Gene Wolfe - L'ombra del Torturatore

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L'ombra del Torturatore: краткое содержание, описание и аннотация

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Con questo L’ombra del torturatore ha inizio uno dei cicli di science-fantasy più osannati negli ultimi venti anni. In uno stile elegante e raffinato, lirico e sublime, Gene Wolfe ci narra le cronache di Severian il Torturatore, in un futuro talmente distante da rassomigliare al passato più remoto. Alla corporazione dei torturatori non si accede per diritto di nascita: solo i figli delle vittime possono esservi ammessi. Nella grande cittadella di incorruttibile metallo grigio il giovane Severian e i suoi compagni apprendisti studiano per raggiungere il rango di Maestro Torturatore, imparando gli antichi misteri della corporazione, legati al giuramento di torturare e uccidere i nemici dell’Autarca. Ma con l’arrivo di Thecla, una donna bella e intelligente che per le sue indiscrezioni ha perso il posto nel circolo interno delle concubine della Casa Assoluta, la vita cambierà per Severian. La sua disobbedienza alle regole che gli sono state insegnate è causa del suo esilio dalla Città: accompagnato solo dalla mitica spada del torturatore, Terminus Est, donatagli dal suo maestro, Severian si accinge ad un lungo viaggio verso la lontana Thrax, la Città delle Stanze senza Finestre. Un viaggio che lo porterà attraverso l’immensa Città e gli farà incontrare personaggi strani e misteriosi come i gemelli Agia e Agilus, che lo spingeranno a un arcano duello sul Campo Sanguinario, o ancora Dorcas, la misteriosa ragazza che gli apparirà sulle rive del Lago degli Uccelli, dove giacciono i morti. Un viaggio lungo e pieno di insidie che lo condurrà all’Artiglio del Conciliatore, la gemma dai poteri miracolosi, e, chissà, forse allo stesso trono della Casa Assoluta.

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Quattro sergenti con gli elmi da parata portarono fuori Agilus. Scorsi la folla aprirsi al loro passaggio, simile all'acqua dietro la barca di Hildegrin, prima ancora che riuscissi a vederli. Quindi notai i pennacchi porpora, il luccichio delle armature e finalmente i capelli scuri e il largo volto da bambino di Agilus, tenuto eretto dalle catene che gli legavano le braccia premendo sulle scapole. Mi venne in mente quanto fosse apparso elegante nell'armatura di ufficiale delle guardie, con la chimera dorata sul petto, e mi parve quasi strano non vederlo accompagnato da uomini dell'unità che in un certo senso era stata sua invece che da quei quattro regolari sfregiati con le corazze faticosamente lucidate. Era rimasto privo di tutte le sue belle vesti e io lo aspettavo con il volto coperto dalla maschera di fuliggine con la quale avevo combattuto. Le vecchie stupide credono che il Pangiudice ci punisca con le sconfitte e ci premi con le vittorie; io pensai di aver ricevuto un premio maggiore di quello che meritassi.

Pochi istanti dopo Agilus salì sul palco e la breve cerimonia ebbe inizio. Quando fu terminata, i soldati lo costrinsero a inginocchiarsi e io sollevai la spada, nascondendo per sempre il sole.

Se la lama è perfettamente affilata e il colpo viene sferrato nel modo giusto, si percepisce solo una breve esitazione quando la colonna vertebrale si spezza, poi si avverte subito il morso solido del ceppo. Potrei giurare di aver sentito l'odore del sangue di Agilus nell'aria resa tersa dalla pioggia prima ancora che la sua testa cadesse nel cesto. La folla indietreggiò, poi si fece avanti contro le lance spianate. Colsi distintamente il respiro dell'uomo grasso, lo stesso suono che avrebbe prodotto nell'orgasmo, sudando su una donna pagata. Da lontano giunse un urlo, l'urlo di Agia, inconfondibile come un volto distinto nella luce di un lampo. Qualcosa nella sua voce mi fece pensare che non stesse guardando, ma che avesse percepito comunque il momento in cui il suo gemello era morto.

Quello che segue è generalmente più fastidioso dell'atto in se stesso. La testa viene mostrata alla folla, quindi viene riposta nel cesto. Il corpo decapitato, invece, che può continuare a perdere sangue molto a lungo, deve essere rimosso in maniera dignitosa ma disonorevole. Anzi, non deve essere semplicemente «rimosso», bensì condotto in un luogo nel quale sia protetto dalle molestie. Un esultante può essere caricato di traverso sulla sella del suo destriero e i suoi resti si possono consegnare subito alla famiglia. Le persone di ceto più basso, invece, devono essere condotte in un luogo protetto dai mangiatori di morti e almeno fino a quando non sono scomparse alla vista degli spettatori devono essere trascinate. Il carnefice non lo può fare, perché deve già portare la testa e la spada, e capita raramente che se ne incarichino i soldati, gli uscieri del tribunale o altri simili. (Nella Cittadella quel compito veniva svolto da due artigiani, senza che nascessero problemi di sorta.)

Il chiliarca, che era un cavalleggero di carriera e appassionato, aveva risolto la questione stabilendo che il corpo sarebbe stato trainato da un mulo delle salmerie. Ma non era stata considerata la volontà del mulo che, essendo un animale di fatica e non un guerriero, si spaventò alla vista del sangue e cercò di fuggire. Trascorsero attimi interessanti prima che si riuscisse a trasportare il corpo del povero Agilus in un cortile chiuso alla folla. Ero intento a ripulirmi gli stivali quando venni interrotto dal portreeve. Appena lo vidi, credetti che fosse venuto a portarmi il compenso, ma lui mi disse che il chiliarca aveva intenzione di assolvere personalmente quel compito. Risposi che era un onore inaspettato.

— Ha visto tutto — spiegò il portreeve. — Ed è stato molto contento del tuo lavoro. Mi ha ordinato di riferirti che tu e la donna che viaggia insieme a te potrete passare qui la notte, se volete.

— Partiremo al tramonto — risposi. — Penso che sia più sicuro.

Il portreeve rifletté un istante, quindi annuì, rivelandosi più intelligente di quanto mi era parso. — Quel miscredente avrà certo una famiglia e degli amici… anche se non credo che tu li conosca meglio di me. Comunque, è un problema che ti dovrai abituare ad affrontare.

— Sono stato messo in guardia dai membri più preparati della mia corporazione — risposi.

Avevo detto che saremmo partiti al tramonto, in realtà aspettammo che fosse notte, sia per sicurezza sia perché capimmo che ci conveniva mangiare prima di metterci in cammino.

Logicamente non avremmo potuto dirigerci subito verso le Mura e verso Thrax. La porta, che del resto non avevo ben chiaro dove si trovasse, era chiusa e tutti mi avevano spiegato che non c'erano locande fra le caserme e le Mura. Innanzitutto era necessario far perdere le nostre tracce, poi avremmo trovato un luogo in cui trascorrere la notte e avremmo raggiunto la porta l'indomani mattina. Il portreeve ci aveva fornito dettagliate indicazioni, ma sbagliammo strada e non ce ne accorgemmo per un bel tratto. Eravamo piuttosto allegri. Il chiliarca aveva tentato di consegnarmi di persona la mia paga invece di gettarla ai miei piedi, come vuole la tradizione, e io avevo dovuto dissuaderlo per salvargli la reputazione. Raccontai a Dorcas quell'episodio che mi aveva divertito e lusingato. Quando tacqui, mi domandò in tono pratico: — Ti ha pagato bene, allora.

— Più del doppio di quello che avrebbe dovuto pagare un artigiano. Una paga da maestro. E logicamente ho ricevuto una mancia per la cerimonia. Sai, nonostante tutto quello che ho speso per Agia, adesso ho più denaro di quando ho lasciato la torre. Credo che eserciterò la mia professione lungo la strada, così potrò pagare le spese per entrambi.

Dorcas si strinse nel mantello scuro. — Mi auguravo che tu non dovessi farlo per un po' di tempo. Sei stato talmente male… e non ti critico.

— Era solo un fatto di nervi… avevo paura che qualcosa potesse andare per il verso sbagliato.

— Provavi pietà per lui. Lo so.

— Hai ragione. Era il fratello di Agia e le somigliava perfettamente, tranne che nel sesso.

— Senti la mancanza di Agia, vero? Ti piaceva tanto?

— La conoscevo solo da un giorno… molto meno di quanto conosca te. Se le cose fossero andate secondo i suoi piani, a quest'ora sarei morto. Uno dei due avern avrebbe provocato la mia fine.

— Ma la foglia non ti ha ucciso.

Ricordo perfettamente il tono con cui pronunciò quelle parole; anzi, se chiudo gli occhi posso risentire la sua voce e la scossa che mi colpì quando mi resi conto che, dal momento in cui mi ero messo a sedere e avevo visto Agilus che sorreggeva ancora la sua pianta, avevo evitato di pensarci. La foglia non mi era stata fatale, ma aveva distolto la mia mente dal problema della sopravvivenza, come un uomo che con mille trucchi riesce a non pensare alla morte pur soffrendo di una malattia incurabile o come una donna che trovandosi sola in una grande casa evita di guardare gli specchi e si distrae con innumerevoli stupidaggini per non vedere la cosa di cui avverte i passi sulla scala.

Ero sopravvissuto mentre avrei dovuto essere morto. Ero ossessionato dalla mia stessa vita. Infilai una mano nel mantello e mi toccai, impacciato. Avvertii la cicatrice e un po' di sangue incrostato che era rimasto sulla pelle. Non avevo il minimo dolore. — Non uccidono — dissi. — È tutto qui.

— Lei aveva detto che uccidono.

— Aveva detto tante menzogne. — Ci stavamo inerpicando su un dolce pendio inondato dalla luce verde della luna. Di fronte a noi si ergeva la linea delle Mura, più vicina di quanto non fosse, nera come la pece. Alle nostre spalle, le luci di Nessus creavano un'alba illusoria che moriva a poco a poco lasciando il posto alla notte. Mi fermai a guardare, in cima alla collina, e Dorcas mi prese il braccio. — Quante case. Quanta gente vive in città?

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