A circa tre anni dal suo arrivo a Messina, Alessio mise piede fuori dalla cella e gli occhi gli bruciarono per più di un’ora a causa dell’intensa luce.
«Sarai condotto a Palermo.» gli dissero.
Dunque per un attimo provò uno strano appagamento; forse lo portavano a Palermo perché era lì che avvenivano le esecuzioni importanti… e lui era divenuto noto e famoso.
Poi, prima che il carro dalle grosse ruote partisse per la capitale del Regno, Onesimo saltò dentro, intenzionato ad accompagnarlo.
Alessio lo fissò per lunghi minuti con i suoi occhi azzurro cielo; il suo sguardo era serio ma non spento, la sua espressione piena di rancore ma non avvilita. Perfino quando il carro cominciò a sobbalzare tra sassi e buche, il greco restò a guardare il suo giovane conoscente senza dire nulla.
«Hai tu il mio denaro!» esclamò poi, come se a quella conclusione vi giungesse adesso.
«Credo nella vostra innocenza.» rispose invece Onesimo, ma Alessio sembrava pensare solo ad una cosa.
«Il mio denaro… dov’è? Devi ridarmelo!»
Il viso candido del frate si turbò. Per come lo straniero lo fissava forse aveva fatto male a crederlo innocente. Allargò perciò al collo la semplice tunica monacale e tirò fuori un sacchetto tintinnante di monete.
«Questo è ciò che rimane…»
Quindi Alessio, nonostante fosse legato ai polsi, gli saltò addosso come una bestia feroce, intendendo strozzarlo.
«Se siete ancora vivo è perché ho pagato lo Stratigò!» urlò Onesimo, non appena gli fu chiaro che quell’aggressione si sarebbe conclusa con qualcosa di grave.
«Avreste conservato il denaro per riscattare vostra figlia, ma non avreste potuto abbracciarla…» spiegò ulteriormente.
La cosa, dopo alcuni minuti di imprecazioni e maledizioni, che fecero fischiare le orecchie del giovane tonsurato, parve convincere Alessio.
«Potevi intascarteli tu quando hai saputo la fine che avrei fatto.» ragionò il prigioniero, intanto che la lunga barba grigia dondolava a destra e a sinistra per via della strada dissestata.
«Maestro, voi mi avete appassionato con i racconti della vostra arte ed io non riuscirei a non ammirarvi neppure se criminale lo foste davvero.»
«La mia arte… a cosa mi serve adesso la mia arte?» domandò Alessio, rivolgendosi al destino infausto e sollevando impotente le spalle.
«Voi potete dare ancora molto, e potete insegnare ai giovani quella vostra teoria su come imbrigliare la luce nella pietra.»
«Riponi la tua fiducia sull’uomo sbagliato.»
«No, voi davvero potete riprendere il controllo della vostra vita… o almeno vi è una possibilità perché questo accada…
Statemi a sentire: un paio di mesi fa passò per il palazzo dello Stratigò un funzionario del Re ed io mi ci imbattei per caso. Questi parlava fluentemente il greco nostrano, la mia stessa lingua, e non mi ci volle molto per comprendere che fosse diretto a Palermo. Colsi l’occasione e gli parlai di voi, Maestro… di voi e del torto che si stava facendo al Re lasciando marcire nelle carceri un tale genio. È risaputo che Guglielmo d’Altavilla sia mecenate d’arti e cultore delle piacevolezze della vita. Quell’uomo, un logotheta 15 15 Logotheta: dal greco “colui che conta, calcola”. Dignitario del Regno di Sicilia e dell’Impero Bizantino che attendeva ai bilanci statali.
di nome Basilio, si lisciò la barba interessato all’argomento, dunque mi parlò di una grande sala del Palazzo Reale che il Re aveva intenzione di abbellire con dei mosaici. E infine, quando gli dissi che venivate da Costantinopoli e che avevate impreziosito le stanze dell’Imperatore, sorrise e mi disse che per certo ne avrebbe parlato al Re.»
«Io non ho mai prestato servizio per l’Imperatore. Tu pecchi mentendo, ragazzo!»
«Davvero io l’ho creduto…»
«Sebbene io non te ne abbia parlato… Poco male… in fondo era a Palermo che intendevo giungere già tre anni or sono. Troverò la mia Zoe e la strapperò dalle mani di quel maledetto!»
Onesimo tossì due volte, segno che avesse tralasciato di comunicare una postilla importante.
«Temo, Maestro, che le cose non siano come le credete. Il Re non vi ha accordato nessuna grazia, ed in verità, anche se desiderasse farlo, la cosa non sarebbe così semplice.»
«Quale razza di sovrano vi governa?» chiese stizzito Alessio.
«Quello che vi è successo è accaduto nella gloriosa Messina e la legge cittadina, maggiore perfino all’arbitrio del Re, vieta ai tribunali che non siano composti da messinesi di giudicare i misfatti avvenuti in città.»
«E dunque il Re non può niente?»
«Potrebbe, ma col clima di diffidenza che aleggia in giro, difficilmente contrarierà una città che finora gli è stata amica.»
«E non vale a nulla che a morire sia stato soltanto un avaro giudeo?»
«I giudei di Messina hanno pari diritti dei cristiani, e godono di tutela anche nelle altre città del Regno.»
«Che assurdità!» esclamò Alessio.
«Vi ci dovete abituare… anche se so bene che a voi stranieri molte cose di questa terra appaiano come bizzarrie. Ad ogni modo, farete bene a considerarvi come in prestito per un servigio da rendere al Re, poiché in realtà appartenete ancora alle carceri messinesi.»
«Per quale assurdo piacere allora mi hai fatto tirare fuori? Non posseggo più il denaro e non posseggo più la libertà… verrò comunque ucciso, ma dopo aver lasciato la mia firma sulle pareti del Palazzo del Re. Che guadagno posso averne in tutto questo?»
«Maestro, voi mi avete detto che la vostra arte vi importava più della stessa vita ed io ho creduto di farvi felice.»
«Tu sei solo un monachello che ha deviato la propria fede e si è abbandonato al materialismo delle arti umane.»
«Chiedo solo di vedervi all’opera… e poi farò penitenza.»
Alessio si resse quindi la testa come preso da una forte emicrania.
Ottobre 1160 (Anno Mundi 6669), Balermus 16 16 Balermus: nome di Palermo durante il periodo normanno. Si tratta della latinizzazione del nome arabo Balarm, che differisce tuttavia dall’antico nome latino Panormus. Da Balermus deriva l’attuale Palermo. Nelle intestazioni dei capitoli il nome delle città è pressoché quello in latino degli atti ufficiali dei normanni di Sicilia.
, Palazzo Reale
Raccogliere il testimone di Re Ruggero sarebbe stato un compito arduo per chiunque. A causa della straordinarietà dell’uomo che era stato e della grandezza raggiunta dal suo regno, sarebbe diventato il termine di paragone per tutti i re che si sarebbero avvicendati sul trono di Sicilia… ed ovviamente, com’è facile immaginare, dal confronto quasi tutti ne sarebbero usciti rimpiccioliti.
La nascita di Guglielmo non era stata accolta col consueto giubilo riservato agli eredi al trono. Essendo solo il quarto dei figli avuti da Ruggero, era impensabile che un giorno potesse diventare il sovrano del glorioso Regno costruito da suo padre. E forse, proprio per questo motivo, il destino gli aveva riservato le qualità strettamente necessarie alla sua natura, solo ciò che gli sarebbe servito per vivere lontano dalle responsabilità di governo. Guglielmo era un coraggioso combattente, una qualità consona ai cadetti, ma per quanto riguardava i pregi che rendono un sovrano un buon sovrano, era mancante in tutto. La morte dei suoi fratelli l’aveva costretto a ricoprire un ruolo in cui, per tutta la durata del suo regno, sarebbe stato additato come incapace. Guglielmo era abulico, avaro e pieno di superbia. Non aveva abbastanza forza di carattere e volontà per prendere decisioni, e a differenza di Ruggero, il quale firmava tutto ciò che usciva dal Regio Palazzo, rimandava le questioni o delegava i suoi potenti ministri. Passava gran parte del suo tempo nelle splendide regge fuori Palermo, attorniato da paradisiaci giardini e lusso d’ogni genere, e qui, tra eunuchi e donne favorite, era solito abbandonarsi a smodati banchetti e piaceri sessuali. Del suo ruolo assolveva quindi solo gli aspetti piacevoli, e tutto questo mentre uomini più furbi e capaci di lui imperavano a proprio arbitrio. Spiccava tra tutti i suoi funzionari Majone di Bari, Emiro degli Emiri ed Arconte degli Arconti, chiamato Amiratus 17 17 Amiratus: latinizzazione dell’arabo ‘amir (emiro). Era il titolo riservato al primo ministro del Regno di Sicilia in epoca normanna, chiamato per esteso anche Emiro degli Emiri (ovvero Amiratus Amiratorum), o Arconte degli Arconti (dal termine greco che significa primo magistrato). La parola italiana Ammiraglio deriva appunto dall’arabo ‘amir, avendo subito alla spiccia i seguenti passaggi: ‘amir > Amiratus > Amiralius > Ammiraglio. Tali trasformazioni linguistiche e semantiche avvennero alla corte siciliana. Proprio qui, infatti, la parola Ammiraglio, che inizialmente indicava una sorta di primo ministro con poteri plenipotenziari, finì per indicare il comandante generale della marina militare.
da quelli che contavano e Ammiraglio dal popolo. Questi era la vera mente del governo. Benché le origini di Majone fossero modeste, si era distinto già ai giorni di Ruggero per la sua effettiva intelligenza amministrativa e militare. Un uomo che tuttavia ricalcava i vizi della corte forse ancor più del Re e che sapeva imporre il potere regio con straordinaria crudeltà e violenza. Lo conoscevano bene i baroni della Terraferma che ci si erano scontrati durante l’ultima ribellione. Sarebbe bastato un qualsiasi giudizio, perfino il più benevolo, per indicarlo come la ragione di ogni male e di ogni sventura del Regno. Perfino i saraceni, benché parteggiassero per il Re, avevano da ridire su Guglielmo e sopratutto sul suo primo ministro. E alla fine, per le proprie e altrui mancanze, sarebbe stato proprio il Re a pagare il prezzo più alto, e l’avrebbe fatto con la reputazione riservata ai libri di storia, con quell’epiteto che avrebbe accompagnato il suo nome per tutta l’eternità: Guglielmo di Sicilia, detto il Malo.
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