Patrick Süskind - Il profumo

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Jean-Baptiste Grenouille, nato il 17 luglio 1783 nel luogo più puzzolente di Francia, il Cimetière des Innocents di Parigi, rifiutato dalla madre fin dal momento della nascita, rifiutato dalle balie perché non ha l'odore che dovrebbero avere i neonati, anzi perché "non ha nessun odore", rifiutato dagli istituti religiosi, riesce a sopravvivere a dispetto di tutto e di tutti. E, crescendo, scopre di possedere un dono inestimabile: una prodigiosa capacità di percepire e distinguere gli odori. Forte di questa facoltà, di quest'unica qualità, Grenouille decide di diventare il più grande profumiere del mondo, e il lettore lo segue nel suo peregrinare tra botteghe odorose, apprendista stregone che supera in breve ogni maestro passando dalla popolosa e fetida Parigi a Grasse, città dei profumieri nell'ariosa Provenza. L'ambizione di Grenouille non è quella di arricchirsi, né ha sete di gloria; persegue, invece, un suo folle sogno: dominare il cuore degli uomini creando un profumo capace di ingenerare l'amore in chiunque lo fiuti, e pur di ottenerlo non si fermerà davanti a nulla.

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In effetti il processo contro Grenouille si svolse in modo estremamente rapido, perché non soltanto le prove erano schiaccianti, ma l’accusato stesso durante gli interrogatori confessò senza ambagi i delitti imputatigli.

Solo alla domanda sulle ragioni per cui l’aveva fatto non seppe dare una risposta soddisfacente. Si limitò a ripetere di continuo che le fanciulle gli erano servite, e per questo le aveva uccise. A che scopo gli erano servite e che cosa significasse «gli erano servite»… su questo non disse una parola. Di conseguenza lo misero alla tortura, lo tennero ore appeso per i piedi, gli pomparono in corpo sette pinte d’acqua, gli applicarono le morse ai piedi… senza il minimo risultato. Quell’essere sembrava insensibile al dolore fisico, non emise un grido, e quando gli chiesero ancora perché l’avesse fatto, non disse altro se non: «Mi servivano». I giudici lo ritennero malato di mente. Smisero di torturarlo e decisero di por fine al processo senza ulteriori interrogatori.

L’unico rinvio che si verificò ancora fu dovuto a una diatriba giuridica con la magistratura di Draguignan, nel cui baliato si trovava La Napoule, e con il Parlamento di Aix, poiché entrambi volevano condurre il processo. Ma í giudici di Grasse non se lo lasciarono strappare di mano. Erano stati loro a catturare il colpevole, la maggior parte dei delitti era stata commessa nella zona di loro competenza, e se avessero affidato l’assassino a un altro tribunale, l’ira popolare accumulata si sarebbe riversata su di loro. Il suo sangue doveva scorrere a Grasse.

Il 15 aprile 1766 fu pronunciato il verdetto, e ne fu data lettura all’accusato nella sua cella: «Il garzone profumiere Jean-Baptiste Grenouille», così suonava il giudizio, «sarà condotto al Cours davanti alle porte della città, dove, con il viso rivolto al cielo, sarà legato a una croce di legno, riceverà da vivo dodici colpi con una spranga di ferro, che gli spaccherà le articolazioni delle braccia, delle gambe, delle anche e delle spalle, quindi sarà issato sulla croce, finché morte non sopravvenga». La prassi di grazia consueta, cioé lo strangolamento del delinquente con un laccio dopo la rottura delle articolazioni, fu espressamente vietata al carnefice, anche nel caso in cui la lotta con la morte si fosse trascinata per giorni. Il cadavere doveva essere seppellito di notte allo scorticatoio, il luogo doveva restare anonimo.

Grenouille accettò la sentenza con impassibilità. L’usciere giudiziario gli chiese se avesse un ultimo desiderio. «Nulla», disse Grenouille; aveva tutto ciò che gli serviva.

Un sacerdote si recò nella cella per raccogliere la sua confessione, ma ne riuscì dopo un quarto d’ora con un nulla di fatto. Alla menzione del nome di Dio, il condannato l’aveva guardato con un’incomprensione così totale che pareva avesse udito quel nome per la prima volta, quindi si era steso sul suo tavolaccio ed era subito piombato in un sonno molto profondo. Qualsiasi ulteriore discorso era stato privo di effetto.

Nei due giorni seguenti vennero molte persone per vedere da vicino il famoso assassino. I guardiani permisero loro di dare un’occhiata attraverso lo spioncino a ribalta della porta della cella, e chiesero sei soldi per ogni occhiata. Un incisore di stampe, che voleva eseguire uno schizzo, dovette pagare due franchi. Ma il soggetto fu piuttosto deludente. Il prigioniero, incatenato ai polsi e alle caviglie, era sempre disteso sul tavolaccio e dormiva. Teneva il viso rivolto verso la parete, e non reagiva né quando bussavano né quando lo chiamavano. Ai visitatori era severamente vietato l’accesso alla cella, e nonostante le offerte allettanti, i guardiani non osavano infrangere questo divieto. Si temeva che il prigioniero potesse essere assassinato anzitempo da qualche parente delle sue vittime. Per lo stesso motivo era vietato introdurre nella sua cella qualsiasi cibo. Avrebbe potuto essere avvelenato. Durante tutta la sua prigionia Grenouille ricevette il cibo dalla cucina della servitù del palazzo vescovile, e il sovrintendente del carcere doveva assaggiarlo prima. Naturalmente gli ultimi due giorni Grenouille non mangiò nulla. Stava disteso sul tavolaccio e dormiva. Di tanto in tanto le sue catene tintinnavano, e quando il guardiano accorreva allo spioncino della porta, lo vedeva prendere un sorso d’acqua dalla bottiglia, ributtarsi sul giaciglio e continuare a dormire. Sembrava che quell’uomo fosse così stanco della sua vita, da non voler condividere con essa neppure le ultime ore in stato di veglia.

Nel frattempo il Cours fu preparato per l’esecuzione. I falegnami costruirono un patibolo di tre metri per tre, alto due metri, munito di parapetto e di una solida scala: Grasse non ne aveva mai avuto uno così lussuoso. Costruirono inoltre una tribuna di legno per i notabili e un recinto per contenere la gente comune, che doveva restare a una certa distanza. I posti alle finestre nelle case a destra e a sinistra della Porte du Cours e nell’edificio del corpo di guardia erano stati affittati da tempo a prezzi esorbitanti. Perfino alla Charité, che si trovava un po’ più di lato, l’aiutante del carnefice aveva ottenuto contrattando le camere dei malati, e le aveva riaffittate ai curiosi traendone un lauto guadagno. I venditori di limonata miscelavano a bricchi succo di liquirizia di scorta, l’incisore stampò in molte centinaia di esemplari lo schizzo dell’assassino che aveva fatto in prigione e che la sua fantasia aveva raffigurato un po’ più scattante di quanto non fosse, i venditori ambulanti affluirono in città a dozzine, i panettieri fecero cuocere al forno pasticcini commemorativi.

Il carnefice, Monsieur Papon, che da anni non aveva più avuto delinquenti cui spezzare le ossa, si fece forgiare dal fabbro una pesante spranga di ferro a sezione quadrata e con questa si recò al macello per esercitarsi su carcasse di animali. Gli erano concessi soltanto dodici colpi, con i quali doveva spaccare le dodici articolazioni senza danneggiare le parti più importanti del corpo, come ad esempio il petto o il capo: un compito difficile, che richiedeva la massima sensibilità nella punta delle dita.

I cittadini si prepararono all’avvenimento come a un giorno di gran festa. Era ovvio che nessuno avrebbe lavorato. Le donne stirarono il loro abito festivo, gli uomini spolverarono le giacche e si fecero lucidare gli stivali fino a renderli splendenti. Chi possedeva un grado militare o una carica, chi era capo di una corporazione, avvocato, notaio, direttore di una confraternita o comunque una persona importante, preparò l’uniforme e il costume ufficiale con decorazioni, sciarpe, catene e la parrucca incipriata col bianchetto. I credenti decisero di riunirsi post festum per la messa, i seguaci di Satana per una piccante messa luciferina di ringraziamento, la noblesse colta per una seduta spiritico-magnetica nei palazzi dei Cabris, dei Villeneuve e dei Fontmichel. Nelle cucine già si cuoceva e si arrostiva, dalle cantine si portava su il vino, al mercato si acquistavano fiori da decorazione, nella cattedrale l’organista e il coro della chiesa facevano le prove.

A casa Richis, in Rue Droite, c’era quiete. Richis non tollerava nessun preparativo per il «giorno della liberazione», come il popolo chiamava il giorno dell’esecuzione dell’assassino. Tutto lo nauseava. La paura degli uomini risorta d’un tratto l’aveva nauseato, la loro attesa gioiosa e febbrile lo nauseava. Loro stessi, gli uomini, tutti quanti, lo nauseavano. Non aveva presenziato all’esposizione del colpevole e delle sue vittime sulla piazza davanti alla cattedrale, né al processo, né alla ripugnante sfilata degli avidi di sensazioni davanti alla cella del condannato. Per identificare gli abiti e i capelli di sua figlia aveva convocato la corte a casa sua, aveva fatto la propria deposizione brevemente e con calma e aveva pregato la corte di affidargli gli oggetti della figlia come reliquie, cosa che aveva ottenuto. Li portò nella stanza di Laure, depose sul suo letto la camicia da notte tagliuzzata e la maglietta, sparse sul cuscino i suoi capelli rossi e si sedette di fronte al letto, senza più lasciare la stanza né di giorno né di notte, come se, con quella guardia insensata, avesse voluto ricuperare ciò che aveva perso nella notte trascorsa a La Napoule. Era così colmo di nausea, nausea per il mondo e per se stesso, che non riusciva a piangere.

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