George Martin - Il trono di spade

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Il trono di spade: краткое содержание, описание и аннотация

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In una terra fuori dal mondo, dove le estati e gli inverni possono durare intere generazioni, sta per esplodere un immane conflitto. Sul Trono di Spade, nel Sud caldo e opulento, siede Robert Baratheon. L’ha conquistato dopo una guerra sanguinosa, togliendolo all’ultimo, folle re della dinastia Targaryen, i signori dei draghi. Ma il suo potere è ora minacciato: all’estremo Nord la Barriera — una muraglia eretta per difendere il regno da animali primordiali e, soprattutto, dagli Estranei — sembra vacillare. Si dice che gli Estranei siano scomparsi da secoli. Ma se è vero, chi sono quegli esseri con gli occhi così innaturalmente azzurri e gelidi, nascosti tra le ombre delle foreste, che rubano la vita o il sonno a chi ha la mala di incontrarli?

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La mano di re Robert sfiorò il volto di pietra, le sue dita ne percorsero i lineamenti con dolcezza, come se fossero stati quelli di una donna in vita. «Ho giurato di uccidere Rhaegar per quello che le ha fatto.»

«L’hai ucciso» gli ricordò Ned.

«Soltanto una volta.» Robert era ancora pieno di veleno. Si erano affrontati al guado del Tridente mentre la battaglia infuriava tutt’attorno. Da un lato Robert Baratheon, mazza da combattimento ed elmo dalle grandi corna di cervo. Dall’altro Rhaegar Targaryen, il principe dall’armatura nera. Sulla placca pettorale c’era il drago a tre teste, emblema della sua Casa, disseminato di rubini che ai raggi del sole scintillavano come faville di fuoco. Le acque del Tridente scorrevano rosse di sangue attorno agli zoccoli dei loro destrieri mentre i due cavalieri andavano all’attacco, giravano uno attorno all’altro, si scontravano con furia cieca. Era stata la mazza ferrata di Robert a dare il colpo conclusivo, sfondando il drago di rubini e il torace sotto di esso. Quando Eddard era arrivato sulla scena del duello, il cadavere di Rhaegar giaceva nella corrente e soldati dei due eserciti frugavano nell’acqua alla ricerca dei rubini divelti dalla sua armatura.

«Ogni notte lo uccido di nuovo» confessò Robert. «Mille morti, diecimila morti sono niente al confronto di quello che meritava.» Non c’era nulla che Ned potesse dire.

«Meglio rientrare, maestà» suggerì dopo una lunga pausa. «Tua moglie ti starà aspettando.»

«Mia moglie? Che gli Estranei se la portino alla dannazione!» Robert continuava a essere pieno di amarezza, ma cominciò comunque a muoversi con passo pesante. «E un’altra cosa, Ned: se la sento ancora una volta, la farsa del “maestà”, ti stacco la testa e la infilo su una picca. Tu e io siamo ben altro!»

«Non ho dimenticato cosa siamo, Robert.»

Fu il turno del re di non trovare niente da dire.

«Dimmi di Jon Arryn» riprese Ned.

«Non ho mai visto un uomo arrivare alla fine per malattia tanto rapidamente.» Robert scosse il capo. «Per il compleanno di mio figlio avevamo dato un torneo. A vedere Jon quel giorno, avresti detto che sarebbe vissuto per sempre. Due settimane dopo era morto. La malattia lo ha come bruciato dentro.» Si fermò accanto a un pilastro, vicino alla tomba di un altro Stark svanito da molto tempo. «Lo amavo, quel vecchio.»

«Tutti e due lo amavamo.» Ned fece una pausa. «Catelyn è preoccupata per sua sorella Lysa. Come sta affrontando il lutto?»

«In verità, non bene.» La bocca di Robert si strinse. «Credo che la perdita di Jon l’abbia fatta diventare matta. Ha preso il bambino e l’ha riportato al Nido dell’Aquila, contro la mia volontà. Avevo sperato di darlo in adozione a Tywin Lannister a Castel Granito. Jon non aveva né fratelli né altri figli. Cosa ci si aspettava che facessi, che lo lasciassi far crescere dalle donne?»

Lord Tywin Lannister. Piuttosto che mettere un bambino, qualsiasi bambino, tra le sue grinfie, Ned Stark l’avrebbe buttato in una fossa piena di serpenti. Ma questo al re non lo disse. Esistevano certe antiche ferite che non si erano mai completamente rimarginate. Bastava una parola sbagliata per riaprirle e farle sanguinare di nuovo. «Quella donna ha perso suo marito» disse cautamente. «Forse ora teme di perdere anche il figlio. E il ragazzo è molto giovane.»

«Sei anni, malaticcio e lord del Nido dell’Aquila… Gli dei ne abbiano pietà» esclamò il re. «Lord Tywin non ha mai avuto un protetto e i Lannister sono una grande, nobile Casa. Lysa avrebbe dovuto dichiararsi onorata per una simile prospettiva, invece non ha voluto nemmeno sentirne parlare. Se n’è andata nel mezzo della notte, senza dire una parola a nessuno. Cersei era furiosa.» Respirò a fondo. «E come se non bastasse, il bambino porta il mio stesso nome. Lo sapevi questo? Robert Arryn. Ho giurato di proteggerlo. Ma mi dici come faccio a proteggerlo se sua madre me lo porta via?»

«Lo prenderò io come mio protetto, se lo desideri» disse Ned. «Lysa non dovrebbe avere problemi. Lei e Catelyn erano molto legate e anche lei potrebbe stare qui, se lo volesse.»

«Un’offerta generosa, caro amico» rispose il re. «Peccato che arrivi troppo tardi. Lord Tywin ha già dato il proprio consenso, e mandare il bambino da un’altra parte significherebbe recargli un grave affronto.»

«Ho molto più a cuore la sorte di mio nipote dell’orgoglio dei Lannister» dichiarò Ned freddamente.

«È perché non dormi con una Lannister.» La risata di re Robert si ripercosse sul soffitto a volta e risuonò fra le tombe. I suoi denti scintillavano in mezzo all’enorme barba nera. «Ah, Ned, sei sempre così serio.» Gli mise sulle spalle un braccio massiccio. «Avevo pensato di lasciar passare qualche giorno prima di parlarti, ma ora mi rendo conto che non c’è nessun bisogno di aspettare. Vieni.»

Si avviarono di nuovo tra i pilastri, il braccio del re sempre sulle spalle di Eddard. I ciechi occhi di pietra degli Stark sembravano seguirli passo passo.

«Non dirmi che non ti sei domandato per quale ragione, dopo tutto questo tempo, ho finalmente deciso di venire a Grande Inverno.»

Ned aveva fatto delle ipotesi, ma preferì non esprimerle. «Ma per il piacere della mia compagnia» disse scherzoso. «Per che altro? E poi c’è la Barriera. È necessario che tu la veda, maestà, che ne visiti i fortini e parli con gli uomini che la sorvegliano. I Guardiani della notte sono l’ombra di ciò che erano un tempo. Mio fratello Benjen dice…»

«Senza alcun dubbio, sentirò molto presto tutto quello che c’è da sentire sulla Barriera da tuo fratello Benjen» tagliò corto Robert. «La Barriera sta dove sta da… quanto?… ottomila anni? Non credo che andrà da nessuna parte nei prossimi giorni. Ho altre preoccupazioni, ben più pressanti. Questi sono tempi difficili e devo avere uomini validi attorno a me. Uomini come Jon Arryn. Era lord del Nido dell’Aquila, protettore dell’Est e Primo Cavaliere del re. Rimpiazzarlo sarà tutt’altro che facile.»

«Suo figlio…» iniziò Ned.

«Suo figlio gli succederà nel Nido dell’Aquila e in tutti i suoi proventi» lo interruppe bruscamente Robert. «Adesso però basta parlarne.»

Ned, colto di sorpresa, si fermò di colpo e si girò fissando il suo re. Parlò senza mezzi termini: «Gli Arryn sono sempre stati protettori dell’Est, Robert. È un titolo che viene assieme al dominio sul Nido dell’Aquila».

«Quando sarà in età, può darsi che gli venga restituito. Ho tutto quest’anno per pensarci, e anche tutto il prossimo. Un bambino di sei anni non è un condottiero di armate, Ned.»

«In tempo di pace, quel titolo è una semplice onorificenza. Lascia che il bambino lo conservi. Per suo padre, se non per lui. Quanto meno lo devi a Jon, per i servigi che ti ha reso.»

«Quei servigi erano un preciso dovere di Jon nei confronti del suo sovrano.» Il re cominciava a irritarsi. Il suo braccio si allontanò dalle spalle di Eddard. «Non sono un ingrato, Ned, tu dovresti saperlo meglio di chiunque altro. Ma il figlio non è il padre e un bambino non può tenere l’Oriente dei Sette Regni.» Il tono di Robert si ammorbidi. «Non voglio discutere con te, Ned. Non continuiamo a parlare di questo. C’è dell’altro.» Prese Eddard per un gomito. «È di te che ho bisogno, Ned.»

«Sono ai tuoi comandi, maestà.» Parole che doveva dire e che disse, pur essendo pieno di timori su ciò che stava per arrivare. «Sempre.»

«Gli anni che tu e io abbiamo trascorso assieme al Nido dell’Aquila…» Robert parve averlo udito a stento. «Per gli dei… quelli sì furono anni buoni, validi. Ned, ti voglio di nuovo al mio fianco. Ti voglio con me ad Approdo del Re, non quassù, all’ultimo, dannato confine del mondo, dove non sei utile a nessuno.» Scrutò nel buio che li circondava e per un attimo i suoi lineamenti ebbero l’espressione malinconica degli Stark. «Te lo giuro, Ned: se conquistare un trono è duro, è nulla in confronto a quello che ti arriva addosso quando ci stai seduto sopra. Le leggi sono una noia, fare i conti con le casse del regno è addirittura peggio. E poi la gente… Sembra senza fine. Sto seduto su quello stramaledetto sedile di ferro a sentire le loro lamentele fino a quando il cervello mi va in acqua e il culo a fuoco. Non ce n’è uno che non voglia qualcosa: denaro, terre, giustizia. E le menzogne che raccontano… I miei nobili, le mie nobildonne non sono di certo meglio. Sono circondato da adulatori e da imbecilli. Roba da farti uscire di senno, Ned. Una metà non ha il coraggio di dirmi la verità, l’altra metà non sa nemmeno dove si trovi. Certe notti penso che forse sarebbe stato meglio averla perduta, la battaglia del Tridente. Be’, non proprio…»

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