Francesco Domenico - Lo assedio di Roma

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Anco fu causa di maraviglia considerare come la luce, che mandarono le civiltà dei vetusti stati etruschi, greci, e romani andasse spenta dalla molteplice e tutta immane barbarie; ed a torto, dacchè presso cotesti imperi la civiltà che seguita i passi del vivere libero, essendo diventata arnese di oppressione a danno degli altri popoli, la Libertà la rompesse nelle mani loro e fuggisse via.

Progresso continuo di Libertà verace non può darsi, che allora quando i popoli della terra, braccio conserto a braccio, non imprenderanno insieme il pellegrinaggio dell’anima pei sentieri della vita: considerate, l’America repubblicana combatte per la conservazione della schiavitù; la Russia emancipa o finge emancipare i servi e affoga nel sangue i Polacchi che rivendicano la libertà; l’Austria giravolta con la Francia per sovvenire i Polacchi di Varsavia, e intende tenere i piedi sul collo ai Polacchi di Galizia, e di Cracovia uno artiglio dell’aquila austriaca si allarga a lasciarsi cascare giù qualche briciola di libertà costituzionale e l’altro stringe per conficcarlo meglio nella indipendenza di Venezia, che è suprema delle libertà; la Prussia sè tribola a intrecciare un cordone dove su venti fili di tirannide pretta ce n’entri uno di libertà; in Francia, dicesi, che da lei si voglia affrancare la Polonia dalla servitù, e intanto ella traversa l’oceano per mettere il Messico in servaggio. Tra noi, il popolo si chiama a creare un Re, e si respinge da eleggersi i suoi deputati; questo è un ribollire di assurdi, perchè in una stessa caldaia hanno buttato alla rinfusa giustizia, e interesse, libertà, e servitù, berretti frigi e corone, diritto divino, e suffragio universale, Dio e il Diavolo… guazzabuglio infernale! Noi siamo sempre nel caos, ma poichè insomma creazione fu spartimento, le materie discordanti si scevreranno da sè; ciò fie doloroso, e potrebbe avvenire anco tardi, ma bisogna che avvenga.

Certo, il tempo nel quale viviamo non si può reputare felice, ma nè anco vorremo dirlo infelice: però che se distiamo dal sentiero del perfezionamento, pure siamo in procinto di metterci sul tramite diritto: anco per ciò che spetta a gloria terrena possiamo non lamentarci, perchè il tributo oneroso all’errore fu pagato; e se siamo lontani dal frontone, che incoronerà lo edifizio, ci troviamo altresì lungi dalle fondamenta; ormai gli uomini non passano tutti, mescolati in moltitudine senza nome, e armonizzando nello insieme ci conserviamo nella nostra individualità diversi.

Bene altramente infelici coloro che furono travolti nei fondamenti; quante gagliarde nature di uomini, quanti ingegni supremi, quanti cuori generosi ci caddero interi vita, e rinomanza! Verun poeta irradiò quella che parve tomba, e fu culla del genere umano. Nella notte si udirono due voci, ed una era della moglie che piangeva alla quale rispondendo ululava il cane fedele.... poi cessò la prima, e l’altra tacque, ma non per questo fu silenzio; al rumore delle singole creature sottentrò uno strepito profondo ed infinito, la favella dei secoli.

Dov’è questa favella? Chi lo sa dire? Nelle nuvole, che passano, nelle ale degli uccelli, che volano, nella terra che crepita screpolandosi all’alito di primavera, nel granito di Mennone che dava responsi quando il sole lo investiva: voci arcane popolano il cielo e la terra, che ascolta solo colui il quale dai cieli fu destinato a sentirle; donde la voce che annunziò la morte del gran Pane? E donde quella che avvertì Apollonio Tianeo in Alessandria in quello stesso punto cadere trafitto Domiziano a Roma? Vanno ingombre le storie di annunzi di vittorie portati dalle ali dei venti. Chi per abito suole dubitare, afferma: le sono ciurmerie di empirici; – veramente molti uomini, reputati illustri, a prova si conobbero empirici; come taluno empirico poi si conobbe intelletto divino, – e si conobbe rovistandone le ceneri dopochè fu arso per mago.

Orazio cantò molti forti essere vissuti avanti Agamennone; questo è vero, come altresì vissero anime elette e grandi innanzi di Lino, e di Orfeo; di loro non avanza memoria, anco il nome rimase sommerso, e tuttavia quanta costanza mirabile, e trovati d’ingegno eccellente, ed opere egregie, dolori, affetti, sventure, e tutto affondò nel mare del tempo! Ed essi ebbero a scavare con le mani il granito che col ferro, e con le polveri incendiarie domiamo noi!

Ma se si dileguarono nella gloria dei secoli, essi stanno presenti a quella di Dio: il ricordo di loro è scritto a caratteri di stelle nel volume dei cieli: tanto maggiore premio conseguiranno, ed avranno diritto di conseguire quanto meno potrà dirsi loro: avete ricevuto la vostra mercede .

Il Giudice, all’occhio del quale nulla è nascosto, quando gli verranno dinanzi le moltitudini degli spiriti senza numero, che pellegrinarono pei mondi, a molti, che le genti salutarono magnanimi, dirà: andate, e crescete la sostanza del Maligno: voi altri poi cui colse il desolato oblio quasi seconda morte, transfondetevi nel mio seno ed aumentato la mia divina sostanza.

Questo, mi si oppone, è rimoto, e viaggia con le nuvole nel cielo della poesia; certo io non lo nego rimoto, ed anco immaginoso; ma io vi ho detto, che non procediamo per tempi felici, però che tali non sieno quelli nei quali l’uomo o aderisce tutto al suolo, o tutto si esalta pei cieli; dal primo stato scappa fuori il banchiere, il venditore di ciarpe, lo scorticatore di capretti, il moderato; dal secondo, l’anacoreta della Tebaide, e il bramino dell’India; solo avventuroso è il tempo dove con giusta proporzione puoi compiacere alla materia e allo spirito, andando appunto composto l’uomo di anima, e di corpo: e poichè questo adesso non si può, colpa in molta parte altrui, e moltissima nostra, di concetti divisi, e di forze infermi, meglio che curvarci alla terra, sarà bello lasciarci trasportare colà donde la nostra stirpe ci comparisce un brulichio di formicole divorantisi fra loro sopra una zolla di argilla.

Dunque tu ti commetti in Dio? – Veramente l’uomo deve confidare in sè, ed in Dio; ma troppe cose vi hanno nel mondo a compire le quali l’uomo solo non basta; perochè niente o solo torni lo stesso; e finchè dura il flagello che disgrega le menti e i bracci dei mortali, ripariamo in Dio. A Dio poi è più difficile discredere, che facile credere: creature noi, use a vederci sorgere obietti dintorno creati per natura o per arte, come possiamo immaginare cosa non creata? Se Dio non fosse bisogneria inventarlo, affermano che sentenziasse il Robespierre, e s’ei il disse, fu favilla che uscì dal ferro. Noi abbiamo bisogno di Dio, nè possiamo fare a meno di credere così quando pensiamo al numero infinito degli uomini cui sembra fosse dato un cuore solo per sentirselo ferire, e braccia per portare catene, e sangue per versarlo su i campi, e su i patiboli, – e labbra, pur troppo, perchè ci tenessero incollata sopra la spugna satura del fiele della calunnia, e dello aceto dell’odio; se a tutti questi non fosse venuta ad allietare la idea dell’eterno Riparatore, quale mai tormento inventato dal demonio in un’estro di malignità potrebbe uguagliarsi all’amarezza della ora ultima della loro vita? Bella consolazione (esclamava il Generale Pasquale Paoli, che fu quasi il Garibaldi del secolo passato) bella consolazione per un’uomo il quale «per tutta la sua vita si travagliò in benefizio di una Patria, che sta per rinnegarlo; di una Libertà sul punto di voltargli le spalle, che con forze impari, male armate, peggio vestite si trova in procinto di essere assalito ed oppresso dai Francesi dieci volte più numerosi, ordinatissimi, forniti di ogni maniera di arme, squadernargli in faccia, fra un’ora una palla ti spaccherà il cranio, e tu cascherai in tutto e per tutto, zolla di terra sopra la terra!»

Speriamo nella virtù altrui, speriamo ad ogni evento in noi, e sempre in Dio.

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