Italo Svevo - Senilità
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Soltanto allora egli arrivò a comunicarle gl’insegnamenti che dovevano esserle tanto utili. La trovava troppo disinteressata e la compianse. Una ragazza della sua condizione doveva badare al proprio interesse. Che cosa era l’onestà a questo mondo? L’interesse! Le donne oneste erano quelle che sapevano trovare l’acquirente al prezzo più alto, erano quelle che non consentivano all’amore che quando ci trovavano il loro tornaconto. Dicendo queste parole egli si sentì l’uomo immorale superiore che vede e vuole le cose come sono. La potente macchina da pensiero ch’egli si riteneva, era uscita dalla sua inerzia. Un’onda d’orgoglio gli gonfiò il petto.
Essa poi pendeva sorpresa e attenta dalle sue labbra. Parve ella credesse che donna onesta e donna ricca fossero la stessa cosa. – Ah! le superbe signore son dunque fatte così? – Poi, vedendolo sorpreso, negò d’aver voluto dire questo, ma se egli fosse stato l’osservatore che credeva, si sarebbe accorto che ella non capiva più il ragionamento che poco prima l’aveva tanto sorpresa.
Egli ripeté e commentò le idee già espresse: la donna onesta sa valere molto; è quello il suo segreto. Bisogna essere onesta o almeno parere. Era già male che il Sorniani potesse parlare leggermente di lei, malissimo ch’ella dichiarasse di voler bene al Leardi, – e qui sfogò la sua gelosia, – quel donnaiuolo compromettente quant’altri mai. Era meglio fare del male che aver l’aria di farlo.
Subito ella dimenticò le idee generali che egli aveva esposte per difendersi vigorosamente da quegli attacchi. Il Sorniani non poteva sparlare di lei, e il Leardi, poi, era un ragazzo non compromettente affatto.
Per quella sera l’istruzione finì lì, perché egli pensò che quella medicina così potente dovesse venir propinata a piccole dosi. A lui pareva inoltre d’aver portato già un grande sacrificio rinunziando per qualche istante all’amore.
Per una sentimentalità da letterato il nome di Angiolina non gli piaceva. La chiamò Lina; poi, non bastandogli questo vezzeggiativo, le appioppò il nome francese, Angèle e molto spesso lo ingentilì e lo abbreviò in Ange . Le insegnò a dirgli in francese che lo amava. Saputo il senso di quelle parole, ella non volle ridirle, ma al prossimo appuntamento le disse senz’essere invitata: Sce tèm bocù.
Egli non si meravigliava affatto d’esser giunto tanto oltre così presto. Corrispondeva proprio al suo desiderio. Certo ella lo aveva trovato tanto ragionevole che le sembrava di poter fidarsi di lui, e infatti per lungo tempo, ella non ebbe neppur l’occasione di rifiutargli qualche cosa.
Si trovavano sempre all’aperto. Amarono in tutte le vie suburbane di Trieste. Dopo i primi appuntamenti, abbandonarono Sant’Andrea ch’era troppo frequentato, e per qualche tempo preferirono la strada d’Opicina fiancheggiata da ippocastani folti, larga, solitaria, una salita lenta quasi insensibile. Si fermavano a un pezzo di muricciuolo che divenne la meta delle loro passeggiate soltanto perché la prima volta vi si erano assisi. Si baciavano lungamente, la città ai loro piedi, muta, morta, come il mare, di lassù niente altro che una grande estensione di colore misterioso, indistinto: e nell’immobilità e nel silenzio, città, mare e colli apparivano di un solo pezzo, la stessa materia foggiata e colorita da qualche artista bizzarro, divisa, tagliata da linee segnate da punti gialli, i fanali delle vie.
La luce lunare non ne mutava il colore. Gli oggetti dai contorni più precisi non s’illuminavano, si velavano di luce. Vi si stendeva un candore immoto, ma di sotto, il colore dormiva intorpidito, fosco, e persino nel mare che ora lasciava intravvedere il suo eterno movimento, baloccandosi con l’argento alla sua superficie, il colore taceva, dormiva. Il verde dei colli, i colori tutti delle case rimanevano abbrunati e la luce di fuori, inaccolta, distinta, un effluvio che saturava l’aria, era bianca, incorruttibile, perché nulla in lei si fondeva.
Nella vicina faccia della fanciulla, la luce lunare s’incarnava, sostituiva quel colore di bambino roseo senz’attenuare il giallo diffuso ch’Emilio credeva di percepire con le labbra; tutta la faccia diveniva austera e, baciandola, Emilio si sentiva più corruttore che mai. Baciava la bianca, casta luce.
Poi preferirono i boschetti del colle al Cacciatore; sentivano sempre più il bisogno di segregarsi. Sedevano accanto a qualche albero e mangiavano, bevevano e si baciavano. I fiori erano presto scomparsi dalla loro relazione, e avevano ceduto il posto ai dolci che poi ella non volle più per non guastarsi i denti. Subentrarono i formaggi, le mortadelIe, le bottiglie di vino e di liquori, roba già molto costosa per la scarsa borsa d’Emilio.
Ma egli era dispostissimo a sacrificare ad Angiolina tutte le poche economie fatte nei lunghi anni della sua vita regolata; si sarebbe ristretto nelle spese non appena esaurita la sua piccola riserva. Altri pensieri lo preoccupavano di più: chi aveva insegnato ad Angiolina a baciare? Egli non rammentava più i primi baci ricevuti; allora, tutto occupato del bacio che dava, non aveva sentito, in quello che riceveva, altro che un dolce necessario complemento al suo, ma gli pareva che se quella bocca fosse stata tanto animata, egli ne avrebbe provata qualche sorpresa. Le aveva dunque insegnata lui quell’arte in cui egli stesso era novellino?
Ella confessò! Il Merighi l’aveva baciata molto. Rise parlandone. Certo, Emilio le appariva buffo quando mostrava di credere che il Merighi non avesse approfittato della sua posizione di fidanzato almeno per baciarla a sazietà.
Il Brentani non sentiva alcuna gelosia per il ricordo del Merighi che aveva avuto tanti diritti più di lui. Gli doleva anzi ch’ella ne parlasse leggermente. Non avrebbe dovuto piangere ogni qualvolta lo nominava? Quando egli manifestava il proprio rammarico di non vederla più infelice, ella, per secondarlo, atteggiava la bella faccia a tristezza e, per difendersi dal rimprovero che sentiva esserle fatto, ricordava ch’ella s’era ammalata per l’abbandono del Merighi: – Oh! se fossi morta allora, certo non mi sarebbe dispiaciuto. – Pochi istanti dopo, ella rideva rumorosamente fra le braccia di lui che s’erano aperte per consolarla.
Ella nulla rimpiangeva ed egli se ne sorprendeva altrettanto quanto della propria dolorosa compassione. Come le voleva bene! Era veramente sola gratitudine per quella dolce creatura che si comportava come se proprio per lui fosse stata creata, amante compiacente senz’esigenze?
Quando la sera sul tardi tornava a casa e la pallida sorella lasciava il lavoro per fargli compagnia a cena, egli ancora vibrante di commozione, non soltanto non sapeva parlare d’altre cose ma neppure gli riusciva di fingere un interessamento per le piccole faccende di casa che formavano la vita d’Amalia e delle quali ella soleva parlargli. Finiva ch’ella accanto a lui riprendeva il lavoro e restavano nella stessa stanza ognuno solo coi propri pensieri.
Una sera ella lo guardò a lungo senza ch’egli se ne avvedesse; poi, sorridendo con isforzo, gli chiese: – Sei stato finora con lei?
– Chi lei? – chiese egli subito ridendo. Poi si confessò perché aveva bisogno di parlare. Oh, era stata una serata indimenticabile. Aveva amato nella luce lunare, nell’aria tiepida, dinanzi a un paesaggio sconfinato, sorridente, creato per essi, per il loro amore. Ma egli non sapeva spiegarsi. Come poteva dare un’idea di quella serata alla sorella non parlandole dei baci d’Angiolina?
Ma mentre egli ripeteva: – Quale luce, quale aria! – ella indovinava sulle sue labbra le traccie dei baci ai quali egli pensava. Odiava quella donna che non conosceva e che le aveva rubata la sua compagnia e il suo conforto. Ora ch’ella lo vedeva amare come tutti gli altri, le mancava l’unico esempio di volontaria rassegnazione allo stesso proprio triste destino. Tanto triste! Si mise a piangere, da prima con delle lagrime silenziose che cercava di celare sul lavoro, poi, quando egli di quelle lagrime s’accorse, con singhiozzi impetuosi che invano tentò di reprimere.
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