Rosa Oliveros Arasa - Storie del focolare

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La cultura e la lingua catalane ci sono molto vicine, molto più di quanto ne abbiamo consapevolezza. La scelta di tradurre e pubblicare questa raccolta ha come obiettivo di far (ri)scoprire questa vicinanza, sperando che conoscendo meglio la cultura catalana possiamo imparare qualcosa su noi stessi.Le sette fiabe che compongono questo libro risulteranno immediatamente familiari al lettore italiano, che vi riconoscerà facilmente ambienti, personaggi, colori e perfino sapori che appartengono a tutti, a partire dal concetto stesso di «storie del focolare» che ci riporta immediatamente ad una memoria, in molti casi, lontana nel tempo; in quella memoria c'è sempre una voce che racconta una storia fantastica, e quella narrazione, ogni volta un po' diversa e più simile al narratore, costituisce il ciclo magico e impalpabile della trasmissione orale della cultura, in particolare la cultura locale.

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«Sí, portami delle pietre, coniglietto.»

«Pietre?» disse, con sorpresa, il coniglietto. «E dove le vado a cercare?»

«Nel bosco.» E il coniglietto si addentrò nel bosco.

«Salve, bosco.»

«Salve, coniglietto.»

«Potresti darmi delle pietre?»

«E che ci devi fare?»

«Le pietre le porterò alla fonte. La fonte mi dará acqua. L’acqua la porterò all'orto. L’orto mi dará erba e l’erba la porterò al porco. Il porco mi dará setole, e le setole le porterò al calzolaio perché mi dia una rammendata alla bocca tutta slabbrata.»

«Mmm... portami dei cani, coniglietto.»

«Cani?» fece il coniglietto. «E dove li vado a cercare?»

«Dal pastore» gli rispose il bosco. E il coniglietto andò, senza perdere nemmeno un minuto, dal pastore.

«Salve, pastore!»

«Salve, coniglietto!»

«Potresti darmi dei cani?»

«E che ci devi fare?»

«Allora: i cani li porterò al bosco, il bosco mi dará le pietre, le pietre le porterò alla fonte. La fonte mi dará acqua. L’acqua la porterò all'orto. L’orto mi dará erba e l’erba la porterò al porco. Il porco mi dará setole, e le setole le porterò al calzolaio perché mi dia una rammendata alla bocca tutta slabbrata.»

«Benissimo! Portami del pane, coniglietto.»

«Ah... pane… e dove lo vado a cercare?»

«Dal fornaio.» E il coniglietto rapidamente, anche se un po’ scombussolato, si incamminò per andare dal fornaio.

«Salve, fornaio.»

«Salve, coniglietto!»

«Potresti darmi del pane?»

«E che ci devi fare?»

«Oh... allora... il pane lo porterò al pastore, pastore mi dará dei cani, i cani li porterò al bosco, il bosco mi dará le pietre, le pietre le porterò alla fonte. La fonte mi dará acqua. L’acqua la porterò all'orto. L’orto mi dará erba e l’erba la porterò al porco. Il porco mi dará setole, e le setole le porterò al calzolaio perché mi dia una rammendata alla bocca tutta slabbrata.»

«Ecco qua!» gli disse il fornaio, e gli donò il pane.

Il coniglietto portò il pane al pastore.

Il pastore gli diede i cani.

I cani li portò al bosco.

Il bosco gli diede le pietre.

Le pietre le portò alla fonte.

La fonte gli diede acqua.

L’acqua la portò all'orto.

L’orto gli diede erba e l’erba la portò al porco, il quale gli diede le setole, che il coniglietto portò al calzolaio che, come gli aveva detto, gli rammendò la boccuccia che, per il tanto ridere, gli si era tutta slabbrata!

Il coniglietto aveva aiutato tutti e tutti lo avevano aiutato, perché, prima o poi, con la bocca ormai rammendata, il racconto fosse terminato.

Il Conte di Belvedere

C’era una volta il Conte di Belvedere, un nobile anziano e malandato che aveva tre figlie.

Un giorno, a causa dell’approssimarsi di una guerra, il Re ordinò che tutti i Signori e i nobili del reame andassero a combattere. Il Conte di Belvedere, che era vecchio e malato, non ci poteva andare e sbuffava di rabbia al pensiero di cosa avrebbe detto il Re della sua assenza in un momento così importante.

Le sue figlie lo ascoltavano.

«Padre» disse la più grande, «il Re sa bene che sei anziano e anche malato.»

«È così» disse la seconda, dando ragione alla sorella maggiore.

La più piccola, che era la più risoluta di tutte, invece disse:

«Non vi preoccupate, padre! Ci andrò io al vostro posto!»

«Tu, povera figliola mia?» fece, sorpreso, il padre.

«Io, padre.»

«Ma non vedi che la tua debolezza, perché donna e perché piccina, non si addice all’arte della guerra?»

«So maneggiare bene la spada e la lancia, padre!»

«Ti farai solo del male e su questa casa cadrà il disonore!» le disse il padre, irritato.

«So cavalcare bene e farò esattamente quel che fa qualsiasi altro cavaliere» rispose lei, con fermezza.

«Figlia mia, ma non capisci che ti scopriranno subito e sarai lo zimbello dell’esercito?» insisteva lui.

«No padre, nessuno mi scoprirà. Indosserò una corazza e farò quel che fanno gli altri.»

«E il nome, figlia mia?»

«Dunque, non mi chiamerò Luisa, padre: sarò il cavaliere Luigi, il Conte di Belvedere!»

Vedendo che la figlia era tanto determinata, il padre la lasciò andare e la fece accompagnare da due fedeli servitori. Durante il cammino lei disse loro che, affinché nessuno scoprisse che era una ragazza, uno doveva far finta di essere sordo e l’altro di essere muto. Così le persone, pensando che uno non sentiva e l’altro non parlava, non avrebbero avuto timore della loro presenza qualora si fossero trovate a parlare della ragazza, e successivamente i servitori avrebbero potuto informarla di tutto ció che si era detto su di lei.

Quando finalmente arrivarono al palazzo reale, il cavalier Luigi fu ricevuto così come un Conte meritava di essere ricevuto. Il Re, la Regina e il figlio che avevano gli fecero i complimenti e gli diedero alloggio proprio nel palazzo reale.

Il figlio del Re aveva circa la stessa età di Luisa e, da quando era arrivata a palazzo, lui voleva sempre starle accanto. In battaglia lottavano sempre insieme e ne ricevevano tutta la gloria poiché insieme compivano atti di grande valore. Questo fece sì che, col passare dei giorni, il figlio del re si affezionasse sempre di più al giovane Conte Luigi: gli sembrava molto aggraziato, gli piaceva tutto quel che diceva e faceva e si mise in testa che nessun uomo era come il Conte; iniziò ad immaginare che, magari, fosse una donna travestita da uomo. Quest'idea si radicò nella sua testa al punto che appena era solo ci pensava, addirittura ripeteva a voce alta:

Il Conte di Belvedere

a me pare una dama

e non un cavaliere

Un giorno, però, non potendo più resistere, lo disse a sua madre.

«Ma figlio mio, ti pare possibile tutta questa tua fantasia?» gli disse lei.

«Sì, madre!»

«Toglitelo dalla testa subito!» gli disse lei.

«Oh madre! È che… se fosse dama e non cavaliere, io la vorrei sposare!» rispose lui, con gli occhi pieni di speranza.

«Va bene, ti aiuterò a dirimere la matassa, e ci toglieremo questo dubbio» decretò lei.

In quel momento uno dei servitori del Conte di Belvedere stava affilando la spada del figlio del Re e sentì tutto, ma visto che tutti pensavano che fosse muto, nessuno fece attenzione a quel che si diceva e, quando ebbero finito, il servitore corse a raccontare tutto al suo padrone, il cavalier Luigi.

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