Avvertì subito la gravità reclamarlo a sé, ma era confuso su cosa fosse successo esattamente.
Il cuore gli batteva all’impazzata e la mente piena di dolore andò nel panico. Cercò di respirare mentre i suoi muscoli prendevano il sopravvento, agitandosi in cerca di un appiglio qualsiasi.
Ma non c'era niente. C'erano solo il vuoto e l’aria che gli fischiava nelle orecchie mentre precipitava e, pochi secondi dopo, una brevissima esplosione di dolore quando colpì il duro terreno sottostante. Mentre esalava il suo ultimo respiro, vide la parete che aveva appena scalato tinta di rosso: il suo ultimo tramonto che lo accompagnava nell’oscurità.
Quello che inizialmente le era sembrato il paradiso cominciò rapidamente a sembrare una specie di prigione. Anche se amava suo figlio più di quanto riuscisse a spiegare a parole, Mackenzie stava impazzendo. L'occasionale passeggiata intorno all’isolato ormai non le bastava più. Quando il dottore le aveva dato il permesso di fare un po’ di esercizio fisico e accelerare il ritmo dei suoi movimenti in giro per casa, lei aveva immediatamente pensato di fare jogging o persino di fare un po’ di sollevamento pesi. Era fuori forma – forse più di quanto non fosse stata da oltre cinque anni – e gli addominali di cui si era spesso vantata erano sepolti sotto un tessuto cicatriziale e uno strato di grasso a cui non era avvezza.
Una sera, in uno dei suoi momenti di maggiore debolezza, iniziò a piangere in modo incontrollabile uscendo dalla doccia. Da bravo marito rispettoso e amorevole quale era, Ellington si era precipitato in bagno trovandola appoggiata al lavabo.
“Mac, che c’è? Stai bene?”
“No. Sto piangendo. Non sto bene. E sto piangendo per una cazzata.”
“Tipo?”
“Ho appena visto il mio corpo allo specchio.”
“Ah, Mac... ehi, ti ricordi qualche settimana fa, quando mi hai detto di aver letto che avresti iniziato a piangere per le cose più insignificanti? Ebbene, credo che si tratti esattamente di questo.”
“La cicatrice del cesareo mi resterà per il resto della mia vita. E i chili di troppo... non sarà facile eliminarli.”
“E perché questo ti dà fastidio?” volle sapere lui. Non stava adottando la tecnica dell’amore severo, ma non la stava nemmeno coccolando. Era un duro promemoria di quanto la conoscesse bene.
“Non dovrebbe. E onestamente, credo di stare piangendo per qualcos'altro... solo che mi è bastato vedere il mio corpo per tirare fuori tutto quanto.”
“Non c'è niente di sbagliato nel tuo corpo.”
“Lo dici tanto per dire.”
“No, non è vero.”
“Come puoi guardarmi e desiderarmi?”
Lui le sorrise. “È piuttosto facile. E senti... So che il dottore ti ha autorizzato a fare una leggera attività fisica. Quindi, sai... se lasci che faccia tutto io...”
Con quelle parole, lanciò uno sguardo malizioso oltre la porta del bagno, verso la camera da letto.
“E Kevin?”
“Sta facendo il suo sonnellino preserale,” disse. “Anche se probabilmente si sveglierà tra un minuto o due. Si dà il caso, però, che siano passati più di tre mesi, quindi non mi aspetto che quello che accadrà lì dentro richieda molto tempo.”
“Che scemo che sei.”
Ellington rispose con un bacio che non solo la mise a tacere, ma cancellò istantaneamente ogni dubbio riguardo se stessa. Il bacio fu lento e intenso, e Mackenzie riuscì a percepire in esso il desiderio accumulatosi in quei tre mesi. Ellington la condusse dolcemente in camera da letto e, come aveva suggerito, si occupò lui di ogni cosa – con premura e abilità.
Il tempismo di Kevin fu perfetto. Si svegliò tre minuti dopo che avevano finito. Mentre entravano insieme nella cameretta, Mackenzie gli pizzicò il sedere. “Mi sa che è stato un po’ più di un leggero esercizio fisico.”
“Ti senti bene?”
“Magnificamente. Così bene che penso che potrei provare ad andare in palestra stasera. Credi di poter tenere il nostro ometto mentre sono fuori?”
“Naturalmente. Vedi di non esagerare.”
E tanto bastò per motivare Mackenzie. Non faceva mai nulla in maniera approssimata, e questo comprendeva il lavoro e, a quanto pareva, essere madre. Forse fu per questo che, poco più di tre mesi dopo aver portato a casa Kevin, si sentì in colpa per essere uscita per la prima volta. Era già andata al supermercato e dal dottore, certo, ma era la prima volta che se ne andava sapendo che sarebbe stata lontana dal suo piccolo per più di un'ora.
Arrivò in palestra poco dopo le otto, quindi la maggior parte della folla si era diradata. Era la stessa palestra che aveva frequentato quando aveva iniziato all’FBI, prima di affidarsi alle strutture del Bureau. Era bello essere di nuovo lì, su un tapis roulant come chiunque altro in città, a lottare con gli elastici di resistenza ormai obsoleti e allenarsi solo per tenersi attiva.
Riuscì a far solo mezz'ora, prima che l’addome iniziasse a farle male. Aveva anche un brutto crampo alla gamba destra, che cercò di alleviare ma senza successo. Fece una pausa, provò di nuovo il tapis roulant, ma decise di dichiarare conclusa la sessione.
Non ti azzardare a essere severa con te stessa, pensò, ma la voce nella sua testa era quella di Ellington. Hai cresciuto un essere umano dentro di te e poi te l’hanno staccato. Non puoi fare Superwoman. Datti un po’di tempo.
Aveva fatto una bella sudata, e questo era sufficiente per lei. Tornò a casa, fece una doccia e diede da mangiare a Kevin. Il piccolo era così soddisfatto che si addormentò ancora attaccato al suo seno, cosa che i medici sconsigliavano. Ma lei lo lasciò fare, tenendolo lì finché anche lei si sentì stanca. Quando lo mise a letto, Ellington era seduto al tavolo della cucina, intento a risolvere problemi di raccolta informazioni per il suo caso attuale.
“Tutto bene?” le chiese quando la vide passare in soggiorno.
“Sì. Forse potrei aver esagerato, in palestra. Sono un po’ dolorante. E anche stanca.”
“Posso fare qualcosa?”
“No. Magari domattina potresti darmi una mano con un altro po’ di leggera attività fisica?”
“Ne sarò felice, mia signora” disse con un sorriso da sopra lo schermo del suo portatile.
Anche lei sorrideva quando si infilò a letto. La sua vita le sembrava completa e aveva dolorosi crampi alle gambe, la sensazione che i suoi muscoli ricominciassero a imparare quello per cui venivano usati un tempo. Entro pochi minuti si assopì, esausta.
Non aveva idea che avrebbe fatto di nuovo il sogno dell'enorme campo di grano, e di sua madre che teneva in braccio suo figlio.
Così come non aveva idea di quanto l’avrebbe turbata stavolta.
***
Quando l'incubo la spinse a svegliarsi, non riuscì a trattenere l'urlo che le premeva in gola. Si rizzò a sedere sul letto con tanta forza che quasi cadde dal materasso. Accanto a lei, Ellington si tirò su in un sussulto.
“Mackenzie... che c'è? Stai bene?”
“Solo un incubo. Tutto qui.”
“Sembra che sia stato terribile. Ti va di parlarne?”
Con il cuore che le martellava ancora nel petto, si sdraiò. Per un momento, le sembrò di poter sentire il sapore della terra che aveva in bocca nell’incubo. “Non voglio scendere nei dettagli. È solo che... Credo di aver bisogno di vedere mia madre. Devo farle sapere di Kevin.”
“È giusto” disse Ellington, chiaramente ancora sconcertato dall'incubo e dai suoi effetti su di lei. “Immagino che abbia senso.”
“Possiamo parlarne più tardi” disse Mackenzie, avvertendo già il richiamo del sonno. Le immagini dell'incubo erano ancora lì con lei, ma sapeva che se non fosse tornata a dormire presto, sarebbe stata davvero una lunga notte.
Si svegliò parecchie ore dopo, al suono di Kevin che piangeva. Ellington stava già scendendo dal letto, ma lei allungò una mano toccandogli il petto. “Ci penso io.”
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