Vittorio Alfieri - Ottavia

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Toglierti a me? né il pur potrebbe il cielo.
Ma ria baldanza popolar, non spenta
del tutto ancor, biasmare osa frattanto
gli affetti del cor mio: quindi m'è forza,
che antivedendo io tolga…

Poppea

E al grido badi
del popolo?

Ner.

Mostrar quant'io l'apprezzi
spero, in breve; ma a questa Idra rabbiosa
lasciar niun capo vuolsi: al suolo appena
trabalzerá l'ultima testa, in cui
Roma fonda sua speme; e infranta a terra,
lacera, muta, annichilata cade
la superba sua plebe. Appien finora
me non conosce Roma: a lei di mente
ben io trarrò queste sue fole antiche
di libertá. De' Claudj ultimo avanzo
Ottavia, or suona in ogni bocca; il suo
destin si piange in odio mio, non ch'ella
s'ami: non cape in cor di plebe amore:
ma all'insolente popolar licenza
giova il fren rimembrar debile e lento
di Claudio inetto, e sospirar pur sempre
ciò che piú aver non puote.

Poppea

È ver; tacersi,
Roma nol sa; ma, e ch'altro omai sa Roma,
che cinguettar? Dei tu temerne?

Ner.

Esiglio
lieto troppo, ed incauto, a Ottavia ho scelto.
Intera stassi di Campania al lido
l'armata, in cui recente rimembranza
vive ancor d'Agrippina. Entro quei petti,
di novitá desio, pietá fallace
della figlia di Claudio, animo fello,
e ria speranza entro quei petti alligna.
Io mal colá bando a lei diedi, e peggio
farei quivi lasciandola.

Poppea

Tenerti
dee sollecito tanto omai costei?
Oltre il confin del vasto impero tuo
che non la mandi? esiglio, ove pur basti,
qual piú securo? e qual deserta piaggia
remota è sí, che t'allontani troppo
da lei, che darsi il folle vanto ardisce
d'averti dato il trono?

Ner.

Or, finché tolto
del tutto il poter nuocermi le venga,
stanza piú assai per me secura ell'abbia
Roma, e la reggia mia.

Poppea

Che ascolto? In Roma
Ottavia riede!

Ner.

A mie ragion dá loco…

Poppea

Ove son io, colei?..

Ner.

Deh! m'odi…

Poppea

Intendo;
ben veggo;… io tosto sgombrerò…

Ner.

Deh! m'odi:
Ottavia in Roma a danno tuo non torna;
a suo danno bensí…

Poppea

Vedrai tu tosto,
ch'ella vi torna al tuo. Ti dico intanto,
che Ottavia e me, vive ad un tempo entrambe,
non che una reggia, una cittá non cape.
Rieda pur ella, che Neron sul seggio
locò del mondo; ella a cacciarnel venga.
Di te mi duol, non di me no, ch'io presso
d'Otton mio fido a ritornar son presta
Amommi ei molto, e ancor non poco ei m'ama:
potess'io pur quell'amator sí fermo
riamare! Ma il cor Poppea non seppe
divider mai; né vuole ella il tuo core
con l'abborrita sua rival diviso.
Non del tuo trono, io sol di te fui presa,
ahi lassa! e il sono: a me lusinga dolce
era l'amor, non del signor del mondo,
ma dell'amato mio Neron: se in parte
a me ti togli; se in tuo cor sovrana,
sola non regno, al tutto io cedo, al tutto
io n'esco. Ahi lassa! dal mio cor potessi
appien cosí strappar la immagin tua,
come da te svellermi spero!..

Ner.

Io t'amo,
Poppea, tu il sai: di quale amor, tel dica
quant'io giá fei; quanto a piú far mi appresto.
Ma tu…

Poppea

Che vuoi? poss'io vederti al fianco
quell'odíosa donna, e viver pure?
poss'io né pur pensarvi? Ahi donna indegna!
che amar Neron, né può, né sa, né vuole;
e sí pur finger l'osa.

Ner.

Il cor, la mente
acqueta; in bando ogni timor geloso
caccia: ma il voler mio rispetta a un tempo.
Esser non può, ch'ella per or non rieda.
Giá mosso ha il piè ver Roma: il dí novello
quí scorgeralla. Il vuol la tua non meno,
che la mia securtá: che piú? s'io 'l voglio;
io non uso a trovare ostacol mai
a' miei disegni. – Io non mi appago, o donna,
d'amar, qual mostri, d'ogni tema ignudo.
Chi me piú teme ed obbedisce, sappi,
ch'ei m'ama piú.

Poppea

… Troppo mi rende ardita
il temer troppo. Oh qual puoi farmi immenso
danno! il tuo amor tu mi puoi torre… Ah! pria
mia vita prendi: assai minor fia il danno.

Ner.

Poppea, deh! cessa: nel mio amor ti affida.
Mai non temer della mia fede: al mio
voler bensí temi d'opporti. Abborro,
io piú che tu, colei che rival nomi.
Da' suoi torbidi amici appien disgiunta,
quí di mie guardie cinta la vedrai,
non tua rival, ma vil tua ancella: e in breve,
s'io del regnar l'arte pur nulla intendo,
ella stessa di se palma daratti.

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Poppea, Tigellino

Poppea

Comun periglio oggi corriam; noi dunque
oggi cercare, o Tigellin, dobbiamo
comun riparo.

Tigel.

E che? d'Ottavia temi?..

Poppea

Non la beltá per certo; ognor la mia
prevalse agli occhi di Nerone: io temo
il finto amor, la finta sua dolcezza;
l'arti temo di Seneca, e sue grida;
e della plebe gl'impeti; e i rimorsi
dello stesso Nerone.

Tigel.

Ei da gran tempo
t'ama, e tu nol conosci? Il suo rimorso
è il nuocer poco. – Or, credi, a piú compiuta
vendetta ei tragge Ottavia in Roma. Lascia
ch'opri in lui quel suo innato rancor cupo,
giunto al rio nuziale odio primiero.
Questo è il riparo al comun nostro danno.

Poppea

Securo stai? non io cosí. – Ma il franco
tuo parlar mi fa dire. Appien conosco
Nerone, in cui nulla il rimorso puote:
ma il timor, di', tutto non puote in lui?
Chi nol vide tremar dell'abborrita
madre? di me tutto egli ardea; pur farmi
sua sposa mai, finch'ella visse, ardiva?
col sol rigor del taciturno aspetto
Burro tremar nol fea? non l'atterrisce
perfin talvolta ancor, garrulo, e vuoto
d'ogni poter, col magistral suo grido,
Seneca stesso? Ecco i rimorsi, ond'io
capace il credo. Or, se vi aggiungi gli urli,
le minacce di Roma…

Tigel.

Ottavia trarre
potran piú tosto ove Agrippina, e Burro,
e tanti, e tanti, andaro. A voler spenta
la tua rival, lascia che all'odio antico
nuovo timor nel core al sir si aggiunga.
Ei non svelommi il suo pensier per anco;
ma so, che nulla di Neron l'ingegno
meglio assottiglia, che il timor suo immenso.
Roma, Ottavia chiamando, Ottavia uccide.

Poppea

Sí; ma frattanto un passeggiero lampo
può di favor sforzato ella usurparsi.
Ci abborre Ottavia entrambi: a cotant'ira
qual ti fai scudo? il voler dubbio e frale
di un tremante signore? A perder noi
solo basta un istante; a noi che giova,
se cader dobbiam pria, ch'ella poi cada?

Tigel.

Che un balen di favore a lei lampeggi,
nol temer, no: di Neron nostro il core
ella trovar non sa. Sua stolta pompa
d'aspra virtú gli incresce; in lei del pari
obbedíenza, amor, timor gli spiace;
quell'esca stessa, ove ei da noi si piglia,
l'abborre in lei. – Ma pur, s'io nulla posso,
che far debb'io? favella.

Poppea

Ogni piú lieve
cosa esplorar, sagace, e farmen dotta;
antivedere; a sdegno aggiunger sdegno;
mezzi inventar, mille a Neron proporne,
onde costei si spenga; apporle falli,
ove non n'abbia; quanta è in te destrezza,
adoprar tutta; andar, venir, tenerlo,
aggirarlo, acciecarlo; e vegliar sempre: —
ciò far tu dei.

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