Italo Svevo - Senilità
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Ad onta dell’oscurità, la riconobbe subito alla svolta del Campo Marzio. Per riconoscerla gli sarebbe bastato oramai di vederne procedere l’ombra con quel movimento senza ritmo perché senza scosse, il procedere di un corpo portato da mano sicura, affettuosamente. Le corse incontro e dinanzi al colore sorprendente di quella faccia, strano colore, intenso, eguale, senza macchia, sentì salirsi dal petto un inno di gioia. Ella era venuta e quando si poggiò al suo braccio, a lui parve gli si desse tutta.
La condusse verso il mare, lontano dal viale ove si muovevano ancora alcuni passanti, e, alla spiaggia, si sentiron ben soli. Avrebbe voluto baciarla subito ma non osò ad onta ch’ella, che non aveva detto parola, gli sorridesse incoraggiante. Già l’idea che osando avrebbe potuto posarle le labbra sugli occhi o sulla bocca, lo commosse profondamente, gli tolse il fiato.
– Oh, perché ha tardato tanto? Temevo ch’ella non venisse. – Parlava così, ma il suo risentimento era dimenticato; come certi animali, in amore sentiva il bisogno di lagnarsi. Tant’è vero che poi gli parve d’aver spiegato il suo malcontento con le parole gioconde: – Mi pare impossibile d’averla qui accanto a me. – La riflessione gli diede intero il sentimento della sua felicità. – Ed io credeva non ci potesse essere una serata più bella di quella della settimana scorsa. – Oh, era tanto più lieto ora che poteva gioire della conquista già fatta.
Troppo presto s’arrivò al bacio, visto che dopo quel primo impulso di stringerla subito fra le braccia, egli ora si sarebbe accontentato di guardare e di sognare. Ma ella capiva ancora meno i sentimenti d’Emilio di quanto egli comprendesse i suoi. Egli aveva osato una carezza timida sui capelli: tanto oro. Ma oro anche la pelle, aveva soggiunto, e tutta la persona. Credeva così d’aver detto tutto mentre ad Angiolina non parve. Ella stette un istante pensierosa e parlò di un dente che le doleva. – Qui, – disse e fece vedere la sua bocca purissima, le gengive rosse, i denti solidi e bianchi, uno scrigno di pietre preziose legate e distribuite da un artefice inimitabile, la salute. Egli non rise e baciò la bocca che gli si era offerta.
Quella sterminata vanità non l’inquietò poiché tanto gli giovava: anzi non se ne avvide. Egli, che come tutti coloro che non vivono, s’era creduto più forte dello spirito più alto, più indifferente del pessimista più convinto, guardò intorno a sé le cose che avevano assistito al grande fatto.
Non c’era male. La luna non era sorta ancora, ma là, fuori, nel mare, c’era uno scintillìo iridescente che pareva il sole fosse passato da poco e tutto brillasse ancora della luce ricevuta. Alle due parti, invece, l’azzurro dei promontorii lontani era offuscato dalla notte più tetra. Tutto era enorme, sconfinato e in tutte quelle cose l’unico moto era il colore del mare. Egli ebbe il sentimento che nell’immensa natura, in quell’istante, egli solo agisse e amasse.
Le parlò di quanto a lui era stato raccontato dal Sorniani, interrogandola finalmente sul suo passato. Ella si fece molto seria e parlò in tono drammatico della sua avventura col Merighi. Abbandonata? Non era la vera espressione perché era stata lei a pronunziare la parola decisiva che aveva sciolto i Merighi dal loro impegno. Vero è che l’avevano seccata in tutti i modi, lasciando intendere che la consideravano quale un peso nella famiglia. La madre del Merighi (oh, quella vecchia brontolona, cattiva, malata di troppa bile) glielo aveva spiattellato chiaro e tondo: – Tu sei la disgrazia nostra perché senza di te mio figlio potrebbe trovare chissà che dote. – Allora di propria volontà, ella abbandonò quella casa, ritornò dalla madre – disse dolcemente questa dolce parola – e, dal dolore, poco appresso, ammalò. La malattia fu un sollievo perché nella febbre si dimenticano tutti gli affanni.
Poi ella volle sapere da chi egli avesse appreso quel fatto. – Dal Sorniani.
Non ricordò subito quel nome, ma poi esclamò ridendo: – Quel brutto coso giallo che va sempre in compagnia del Leardi.
Anche il Leardi ella conosceva, un giovinotto che incominciava allora allora a vivere, ma con una foga che lo aveva posto subito in prima linea fra i gaudenti della città. Il Merighi gliel’aveva presentato molti anni prima, quando tutt’e tre erano quasi bambini; avevano giocato assieme. – Gli voglio molto bene – conchiuse essa con una franchezza che faceva credere nella sincerità di tutte le altre sue parole. E anche il Brentani il quale incominciava a inquietarsi per quel giovine, temibile Leardi che gli si cacciava accanto, a quelle ultime parole si tranquillò: – Povera fanciulla! Onesta e non astuta
Non sarebbe stato meglio di renderla meno onesta e più astuta? Fattasi questa domanda, gli venne la magnifica idea d’educare quella fanciulla. In compenso dell’amore che ne riceveva, egli non poteva darle che una cosa soltanto: la conoscenza della vita, l’arte di approfittarne. Anche il suo era un dono preziosissimo, perché con quella bellezza e quella grazia, diretta da persona abile come era lui, avrebbe potuto essere vittoriosa nella lotta per la vita. Così, per merito suo, ella si sarebbe conquistata da sé la fortuna ch’egli non poteva darle. Subito le volle dire una parte delle idee che gli passavano per il capo. Cessò di baciarla e d’adularla e, per insegnarle il vizio, assunse l’aspetto austero di un maestro di virtù.
Con un’ironia di se stesso in cui spesso si compiaceva, si mise a compiangerla d’essere caduta fra le mani di un uomo come lui, povero di denaro e anche di qualche cosa d’altro, energia e coraggio. Perché se egli avesse avuto del coraggio, – e facendole per la prima volta una dichiarazione d’amore più seria di tutte le precedenti, la sua voce si alterò in una grande commozione, – egli si sarebbe presa la sua bionda fra le braccia, se la sarebbe stretta al petto e l’avrebbe portata attraverso alla vita. Ma invece egli non si sentiva da tanto. Oh, la miseria in due era una cosa orribile; era la schiavitù, la più dolorosa di tutte. La temeva per sé e per lei.
Ella qui lo interruppe: – Io non avrei paura – a lui parve ch’ella volesse prenderlo per il collo e gettarlo in quella condizione che tanto temeva – io vivrei accanto all’uomo cui volessi bene, povera e rassegnata.
– Ma non io – disse egli dopo una breve pausa e fingendo d’aver esitato per un istante. – Io mi conosco. Nelle strettezze non saprei neppure amare. – E, dopo altra breve pausa, aggiunse con voce grave e profonda: – Mai! – mentre ella lo guardava seria, il mento appoggiato al manico dell’ombrellino. Rimesse così le cose a posto, osservò – e quest’era l’avviamento all’educazione che voleva darle – che per lei sarebbe stato preferibile che le si fosse avvicinato un altro di quei cinque o sei giovanotti che quel giorno l’avevano ammirata con lui: Carlini ricco, Bardi che sprecava spensieratamente gli ultimi resti della sua gioventù e della sua grossa fortuna, Nelli affarista che guadagnava molto. Ciascuno di loro, per un verso o per l’altro, valeva più di lui.
Ella, per un momento, trovò la nota giusta. Si offese! Era però troppo visibile che il suo risentimento era voluto, esagerato, ed Emilio dovette accorgersene; ma non le imputò a colpa tale finzione. Dimenandosi con tutto il corpo, ella simulava uno sforzo per svincolarsi da lui, per andar via, ma la violenza di questo sforzo non arrivava fino alle braccia per le quali egli la tratteneva. Quelle subivano la sua stretta quasi inerti e finì che egli le accarezzò, le baciò e non le strinse più.
Le chiese scusa; non s’era spiegato bene e, coraggiosamente ripeté con altre parole quello che già aveva detto. Ella non rilevò la nuova offesa, ma conservò per qualche tempo un tono risentito: – Non voglio ch’ella creda che per me sarebbe stato lo stesso di venir avvicinata da uno o l’altro di quei due signori. A loro non avrei permesso di parlarmi. – Al loro primo incontro, vagamente avevano ricordato d’essersi visti sulla via un anno prima; egli, dunque – diceva Angiolina – non era per lei il primo venuto. – Io – dichiarò Emilio solennemente, – non volli dire altro se non che io non la meritavo.
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