Blake Pierce - Prima Che Invidi

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Da Blake Pierce, autore di successo del libro IL KILLER DELLA ROSA (un best-seller con più di 1200 recensioni da cinque stelle), è in arrivo il volume #12 della serie di gialli mozzafiato di Mackenzie White, PRIMA CHE INVIDI.PRIMA CHE INVIDI è il volume #12 nella serie dei misteri di Mackenzie White, che inizia con PRIMA CHE UCCIDA (Libro #1), un best-seller con più di 500 recensioni da cinque stelle!Quando due alpinisti vengono trovati morti, entrambi brutalmente assassinati, Mackenzie White, agente speciale dell’FBI e neomamma, deve affrontare la propria paura delle altezze e fermare il serial killer prima che colpisca ancora.Mackenzie, che si sta adattando al suo nuovo ruolo di madre, vorrebbe prendersi del tempo per sé, ma questo non è possibile. C’è un serial killer in azione in Colorado, che prende di mira gli alpinisti nei loro istanti più vulnerabili. Ben presto Mackenzie si accorge di avere a che fare con un vero e proprio mostro.L’unico modo per fermarlo è entrare nella sua mente diabolica.Ancora provata per il parto ma costretta a tornare al lavoro, Mackenzie si ritrova impreparata per quella che appare come la caccia all’uomo più importante della sua vita.Thriller-noir psicologico dalla suspense mozzafiato, PRIMA CHE INVIDI è il libro #12 in una nuova, avvincente serie—con un nuovo, irresistibile personaggio— che vi terrà incollati alle pagine fino a tarda notte.  Di Blake Pierce è anche disponibile il best-seller IL KILLER DELLA ROSA (Un Mistero di Riley Paige—Libro #1), con più di 1200 recensioni da cinque stelle, da scaricare gratuitamente!

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Quanto a Mackenzie, anche se pensava spesso alla madre e alla sorella – gli unici membri ancora in vita della sua famiglia – l’idea di mettersi in contatto con loro era terrificante. Sapeva dove viveva sua madre e, con un piccolo aiuto da parte del Bureau, pensava di poter ottenere il suo numero. Stephanie, sua sorella minore, probabilmente sarebbe stata un po’ più difficile da rintracciare. Dal momento che Stephanie non era mai stata in grado di rimanere a lungo nello stesso posto, Mackenzie non aveva idea di dove potesse trovarsi al momento.

Purtroppo, aveva scoperto che le andava bene così. Certo, pensava che sua madre meritasse di vedere il suo primo nipotino, ma ciò significava riaprire le cicatrici che aveva chiuso poco più di un anno prima, quando aveva finalmente chiuso il caso dell'omicidio di suo padre. Chiudendo il caso, aveva anche chiuso la porta su quella parte del suo passato, incluso il terribile rapporto che aveva sempre avuto con sua madre.

Era strano quanto spesso pensasse a sua madre ora che aveva un figlio suo. Ogni volta che teneva in braccio Kevin, si ricordava di quanto fosse stata distante sua madre anche prima dell'omicidio del padre. Giurò a se stessa che Kevin avrebbe sempre saputo che sua madre lo amava, che non avrebbe mai lasciato che qualcos’altro – né Ellington, né il lavoro, né i suoi problemi personali – venisse prima di lui.

Era proprio questo ciò che aveva in mente la dodicesima notte dopo che avevano portato a casa Kevin. Aveva appena finito di dare a Kevin la poppata notturna, che ormai era sempre tra l'una e le due. Ellington stava rientrando nella stanza dopo aver sistemato Kevin nella sua culla nella stanza accanto. Un tempo era stato uno studio in cui conservavano tutte le loro pratiche burocratiche e oggetti personali, poi lo avevano trasformato in una cameretta.

“Perché sei ancora sveglia?” chiese rimettendosi a letto e affondando il viso nel cuscino.

“Credi che saremo dei buoni genitori?”

Sollevò la testa assonnato e scrollò le spalle. “Credo di sì. Insomma, tu di sicuro. Io invece... immagino che lo spronerò parecchio quando farà sport. È qualcosa che mio padre non ha mai fatto per me, e che mi è sempre mancato.”

“Sono seria.”

“Sì, l’avevo capito. Come mai lo chiedi?”

“Perché le nostre famiglie sono così incasinate. Come sappiamo come allevare un bambino nel modo giusto se abbiamo delle esperienze così orribili alle spalle?”

“Immagino che prenderemo nota di tutto ciò che i nostri genitori hanno sbagliato e non lo rifaremo.”

Allungò un mano nel buio e gliela posò sulla spalla con fare rassicurante. Mackenzie avrebbe voluto che la abbracciasse da dietro accoccolandosi contro di lei, ma non era ancora completamente guarita dall'intervento.

Così rimasero sdraiati l'uno accanto all'altra, esausti ed eccitati in egual misura per la loro vita che andava avanti, finché il sonno li chiamò a sé uno alla volta.

***

Mackenzie si ritrovò a camminare di nuovo tra i filari di granoturco. Gli steli erano così alti che non riusciva a vederne la cima. Le pannocchie facevano capolino nella notte come vecchi denti ingialliti che spuntavano da gengive marce. Ognuna era lunga quasi un metro; gli steli su cui crescevano erano enormi, e la facevano sentire piccola come un insetto.

In un punto più avanti, un bambino piangeva. Non un bambino qualsiasi, ma suo figlio. Già, riusciva a riconoscere le tonalità e le note dei lamenti del piccolo Kevin.

Mackenzie scattò attraverso i filari di granoturco. Gli steli la frustavano in viso e la facilità con cui la fecero sanguinare era sconcertante. Arrivata in fondo, aveva la faccia tutta ricoperta di sangue. Poteva sentirne il sapore in bocca e le gocciolava dal mento finendo dentro la camicia.

Si fermò in fondo al filare. Davanti a lei si apriva un’ampia radura, nient'altro che terra ed erba secca. Eppure, proprio nel mezzo, c’era una piccola struttura che conosceva bene.

Era la casa in cui era cresciuta. Era da lì che proveniva il pianto.

Mackenzie corse verso la casa, cercando di opporsi al grano che le era ancora attaccato e cercava di trascinarla di nuovo in mezzo al campo.

Corse più forte, accorgendosi che i punti sulla pancia si erano aperti. Quando raggiunse il portico della casa, il sangue della ferita le colava lungo le gambe, raccogliendosi sui gradini del portico.

La porta d'ingresso era chiusa, ma poteva ancora sentire il pianto. C’era il suo piccino che gridava, là dentro. La porta si aprì con facilità, senza cigolii o resistenza; evidentemente il tempo lì non contava. Prima ancora di entrare, vide Kevin.

Piazzata in mezzo al soggiorno spoglio – lo stesso soggiorno in cui aveva trascorso così tanto tempo da piccola – c’era una sedia a dondolo. La madre di Mackenzie vi era seduta con in braccio Kevin, dondolandolo dolcemente.

Sua madre, Patricia White, la guardò, con un aspetto molto più giovane dell'ultima volta che Mackenzie l'aveva vista. Sorrise a Mackenzie, gli occhi iniettati di sangue e quasi alieni.

“Sei stata brava, Mackenzie. Ma pensavi davvero di poterlo tenere lontano da me? E comunque, perché vorresti una cosa del genere? Sono stata una madre così terribile? Eh?”

Mackenzie aprì la bocca per dire qualcosa, per ordinarle di ridarle il bambino. Invece, tutto ciò che ne uscì fu terra e polvere di mais, che caddero dalla sua bocca finendo a terra.

Per tutto il tempo, sua madre sorrise e tenne Kevin stretto a sé, premendoselo contro il petto.

Mackenzie scattò a sedere nel letto, con un urlo che le premeva dietro le labbra.

“Gesù, Mac... stai bene?”

Ellington era in piedi sulla soglia della camera da letto. Indossava una maglietta e un paio di pantaloncini da jogging, il che voleva dire che aveva fatto ginnastica nel piccolo spazio che si era ritagliato nella camera degli ospiti.

“Sì” disse lei. “Era solo un brutto sogno. Un incubo.”

Poi guardò l'orologio e vide che erano quasi le otto del mattino. Ellington l’aveva lasciata riposare; Kevin si era svegliato verso le cinque o le sei per la sua prima poppata.

“Non si è ancora svegliato?” chiese Mackenzie.

“In realtà sì. Ho usato uno dei sacchetti di latte congelato. So che volevi tenerli di scorta, ma ho pensato di lasciarti dormire.”

“Sei incredibile,” disse, sprofondando nel letto.

“E non dimenticarlo. Ora torna a dormire. Te lo porto quando dovrà essere cambiato di nuovo. Ti sembra un buon accordo?”

Per tutta risposta, Mackenzie emise un verso indistinto, mentre si riappisolava. Per un momento, nella sua mente si affollavano ancora i residui dell'incubo, ma lei scacciò quelle immagini, concentrando i pensieri sul suo amorevole marito e sul bimbo che sarebbe stato ben felice di vederla al proprio risveglio.

***

Dopo un mese, Ellington tornò al lavoro. Il direttore McGrath aveva promesso che non gli avrebbe assegnato casi impegnativi o pericolosi mentre aveva un neonato e una moglie in maternità che lo aspettavano a casa. Oltre a ciò, McGrath era anche abbastanza indulgente in termini di ore. C’erano giorni in cui Ellington usciva di casa alle otto del mattino per fare ritorno già alle tre del pomeriggio.

Appena Ellington ricominciò a lavorare, Mackenzie iniziò sul serio a sentirsi una madre. Le mancava molto l'aiuto di Ellington in quei primi giorni, ma c'era qualcosa di speciale nel restare da sola con Kevin. Aveva imparato i suoi ritmi e le sue peculiarità ancora meglio. E anche se la maggior parte delle sue giornate prevedeva stare seduta sul divano a riposare mentre faceva indigestione di serie su Netflix, sentiva crescere il legame tra loro.

Ma Mackenzie non era mai stata il tipo che amava starsene seduta senza far niente. Dopo appena una settimana, iniziò a sentirsi in colpa per le sue abbuffate di Netflix, così decise di sfruttare il tempo per darsi alla lettura di storie di veri crimini. Sfruttò libri online e podcast, cercando di mantenere la mente attiva, cercando di capire le risposte a quei casi di vita reale prima che la narrazione raggiungesse la conclusione.

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