Dino Buzzati - Sessanta racconti
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- Название:Sessanta racconti
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- Издательство:Mondadori, collana Oscar classici moderni
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Gli furono compagni nella spedizione il governatore della provincia Quinto Andronico con la bella e intrepida moglie Maria, il naturalista professore Inghirami e il suo collega Fusti, versato specialmente nell'arte dell'imbalsamazione. Il fiacco e scettico governatore da tempo si era accorto che la moglie aveva per il Gerol grande simpatia, ma non se ne dava pensiero. Acconsentì anzi volentieri quando Maria gli propose di andare col conte alla caccia del drago. Egli non aveva per il Martino la minima gelosia; né lo invidiava, pure essendo il Gerol molto più giovane, bello, forte, audace e ricco di lui.
Due carroze partirono poco dopo la mezzanotte dalla città con la scorta di otto cacciatori a cavallo e giunsero verso le sei del mattino al paese di Palissano. Il Gerol, la bella Maria e i due naturalisti dormivano; solo l'Andronico era sveglio e fece fermare la carroza dinanzi alla casa di un'antica conoscenza: il medico Taddei. Poco dopo, avvertito da un cocchiere, il dottore, tutto assonnato, il berretto da notte in testa, comparve a una finestra del primo piano. Andronico, fattosi sotto, lo salutò giovialmente, spiegandogli lo scopo della spedizione; e si aspettò che l'altro ridesse, sentendo parlare di draghi. Al contrario il Taddei scosse il capo a indicare disapprovazione. " Io non ci andrei se fossi in voi " disse recisamente. " Perché? Credete che non ci sia niente? Che siano tutte fandonie? "
" Non lo so questo " rispose il dottore. " Personalmente anzi credo che il drago ci sia, benché non l'abbia mai visto. Ma non mi ci metterei in questo pasticcio. È una cosa di malaugurio. "
" Di malaugurio? Vorreste sostenere, Taddei, che voi ci credete realmente? "
" Sono vecchio, caro governatore " fece l'altro " e ne ho viste. Può darsi che sia tutta una storia, ma potrebbe anche essere vero; se fossi in voi, non mi ci metterei. Poi, state a sentire: la strada è difficile a trovare, sono tutte montagne marce piene di frane, basta un soffio di vento per far nascere un finimondo e non c'è un filo d'acqua. Lasciate stare, governatore, andate piuttosto lassù, alla Crocetta (e indicava una tonda montagna erbosa sopra il paese), là ci sono lepri fin che volete. " Tacque un istante e aggiunse: " Io non ci andrei davvero. Una volta poi ho sentito dire, ma è inutile, voi vi metterete a ridere… ".
" Perché dovrei ridere " esclamò l'Andronico. " Ditemi, dite, dite pure. "
" Bene, certi dicono che il drago manda fuori del fumo, che questo fumo è velenoso, basta poco per far morire. "
Contrariamente alla promessa, l'Andronico diede una bella risata: " Vi ho sempre saputo reazionario " egli concluse " strambo e reazionario. Ma questa volta passate i limiti. Medioevale siete, il mio caro Taddei. Arrivederci a stasera, e con la testa del drago! "
Fece un cenno di saluto, risalì nella carrozza, diede ordine di ripartire. Giosuè Longo, che faceva parte dei cacciatori e conosceva la strada, si mise in testa al convoglio.
" Che cosa aveva quel vecchio da scuotere la testa? " domandò la bella Maria che nel frattempo si era svegliata.
" Niente " rispose l'Andronico " era il buon Taddei, che fa a tempo perso anche il veterinario. Si parlava dell'afta epizootica. "
" E del drago? " disse il conte Gerol che sedeva di fronte. " Gli hai chiesto se sa niente del drago? "
" No, a dir la verità " fece il governatore. " Non volevo farmi ridere dietro. Gli ho detto che si è venuti quassù per un po' di caccia, non gli ho detto altro, io. "
Alzandosi il sole, la sonnolenza dei viaggiatori scomparve, i cavalli accelerarono il passo e i cocchieri si misero a canticchiare.
" Era medico della nostra famiglia il Taddei. Una volta – raccontava il governatore – aveva una magnifica clientela. Un bel giorno non so più per che delusione d'amore si è ritirato in campagna. Poi deve essergli capitata un'altra disgrazia ed è venuto a rintanarsi quassù. Ancora un'altra disgrazia e chissà dove andrà a finire; diventerà anche lui una specie di drago! "
" Che stupidaggini! " disse Maria un po' seccata. " Sempre la storia del drago, comincia a diventare noiosa questa solfa, non avete parlato d'altro da che siamo partiti. "
" Ma sei stata tu a voler venire! " ribatté con ironica dolcezza il marito. " E poi come potevi sentire i nostri dicorsi se hai continuato a dormire? Facevi finta forse? "
Maria non rispose e guardava inquieta, fuori dal finestrino. Osservava le montagne che si facevano sempre più alte, dirupate e aride. In fondo alla valle si intravvedeva una successione caotica di cime, per lo più di forma conica, nude di boschi o prato, dal colore giallastro, di una desolazione senza pari. Battute dal sole, esse risplendevano di una luce ferma e fortissima.
Erano circa le nove quando le vetture si fermarono perché la strada finiva. I cacciatori, scesi dalla carrozza, si accorsero di trovarsi ormai nel cuore di quelle montagne sinistre. Viste da presso, apparivano fatte di rocce fradice e crollanti, quasi di terra, tutta una frana dalla cima in fondo.
" Ecco, qui comincia il sentiero " disse il Longo, indicando una traccia di passi umani che saliva all'imboccatura di una valletta. Procedendo di là, in tre quarti d'ora si arrivava al Burel, dove il drago era stato visto. " È stata presa l'acqua? " domandò Andronico ai cacciatori.
" Ce ne sono quattro fiaschi; e poi due altri di vino, eccellenza " rispose uno dei cacciatori. " Ce n'è abbastanza, credo… "
Strano. Adesso che erano lontani dalla città, chiusi dentro alle montagne, l'idea del drago cominciava a sembrare meno assurda. I viaggiatori si guardavano attorno, senza scoprire cose tranquillizzanti. Creste giallastre dove non era mai stata anima viva, vallette che si inoltravano ai lati nascondendo alla vista i loro meandri: un grandissimo abbandono.
S'incamminarono senza dire parola. Precedevano i cacciatori coi fucili, le colubrine e gli altri arnesi da caccia, poi veniva Maria, ultimi i due naturalisti. Per fortuna il sentiero era ancora in ombra; fra le terre gialle il sole sarebbe stato una pena.
Anche la valletta che menava al Burel era stretta e tortuosa, non c'era torrente sul fondo, non c'erano piante né erba ai lati, solamente sassi e sfasciumi. Non canto di uccelli o di acque, ma isolati sussurri di ghiaia.
Mentre il gruppo così procedeva, sopraggiunse dal basso, camminando più presto di loro, un giovanotto con una capra morta sulle spalle. " Va dal drago, quello " fece il Longo; e lo disse con la massima naturalezza, senza alcuna intenzione di celia. La gente di Palissano, spiegò, era superstiziosissima, e ogni giorno mandava una capra al Burel, per rabbonire gli umori del mostro. L'offerta era portata a turno dai giovani del paese. Guai se il mostro faceva sentire la sua voce. Succedeva disgrazia.
" E ogni giorno il drago si mangia la capra? " domandò scherzoso il conte Gerol.
" Il mattino dopo non trovano più niente, questo è positivo. " " Nemmeno le ossa? " " Eh no, nemmeno le ossa. La va a mangiare dentro la caverna. "
" E non potrebbe darsi che fosse qualcuno del paese a mangiarsela? " fece il governatore. " La strada la sanno tutti. L'hanno veramente mai visto il drago acchiapparsi la capra? "
" Non so questo, eccellenza " rispose il cacciatore.
Il giovane con la capra li aveva intanto raggiunti.
" Di', giovanotto! " disse il conte Gerol con il suo tono autoritario " quanto vuoi per quella capra? "
" Non posso venderla, signore " rispose quello.
" Nemmeno per dieci scudi? "
" Ah, per dieci scudi… " accondiscese il giovanotto " vuol dire che ne andrò a prendere un'altra. " E depose la bestia per terra.
Andronico chiese al conte Gerol:
" E a che cosa ti serve quella capra? Non vorrai mica mangiarla, spero. " " Vedrai, vedrai a che cosa mi serve " fece l'altro elusivamente.
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