Jack Mars - Sala Operativa

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SALA OPERATIVA è il libro #3 della serie thriller best-seller di Luke Stone, che inizia con A OGNI COSTO (libro #1), un libro scaricabile gratuitamente con più di sessanta recensioni a cinque stelle! Un cyber-attacco su un’oscura diga statunitense fa migliaia di morti e il governo si chiede chi abbia attaccato, e perché. Quando diventa chiaro che si tratta solo della punta dell’iceberg – e che è a rischio la sicurezza dell’intera America – alla presidente non rimane altra scelta che rivolgersi a Luke Stone. A capo di una squadra d’élite dell’FBI ormai sciolta, Luke non vuole il lavoro. Ma con i nuovi nemici – stranieri e interni – ad accerchiarla da tutte le parti, la presidente può fidarsi solo di lui. Ne seguono delle montagne russe internazionali piene di azione, con Luke che apprende che i terroristi sono più sofisticati di quanto avessero mai pensato, che l’obiettivo è più esteso di quanto chiunque avesse mai potuto immaginare – e che c’è pochissimo tempo per salvare l’America. Thriller politico che viaggia a rotta di collo, con ambientazioni drammatiche, colpi di scena inaspettati e suspense adrenalinica, SALA OPERATIVA è il libro #3 della serie di Luke Stone, un’esplosiva nuova serie che ti costringerà a voltare una pagina dopo l’altra fino a tarda notte. Il libro #4 della serie di Luke Stone sarà presto disponibile.

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Adesso aveva tutto il corpo rigido, ogni muscolo teso come se la corrente elettrica fosse appena salita di dieci tacche.

“Tu eri un traditore,” disse Luke. “Un nemico dello stato. Però in prigione sei stato riabilitato. La tortura era parte del processo. Ti hanno fatto agente, ma non di valore. Sei uno dei sacrificabili. È per questo che eri qui sul campo, ed è per questo che avevi le pillole di cianuro. Se fossi stato preso, avresti dovuto ucciderti. Non c’era praticamente modo in cui non potessi essere preso, giusto? Ma tu non l’hai fatto, Li. Non ti sei ucciso, e adesso noi siamo la sola speranza che hai.”

“Ti prego!” urlò Li. “Ti prego, non farlo!”

Il corpo dell’uomo si scuoteva in maniera incontrollabile. Anzi, di più. Cominciò a emanare un odore, il fitto odore umido delle feci.

“Oh, mio Dio,” disse. “Oh, mio Dio. Aiutami. Aiutami.”

“Che succede qui?” disse Ed tornando con gli annaffiatoi. Fece una smorfia quando l’odore gli arrivò al naso. “Oh, Cristo.”

Luke sollevò le sopracciglia. Provava quasi compassione per quell’uomo. Poi pensò ai più di mille morti, e alle molte migliaia che avevano perso le loro case. Niente, nessuna esperienza di vita negativa poteva giustificare un’azione del genere.

“Già, Li è un casino,” disse. “È traumatizzato. Pare che non sia il primo waterboarding per lui.”

Ed annuì. “Bene. Allora si è già esercitato.” Abbassò lo sguardo su Li. “Lo faremo comunque, mi senti, femminuccia? Non ci interessa la puzza, perciò se è questo il giochino che stai facendo, non ha funzionato.” Ed guardò Luke. “L’ho già visto fare. La gente ci prova perché pensa che la puzza sia così fetida che non vorremo andare avanti. O magari che avremo pietà di loro. O qualsiasi altra cosa.” Scosse la testa. “La puzza è cattiva, ma non l’ho mai vista funzionare. Non saremmo qui se fossimo tipi sensibili, Li. Ho sentito il puzzo di uomini dopo che sono stati eviscerati. Credimi, è peggio di qualsiasi cosa tu possa spingere fuori dalla strada normale.”

“Vi prego,” disse ancora Li. Lo disse piano adesso, quasi in un sussurro. Il corpo gli tremava senza controllo. Lasciò cadere la testa e fissò il pavimento. “Vi prego, non fatelo. Non riesco a sopportarlo.”

“Dammi qualcosa,” disse Luke. “Dammi qualcosa di buono, e poi vedremo. Guardami, Li.”

La testa di Li crollò ancor più giù. La scosse. “Non posso guardarti adesso.” Il suo viso fece una smorfia, una maschera di umiliazione. Poi si mise a piangere.

“Aiutami. Ti prego, aiutami.”

“Farai meglio a darmi qualcosa,” disse Luke. “O dovremo cominciare.”

Luke se ne stava a tre metri di distanza a guardarlo. Li era afflosciato sulla sedia, la testa bassa, le braccia strette dietro l’ampia schiena, il suo intero corpo a tremare. Non c’era organizzazione nella cosa – ogni parte sembrava fare qualcosa di diverso e di slegato da ogni altra parte. Luke notò in quel momento che Li aveva la tuta bagnata all’altezza del cavallo. Si era anche pisciato addosso.

Luke fece un respiro profondo. Dovevano far venire qualcuno per pulirlo.

“Li?” disse.

Li guardava ancora a terra. La sua voce pareva venire dal fondo di un pozzo. “C’è un deposito. È un deposito piccolo, con un ufficio. Un importatore di prodotti cinesi. Nell’ufficio è tutto spiegato.”

“Di chi è l’ufficio?” disse Luke.

“Mio.”

“È di facciata?” disse Ed.

Li cercò di stringersi nelle spalle. Il corpo gli tremolò e fece una piccola danza. I denti gli battevano mentre parlava. “Più che altro. Doveva essere un po’ funzionale, altrimenti niente copertura.”

“Dov’è?”

Li mormorò qualcosa.

“Cosa?” disse Luke. “Non ti sento. Se fai giochini con me, affronteremo la cosa alla maniera dura. Pensi che Ed abbia voglia di lasciarti in pace? Hai pensato male.”

“È ad Atlanta,” disse Li, chiaro e deciso adesso, come se dirlo fosse un sollievo. “Il deposito si trova ad Atlanta. È lì che avevo base io.”

Luke sorrise.

“Be’, puoi darci l’indirizzo, e possiamo prendere un aereo per Atlanta. Torneremo tra qualche ora.” Mise una mano sulla spalla di Li. “Dio ti aiuti se scopriamo che stai mentendo.”

*

“Bel lavoro, Swann,” disse Luke. “Non avrei potuto chiedere di meglio neanche se avessi scritto le battute io.”

“Ho mai detto che al liceo ero nel gruppo di teatro? Un anno ho avuto un ruolo nell’Opera da tre soldi.”

“Ti sei perso la tua vocazione,” disse Luke. “Saresti potuto andare a vivere a Hollywood a quel che ho visto lì dentro.”

Percorsero la passerella di cemento verso il SUV nero che li aspettava. Due uomini con tute dell’ente federale per la gestione delle emergenze erano appena smontati dall’auto ed erano entrati nella cabina. Luke si guardò in giro. Tutto intorno a loro c’erano recinzioni e fili spinati. Dietro alla torre di guardia più vicina una ripida collina verde si stagliava verso le montagne settentrionali della Georgia.

Swann sorrise. “Ho cercato di metterci la giusta nota di indignazione morale.”

“Mi avevi fregato,” disse Ed.

“Be’, era vero. Non dovevo recitare. Sono davvero contro la tortura delle persone.”

“Nemmeno noi siamo a favore,” disse Ed. “O almeno, non sempre.”

“L’avete fatto?” disse Swann.

Luke sorrise. “Tu che ne dici?”

Swann scosse la testa. “Ero fuori da appena dieci minuti quando siete usciti, perciò immagino di no.”

Ed gli diede una pacca sulla schiena. “Continua a immaginare, analista.”

“Be’, ma l’avete fatto o no?” disse Swann. “Ragazzi?”

Nel giro di qualche minuto, i tre erano di nuovo sull’elicottero, in volo sempre più su sopra la fitta foresta in direzione sud, verso Atlanta.

CAPITOLO SEI

10:05

Osservatorio navale degli Stati Uniti – Washington, DC

“Signore, grazie di essere venuto.”

Susan Hopkins si allungò per stringere la mano dell’uomo alto nel completo azzurro chiaro. Era il deputato degli Stati Uniti dell’Ohio, Michael Parowski. Aveva dei capelli prematuramente imbiancati e dei socchiusi occhi azzurro pallido. Cinquantacinque anni, era bello in un aspro modo da uomo Marlboro. Nato e cresciuto operario, aveva grosse mani di pietra e spalle ampie di un uomo che aveva cominciato la propria carriera come operaio siderurgico.

Susan conosceva la sua storia. Era scapolo da una vita. Era cresciuto ad Akron, figlio di immigrati polacchi. Da teenager era un stato un pugile da Golden Gloves. Le città industriali del nord, Youngstown, Akron, Cleveland, erano la sua roccaforte. Il suo supporto lassù era irremovibile. Di più, era mitico, tipo leggenda. Era al suo nono mandato alla camera, e le sue rielezioni erano una passeggiata.

Michael Parowski sarebbe stato rieletto nel nord dell’Ohio? Il sole sarebbe sorto ancora, domani? La Terra avrebbe continuato a girare sul suo asse? Se si lasciava cadere un uovo, sarebbe caduto sul pavimento della cucina? Quell’uomo era inevitabile come le leggi della fisica. Non se ne sarebbe andato da nessuna parte.

Susan aveva visto i video di lui che guadava la folla alle manifestazioni sindacali, nelle feste e ai festival etnici (dove non discriminava – polacchi, greci, portoricani, italiani, afroamericani, irlandesi, messicani, vietnamiti – se avevi un’appartenenza etnica, era lui il tuo uomo). Era uno che stringeva mani, che ti dava gran pacche sulla schiena e che batteva il cinque, e che ti abbracciava. La mossa con cui si firmava era il sussurro.

Nel mezzo della confusione e del caos, con decine o persino centinaia di persone a spingere per farglisi più vicine, lui invariabilmente avrebbe preso una donna di una certa età da parte e le avrebbe sussurrato qualcosa nell’orecchio. A volte le donne ridevano, a volte arrossivano, a volte gli agitavano un dito davanti. La folla quella cosa la adorava, e nessuna donna aveva mai ripetuto ciò che lui le aveva detto. Era un teatrino politico dell’ordine più alto, del tipo che Susan, francamente, adorava.

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