parcheggio pubblico e scese dall’auto. Entrò nella palazzina, chiese di Sylvia e fu indirizzato nel suo studio.
Sylvia era seduta alla scrivania, con il braccio sinistro legato al collo. Sollevò gli occhi e sorrise, poi si alzò e lo accolse con un affettuoso abbraccio.
«Ti senti ancora in qualche modo umano?» gli domandò.
«Ci sto arrivando» rispose lui in tono mesto. «Come va il braccio?»
«Quasi come nuovo.»
King si accomodò su una sedia di fronte a lei, mentre Sylvia si appoggiò al bordo della scrivania.
«Ti ho visto molto poco di recente.»
«Ho avuto parecchio da fare.»
«Ho due biglietti per una commedia a Washington per sabato prossimo. Sarei troppo sfacciata se ti chiedessi di venirci insieme a me? Camere d’albergo separate, naturalmente. Non correrai nessun rischio.»
King lanciò un’occhiata verso l’appendiabiti. La giacca, il golf e le scarpe della dottoressa erano in perfetto ordine.
«C’è qualcosa che non va, Sean?»
King riportò lo sguardo su di lei. «Sylvia, perché pensi che Eddie sia venuto da noi?»
Il contegno della dottoressa cambiò istantaneamente. «Perché è pazzo. Abbiamo contribuito a smascherarlo. O almeno tu. Ti odiava per questo.»
«Ma mi ha lasciato andare. E ha tenuto te. Ti ha fatta inginocchiare sul ceppo di un albero, e stava per decapitarti. Come un boia.»
L’espressione di Sylvia fu sconvolta dalla collera. «Sean, quell’uomo aveva già ucciso nove persone, molte delle quali a caso!»
King estrasse da una tasca una fotocopia ripiegata in quattro e gliela passò. Sylvia tornò a sedersi alla scrivania e lesse il foglio lentamente.
Alla fine alzò lo sguardo. «È l’articolo di giornale relativo alla morte di mio marito.»
«È morto investito da un pirata della strada. Il caso non fu mai risolto.»
«Vuoi che non lo sappia?» ribatté lei freddamente, riconsegnandogli il foglio. «E allora?»
«E allora la stessa notte in cui George Diaz venne ucciso, la Rolls-Royce di Bobby Battle fu danneggiata. Il giorno dopo la Rolls sparì nel nulla, e anche il meccanico che si occupava della collezione di auto d’epoca di Bobby.»
«Stai dicendo che il suo meccanico ha ucciso mio marito?»
«No, sto dicendo che l’ha ucciso Bobby Battle.»
Sylvia lo guardò, sbalordita. «Perché diavolo l’avrebbe fatto?»
«Per vendicarti. Stava vendicando la donna che amava.»
Sylvia scattò in piedi, aggrappandosi al bordo della scrivania. «Cosa diavolo stai cercando di fare?»
Ora fu King che mutò contegno. Si sporse in avanti. «Siediti, Sylvia. Ho parecchie altre cose da dire.»
«Io…»
«Siediti!»
La dottoressa tornò a sedersi lentamente sulla sua poltrona, senza mai staccargli gli occhi di dosso.
«Una volta mi hai detto di aver conosciuto Lulu Oxley nello studio del ginecologo. Accennasti al fatto che lei aveva cambiato dottore. Ma non era così. Lulu non ha mai cambiato ginecologo. Lo hai cambiato tu.»
«È forse un delitto?»
«Ci sto arrivando. Ho avuto il nome della tua nuova ginecologa dal tuo vecchio medico, e poi sono andato a farle visita. Sta a Washington. Perché così lontano, Sylvia?»
«Non sono affari tuoi, maledizione.»
«Quando tre anni e mezzo fa fosti operata, il chirurgo era tuo marito. Era il migliore, hai detto. Solo che quando ti operò aveva in mente anche qualcos’altro. Dopo aver parlato con un amico chirurgo ho saputo che un’operazione per eliminare un diverticolo perforato è una delle pochissime che consentono al chirurgo di eseguire contemporaneamente un’altra piccola operazione nella regione pelvica, una cosa che con ogni probabilità non sarebbe notata da nessun assistente in sala operatoria.»
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