Morgan Rice - La Marcia Dei Re

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"Una nuova serie di fantasy epico mozzafiato. Morgan Rice ripete limpresa! Questa magica saga ricorda il meglio di J.K. Rowling, George R.R. Martin, Rick Riordan, Christopher Paolini e J.R.R. Tolkien. Non ero in grado di chiudere il libro!" --Allegra Skye, autore del bestseller SAVED LA MARCIA DEI RE ci porta avanti lungo il viaggio epico di Thor nellumanità, mentre inizia a capire di più su se stesso e sui suoi poteri, intraprendendo la sua carriera da guerriero. Dopo essere fuggito dalle segrete, Thor è sconvolto dal sentire di un altro tentativo di assassinio contro Re MacGil. Quando MacGil muore, il regno è in pieno subbiglio. Mentre tutti competono per ottenere il trono, la Corte del Re è più occupata che mai con i suoi drammi familiari, lotte di potere, ambizioni, gelosia, violenza e tradimento. È necessario che un erede venga scelto tra i figli, e lantica Spada della Dinastia, la fonte di tutto il loro potere, avrà unaltra occasione di essere sollevata da un nuovo pretendente. Ma tutto viene ribaltato: viene rinvenuta larma del delitto e il cappio si stringe attorno alla ricerca dellassassino. Allo stesso tempo i MacGil devono affrontare una nuova minaccia da parte dei McCloud, che sono già pronti ad attaccare di nuovo dallinterno dellAnello. Thor lotta per riconquistare lamore di Gwendolyn, ma purtroppo non cè tempo: è obbligato a fare i bagagli e prepararsi con i suoi compagni darmi per il Cento, un centinaio di estenuanti giornate dinferno alle quali i membri della Legione devono sopravvivere. La Legione dovrà oltrepassare il Canyon andando al di là della protezione dellAnello, addentrandosi nelle Terre Selvagge e salpando attraverso il Mar Tartuvio verso lIsola della Nebbia, che si dice sia sorvegliata da un drago. Questa sarà la loro iniziazione per diventare uomini. Ce la faranno a tornare? LAnello sopravviverà durante la loro assenza? E Thor capirà finalmente il segreto del suo destino? Con la sua sofisticata strutturazione del mondo e la sua caratterizzazione dei personaggi, LA MARCIA DEI RE è un racconto epico di amici e innamorati, di rivali e saguaci, di cavalieri e draghi, di intrighi e macchinazioni politiche, di crescita, di cuori spezzati, di inganno, ambizione e tradimento. È un racconto di onore e coraggio, di fato e destino, di stregoneria. È un fantasy capace di trasportarci in un mondo che non dimenticheremo mai, e che affascinerà ogni età e ogni genere di persona. È un libro di 60.000 parole. Della stessa serie sono anche già stati pubblicati i libri dal 3 al 12.

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“Perché l’hai fatto?” gli gridò addosso.

Gareth sentì che tutto il suo mondo si sgretolava. Era scioccato dal rendersi conto che provava effettivamente rimorso nei confronti di suo padre. Non riusciva a capire. Solo poche ore prima la cosa che desiderava più di tutte era vederlo avvelenato, accasciarsi morto sul tavolo. Ora l’idea che fosse stato ucciso lo colpiva come la morte di un grande amico. Si sentiva sopraffatto dal rimorso. Dopotutto una parte di lui non lo voleva morto, soprattutto non in quel modo. Non per mano di Firth. E non con una lama.

“Non capisco,” piagnucolò Firth. “Solo poche ore fa hai tentato tu stesso di ucciderlo. Il tuo complotto del calice. Pensavo che mi saresti stato riconoscente!”

Con sua stessa sorpresa Gareth colpì Firth con violenza al volto.

“Io non ti ho detto di fare una cosa del genere!” gli sputò addosso. “Non ti ho mai detto di fare una cosa del genere! Perché l’hai ucciso! Guardati. Sei ricoperto di sangue. Ora è finita per entrambi. È solo questione di tempo perché le guardie vengano a prenderci.”

“Nessuno ha visto nulla,” disse Firth con tono supplichevole. “Sono passato durante il cambio della guardia. Nessuno mi ha visto.”

“E dov’è l’arma?”

“Non l’ho lasciata,” disse Firth con orgoglio. “Non sono stupido. Me ne sono sbarazzato.”

“E che pugnale hai usato?” chiese Gareth, mentre la sua mente ragionava su ogni possibile implicazione. Passava dal rimorso alla preoccupazione; i pensieri consideravano freneticamente ogni dettaglio o traccia che quello stupido imbranato poteva essersi lasciato dietro, qualsiasi elemento potesse ricondurre a lui.

“Ne ho usato uno che non può essere rintracciato,” disse Firth con rinnovato orgoglio. “Era un pugnale comune e anonimo. L’ho trovato nelle scuderie. Ce n’erano altri quattro uguali a quello. È impossibile che lo rintraccino,” ripeté.

Gareth sentì che il cuore gli sprofondava.

“Era un coltello corto, con il manico rosso e la lama curva? Appoggiato al muro accanto al mio cavallo?”

Firth annuì con espressione ora dubbiosa.

Gareth si accigliò.

“Cretino. Ma certo che quel pugnale è rintracciabile!”

“Ma non c’era nessun segno sopra!” protestò Firth con voce spaventata e tremante.

“Non ci sono segni sulla lama, ma ce ne sono sull’impugnatura!” gridò Gareth. “Sotto! Non hai controllato con attenzione! Cretino.” Gareth fece un passo avanti, rosso di rabbia. “C’è lo stemma del mio cavallo intagliato sotto l’impugnatura. Chiunque conosca la famiglia reale può risalire da quel pugnale a me.”

Guardò Firth, che sembrava senza parole. Avrebbe voluto ucciderlo.

“Cosa ne hai fatto?” insistette Gareth. “Dimmi che ce l’hai con te. Dimmi che l’hai portato con te. Ti prego.”

Firth deglutì.

“Me ne sono sbarazzato per bene. Nessuno lo troverà mai.”

Gareth lo fissò con sguardo torvo.

“Dove, esattamente?”

“L’ho gettato giù dal piano inclinato di pietra, nel pozzo nero del castello. Il vaso viene svuotato ogni ora direttamente nel fiume. Non preoccuparti, mio signore. Sarà già in fondo al fiume ormai.”

Improvvisamente le campane del castello suonarono, e Gareth si voltò e corse alla finestra aperta, con il cuore pervaso dal panico. Guardò fuori e vide tutto il caos e la confusione sotto di lui: folle di gente che circondavano il castello. Quelle campane che suonavano potevano significare solo una cosa: Firth non stava mentendo. Aveva ucciso il Re.

Gareth sentì che il corpo gli diventava gelato come il ghiaccio. Non riusciva a capacitarsi di aver innescato un progetto talmente malvagio. E che Firth, fra tutti, lo avesse portato a compimento.

Si udì un improvviso colpo alla porta, e quando si aprì di scatto diverse guardie reali si riversarono all’interno. Per un momento Gareth ebbe la certezza che fossero lì per arrestarlo.

Ma con sua sorpresa si fermarono e rimasero sull’attenti.

“Mio signore, vostro padre è stato pugnalato. Potrebbe esserci un assassino a piede libero. Le chiediamo di rimanere al sicuro nella sua stanza. Il Re è gravemente ferito.”

Le ultime parole fecero venire la pelle d’oca a Gareth.

“Ferito?” ripeté Gareth, e la parola gli rimase quasi strozzata in gola. “È ancora vivo quindi?”

“Sì, mio signore. E che Dio sia con lui, così che possa sopravvivere e ci possa raccontare chi ha messo in atto questo gesto atroce.”

Con un piccolo inchino la guardia uscì di corsa dalla stanza, chiudendo la porta con uno schianto.

Gareth venne assalito dalla rabbia: afferrò Firth per le spalle, lo portò dall’altra parte della stanza e lo sbatté contro una parete di pietra.

Firth lo fissava con gli occhi sgranati, con sguardo terrorizzato e incapace di proferire parola.

“Che cosa hai fatto?” gridò Gareth. “Ora siamo finiti tutti e due!”

“Ma… ma…” balbettò Firth,” … ero certo che fosse morto!”

“Sei così sicuro di tante cose,” disse Garet, “e sono tutte sbagliate!”

A Gareth venne in mente una cosa.

“Quel pugnale,” disse. “Dobbiamo recuperarlo, prima che sia troppo tardi.”

“Ma l’ho buttato via, mio signore,” disse Firth. “È stato sicuramente portato via dalla corrente del fiume!”

“Lo hai gettato in uno scarico. Questo non significa che sia già finito nel fiume.”

“Ma è molto probabile che lo sia!” esclamò Firth.

Gareth non poteva più sopportare le scemenze di quell’idiota. Lo piantò lì e corse fuori dalla stanza. Firth si affrettò a stargli alle calcagna.

“Verrò con te. Ti farò vedere esattamente dove l’ho gettato,” disse.

Gareth si fermò nel corridoio e si voltò a guardare Firth. Era ricoperto di sangue, e Gareth era sorpreso che le guardie non l’avessero notato. Era stata fortuna. Firth era una prova più evidente che mai.

“Te lo dirò solo una volta,” ringhiò Gareth. “Torna immediatamente nella mia stanza, cambiati quegli abiti e bruciali. Sbarazzati di ogni traccia di sangue. E poi sparisci dal mio castello. Stammi lontano questa notte. Mi hai capito?”

Gareth lo spinse indietro, poi si voltò e corse via. Attraversò velocemente il corridoio, scese la scala a chiocciola che lo portò giù piano dopo piano fino alla zona dei servitori.

Alla fine giunse nel seminterrato, di fronte a diversi servitori che si voltarono a guardarlo. Erano tutti intenti a strofinare enormi pentoloni e a far bollire secchi colmi d’acqua. Grandi fuochi crepitavano in fornaci di mattoni e i servitori – che indossavano grembiuli macchiati – erano madidi di sudore.

Dall’altra parte della stanza Gareth scorse un’enorme vasca nella quale si riversava il lerciume che scendeva ogni minuto da uno scivolo.

Gareth si avvicinò al primo servitore e lo afferrò disperatamente per un braccio.

“Quando è stato svuotata la vasca l’ultima volta?” chiese Garerth.

L’hanno portato al fiume proprio qualche minuto fa, mio signore.”

Gareth si voltò e corse fuori dalla stanza, percorrendo a tutta birra i corridoi del castello, risalendo la scala a chiocciola e uscendo velocemente all’esterno, nella fresca aria notturna.

Attraversò di corsa il prato, ormai senza fiato mentre si affrettava verso il fiume.

Quando fu quasi arrivato, trovò un posto dove nascondersi, dietro a un grosso albero nei pressi della riva. Osservò i due servitori che sollevavano l’enorme vasca di ferro e la inclinavano riversandone il contenuto nella veloce corrente del fiume.

Guardò con attenzione fino a che la vasca fu completamente capovolta, tutto il suo contenuto si fu riversato e i due servitori si girarono incamminandosi per riportarla nuovamente al castello.

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