«Papà? La polizia, ricordi?» gli rammentò Laura indicando il telefono.
«Oh sì, certo», rispose lui, e trattenendo un conato di vomito, compose il numero della polizia.
Kokoschka, seduto sull’automobile parcheggiata di fronte al piccolo negozio di Bob Shane, si toccava con fare pensoso la cicatrice sulla guancia.
La pioggia era cessata. La polizia se n’era andata. Le insegne luminose dei negozi e i lampioni erano accesi, ma nonostante l’illuminazione le strade bagnate erano opache, come se il selciato assorbisse la luce invece di rifletterla.
Kokoschka era arrivato nel quartiere insieme con Stefan, il biondo traditore dagli occhi azzurri. Aveva udito lo sparo e aveva visto Stefan infilarsi nell’automobile del rapinatore.
Quando era arrivata la polizia aveva raggiunto la folla di curiosi e aveva saputo quello che era accaduto nel negozio.
Aveva intuito la verità che si celava dietro la storia di Bob Shane. Stefan non era il loro aggressore, bensì colui che si era autoproclamato loro protettore e senza dubbio aveva mentito per coprire la sua vera identità.
Laura era stata salvata ancora una volta.
Ma perché?
Kokoschka cercava di immaginare quale parte potesse giocare Laura nei piani del traditore, ma era perplesso. Sapeva bene che non avrebbe ottenuto alcuna informazione interrogando la bambina, poiché era troppo giovane per essere a conoscenza di qualcosa. La ragione per la quale era stata salvata era certamente un mistero per lei come lo era per Kokoschka.
Era altrettanto sicuro che anche il padre non sapesse nulla. L’interesse di Stefan era sicuramente diretto alla bambina e non certo al padre, quindi Bob Shane non sarebbe stato messo al corrente delle origini o delle intenzioni di Stefan.
Kokoschka mise in moto la macchina e si diresse verso un ristorante a diversi isolati di distanza, cenò e a notte già inoltrata tornò nei pressi del negozio. Parcheggiò a lato della strada, al riparo delle fronde di una palma. Le luci della bottega erano spente, mentre le finestre dell’appartamento al secondo piano erano illuminate.
Estrasse da una tasca dell’impermeabile una P38 a canna mozza. Kokoschka aveva un debole per le armi ben fatte e sicure e soprattutto gli piaceva la sensazione che provava quando le impugnava: era la Morte in persona imprigionata nell’acciaio.
Kokoschka poteva tagliare i fili del telefono degli Shane, forzare la porta di casa, uccidere la bambina e suo padre e svanire nel nulla prima ancora che la polizia potesse reagire agli spari. Aveva un talento particolare per quel genere di lavoro.
Ma se li avesse uccisi senza sapere il perché, senza capire quale ruolo avessero nei piani di Stefan, in seguito avrebbe potuto scoprire di aver commesso un irreparabile errore. Prima di agire doveva scoprire qual era l’obiettivo di Stefan. Con riluttanza rimise in tasca la rivoltella.
Nella notte senza vento, la pioggia cadeva sulla città tamburellando rumorosamente sul tetto e sul parabrezza della piccola auto nera.
All’una di notte di quel martedì di fine marzo, sulle strade spazzate dalla pioggia viaggiavano solo alcuni veicoli militari. Stefan decise di imboccare una strada secondaria per recarsi all’istituto, evitando così i posti di blocco che conosceva, augurandosi che non ne fossero stati istituiti di nuovi. Aveva i documenti in ordine e con il suo lasciapassare poteva circolare anche durante il nuovo coprifuoco, ma preferiva non dover subire un controllo della polizia militare. Non poteva permettersi che gli perquisissero la macchina ed esaminassero il contenuto della valigia sul sedile posteriore: fili di rame, detonatori ed esplosivi al plastico.
A causa della pioggia che oscurava la città, dei tergicristalli ormai consumati e delle luci di posizione molto basse, per poco non vide la stradina che portava sul retro dell’istituto. Frenò, sterzò all’improvviso e imboccò il viottolo facendo stridere le ruote e sbandando sul terreno bagnato.
Parcheggiò nell’oscurità accanto all’entrata posteriore. Uscì dall’auto e prese la valigia dal sedile posteriore. Era un edificio grigio di quattro piani con pesanti inferriate alle finestre. Un’aria minacciosa incombeva su quel luogo, anche se non aveva l’aria di custodire segreti tali da poter cambiare radicalmente il mondo. Premette il pulsante della porta nera di metallo, udì il segnale acustico risuonare all’interno e attese nervosamente una risposta.
Indossava un paio di stivali di gomma e un impermeabile con il bavero alzato, ma non aveva né cappello né ombrello. I capelli fradici di pioggia gli gocciolavano sul collo.
Rabbrividendo rivolse lo sguardo a una feritoia che si trovava accanto alla porta. All’esterno il piccolo riquadro si presentava con un vetro a specchio che diventava trasparente all’interno.
Mentre aspettava, ascoltò il ticchettio della pioggia sul tetto dell’auto, osservò le pozzanghere e i rigagnoli d’acqua che finivano in un tombino.
Uno stretto fascio di luce gialla a forma di cono lo illuminò da sopra la porta.
Stefan sorrise alla guardia anche se non poteva vederla dietro la feritoia.
La luce si spense, le serrature scattarono e la porta si aprì verso l’interno. Conosceva Viktor, un uomo massiccio, sulla cinquantina, con i capelli grigi tagliati corti e un paio d’occhiali con la montatura in acciaio, ma non ne ricordava il cognome. Era un uomo di buon carattere, più di quanto desse a vedere. Era una vera e propria chioccia che si preoccupava sempre della salute degli amici.
«Signore! Che cosa fa qui a quest’ora e con questo tempaccio?»
«Non riuscivo a dormire.»
«Già. Un tempo davvero orribile. Ma entri, la prego o si prenderà un raffreddore.»
«Non riuscivo a darmi pace per aver lasciato un lavoro in sospeso, così ho pensato di venire qui e finirlo. »
«Se continua così, signore, andrà incontro a una morte prematura. Non c’è alcun dubbio.»
Entrando in anticamera Stefan osservò la guardia richiudere la porta e cercò nella mente qualcosa che gli potesse ricordare la vita privata di Viktor. «A guardarla, non è difficile intuire che sua moglie cucini ancora quelle deliziose tagliatene di cui mi ha tanto parlato.»
Voltandosi, Viktor sorrise dolcemente accarezzandosi la pancia. «È il diavolo in persona che me l’ha mandata per indurmi in tentazione e peccare di gola. Ma che cos’è quella, signore, una valigia? Si sta trasferendo qui?»
Stefan si asciugò con una mano il viso bagnato di pioggia, poi disse: «Sono i dati di una ricerca, li ho presi per lavorarci la sera».
«Ma non ha una vita privata?» «Mi concedo venti minuti ogni due martedì.» Viktor schioccò la lingua in segno di disapprovazione. Si diresse verso il tavolo che occupava gran parte della stanza, sollevò il ricevitore e chiamò il suo collega in servizio all’entrata principale dell’istituto. Questa era la prassi: quando una guardia lasciava entrare un visitatore dopo l’orario di lavoro, doveva sempre informare il collega, per evitare falsi allarmi e spiacevoli incidenti.
Lasciando una scia di gocce d’acqua sulla passatoia consumata, Stefan tolse dalla tasca dell’impermeabile un mazzo di chiavi e si diresse verso la porta d’acciaio interna. La serratura scattava solo girando simultaneamente due chiavi, una in possesso dell’impiegato autorizzato e l’altra della guardia di turno. Il lavoro che si svolgeva nell’istituto era così particolare e segreto che persino alle guardie notturne non era consentito accedere ai laboratori e agli archivi.
Viktor riappese il ricevitore. «Quanto ha intenzione di rimanere, signore?».
«Un paio d’ore. C’è qualcun altro in laboratorio?»
«No. C’è solo lei. Nessun altro eroe stasera, signore. Ma se continua così si ammazzerà. E per che cosa, per chi, poi? A chi importerà?»
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