Andò dal medico due volte in quelle prime sei settimane, per assicurarsi che la ferita del cesareo fosse guarita correttamente. Nonostante i dottori fossero entusiasti per la sua velocità di guarigione, ci tenevano a sottolineare che un ritorno alla normalità prima del previsto avrebbe potuto causare una battuta d'arresto. Si erano raccomandati addirittura di stare attenta nel fare un gesto comune come chinarsi per raccogliere qualcosa di pesante.
Era la prima volta in vita sua che Mackenzie si era mai sentita come un’invalida. L’idea non le andava a genio, ma aveva Kevin su cui concentrarsi. Doveva mantenerlo felice e in salute. Doveva fargli prendere i ritmi giusti e, come lei ed Ellington avevano programmato durante la gravidanza, doveva anche prepararsi all’idea di separarsi da lui quando fosse giunto il momento di mandarlo all'asilo nido. Avevano individuato un rinomato asilo nido a domicilio e avevano già prenotato un posto. Nonostante accettassero anche bimbi di appena due mesi, Mackenzie ed Ellington avevano deciso di non mandarcelo almeno fino ai cinque o sei mesi. Questo avrebbe dato a Mackenzie un sacco di tempo per rassicurarsi sullo sviluppo di Kevin e per prepararsi alla separazione da lui.
Quindi non aveva problemi ad aspettare di essersi completamente ristabilita, fintanto che aveva Kevin accanto. Non ce l’aveva con Ellington per il suo ritorno al lavoro, tuttavia si ritrovò a desiderare che potesse essere lì con loro durante il giorno. Si stava perdendo tutti i sorrisi di Kevin, i suoi buffi vezzi e tutti i nuovi suoni che emetteva.
Mentre Kevin raggiungeva un traguardo dopo l’altro, l'idea dell’asilo nido iniziò a incombere minacciosa nella mente di Mackenzie, e con essa, anche l'idea di tornare al lavoro. Il pensiero era esaltante, ma quando guardava negli occhi di suo figlio, non sapeva se sarebbe riuscita a condurre una vita di pericoli costanti, correndo qua e là con la pistola al fianco e l’incertezza dietro ogni angolo. Sembrava quasi da irresponsabili il fatto che sia lei che Ellington avessero un lavoro tanto pericoloso.
La prospettiva di tornare al lavoro – al Bureau e su casi anche solo lontanamente pericolosi – diventava sempre meno allettante, man mano che si affezionava a suo figlio. Addirittura, quando dopo quasi tre mesi il dottore le diede l'autorizzazione per fare una leggera attività fisica, non era affatto sicura di voler tornare all'FBI.
Grand Teton National Park, Wyoming
Bryce sedette sul bordo della parete rocciosa, con i piedi che penzolavano nel vuoto. Il sole stava tramontando, proiettando una serie di luminose sfumature oro e arancio che si facevano più accese in prossimità dell'orizzonte. Si massaggiò le mani e pensò a suo padre. La sua attrezzatura da arrampicata era dietro di lui, riposta e pronta per la prossima avventura. Lo aspettavano due chilometri e mezzo di camminata per tornare alla macchina, per un totale di quasi dieci chilometri percorsi a piedi, ma per ora non pensava nemmeno all’auto.
Non stava pensando all’auto, né alla sua casa né alla sua nuova sposa. Suo padre era morto un anno prima e avevano sparso le sue ceneri in quel punto, esattamente al confine meridionale di Logan's View. Suo padre era morto sette mesi prima che Bryce si sposasse, a una sola settimana da quello che sarebbe stato il suo cinquantunesimo compleanno.
Era proprio lì, sulla parete meridionale di Logan's View, che Bryce e suo padre avevano celebrato la prima scalata di Bryce. Bryce sapeva che non era considerata un’impresa ardua, anche se era certamente stata difficile per lui a diciassette anni, visto che fino a quel momento aveva solo scalato pareti rocciose molto più modeste nel Grand Teton National Park.
Onestamente, Bryce non capiva cosa ci fosse di così speciale in quel posto. Non era sicuro del motivo per cui suo padre aveva chiesto che le sue ceneri fossero sparse proprio lì. Bryce e sua madre avevano dovuto lasciare l’auto nel parcheggio a due chilometri e mezzo da dove si trovava ora – nel punto in cui, poco meno di un anno prima, avevano disperso le ceneri di suo padre. Certo, il tramonto era bello, ma c'erano molte altre vedute panoramiche nel parco.
“Eccomi, sono tornato quassù, papà. Mi sono arrampicato qua e là, ma niente di eccezionale come quello che facevi tu.”
Bryce sorrise, pensando alla fotografia che gli era stata consegnata poco dopo il funerale del padre. Suo padre aveva tentato la scalata dell'Everest, ma si era rotto la caviglia dopo solo un giorno e mezzo di arrampicata. Aveva scalato i ghiacciai in Alaska e numerose formazioni rocciose senza nome in tutti i deserti americani. Quell’uomo era una specie di leggenda nella mente di Bryce e così voleva che rimanesse.
Osservò il tramonto, certo che a suo padre sarebbe piaciuto. Anche se, onestamente, con tutti i tramonti che aveva visto da diversi punti panoramici durante i suoi anni di arrampicata, quello non aveva nulla di particolare.
Bryce sospirò, notando che stavolta le lacrime non erano arrivate. La vita stava lentamente iniziando a sembrare normale senza suo padre. Era ancora in lutto, certo, ma stava andando avanti. Si alzò in piedi e si voltò per prendere lo zaino con la sua attrezzatura da arrampicata. Si fermò di colpo, allarmato alla vista di qualcuno che stava direttamente dietro di lui.
“Mi dispiace averti spaventato” disse l'uomo, in piedi a meno di un metro di distanza da lui.
Perché diavolo non l'ho sentito? Si chiese Bryce. Deve essersi mosso molto silenziosamente... di proposito. Perché cercava di avvicinarsi di soppiatto? Per derubarmi? Per prendere la mia attrezzatura?
“Nessun problema”, disse Bryce, scegliendo di ignorare l'uomo. Sembrava sui trentacinque anni, con un velo sottile di barba incolta che gli copriva il mento e un berretto a coprirgli la testa.
“Bel tramonto, eh?” fece l'uomo.
Bryce prese lo zaino, se lo issò sulla schiena e iniziò ad andare avanti. “Sì, certo,” rispose.
Fece per superare l’uomo, con l'intenzione di non degnarlo di ulteriori attenzioni, ma quello allungò un braccio bloccandogli la strada. Quando Bryce provò ad aggirarlo, l'uomo lo afferrò per un braccio e lo spinse.
Mentre incespicava all’indietro, Bryce era estremamente consapevole del vuoto che si apriva a meno di un metro da lui, a un centinaio di metri dal suolo.
Bryce aveva fatto a pugni un’unica volta nella sua vita; era stato in seconda elementare, nel parco giochi, quando un ragazzo idiota aveva fatto una stupida battuta su sua madre. Ciononostante, Bryce si ritrovò a chiudere una mano a pugno in quel momento, pronto a combattere, se fosse stato necessario.
“Quale diavolo è il tuo problema?” scattò Bryce.
“La gravità” rispose l'uomo.
Poi fece una mossa, ma non si trattava di un pugno, quanto piuttosto di un gesto come di lancio. Bryce sollevò una mano per parare, realizzando ciò che l’uomo stringeva in mano quando notò il dorato scintillio del riflesso del tramonto sulla superficie metallica.
Un martello.
Lo colpì in fronte abbastanza forte da produrre un suono che a Bryce sembrò uscito da un cartone animato. Ma il dolore che seguì non era affatto divertente o comico. Sbatté le palpebre, completamente stordito. Fece un solo passo indietro, con tutti i nervi del corpo che cercavano di ricordargli che alle sue spalle lo aspettava un salto di cento metri.
Ma i suoi riflessi erano lenti, e il colpo alla fronte gli aveva provocato un dolore accecante che gli attraversava il cranio e una sensazione di intorpidimento lungo la schiena.
Bryce si accasciò, finendo su un ginocchio. Proprio in quel momento, l'uomo allungò una gamba e rifilò a Bryce un calcio direttamente al centro del petto.
Bryce sentì a malapena l'impatto. La sua testa sembrava andare a fuoco. Il calcio lo fece volare all'indietro, colpendo il terreno con il fianco abbastanza forte da farlo rimbalzare ancora più lontano.
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