— Ora sto girando la lama, piccolo uomo.
Il dolore gli aggredì il capezzolo sinistro e lui dovette lottare per soffocare l’urlo che gli gorgogliava in gola. D’un tratto, sentì gli intestini che gli si svuotavano spontaneamente.
— Che fetore! Meriti che ti giri e ti marchi anche il posteriore!
— No, non lo farai! — scattò Karlupo, fermo lì vicino. — Hai fatto abbastanza per una notte. Quando arriveremo a casa il prigioniero dovrà essere ancora in condizioni decenti perché i maestri vorranno che resista il più a lungo possibile.
— Ah, ma potrà guarire sulla nave.
— Ho detto che così è sufficiente.
Il mondo prese a vorticare intorno a Sarcyn, che perse i sensi. Tornò in sé nel cuore della notte, trovandosi ancora disteso nei propri escrementi; inoltre i due Falchi gli avevano riabbassato la camicia e adesso la stoffa ruvida gli irritava le ustioni, dalle quali filtrava un liquido di qualche tipo. Prima di svenire ancora rimase sveglio a lungo, lottando per trattenersi dal gemere. Il mattino successivo lo svegliarono con un calcio e lo issarono a sedere, poi Karlupo gli portò una ciotola piena del porridge d’orzo che aveva preparato per colazione.
— Ti slegherò le mani perché tu possa mangiare — disse. — Se però causerai il minimo problema Dekanny avrà modo di divertirsi a tue spese prima che partiamo.
Sarcyn girò la testa da un lato: era deciso a non mangiare e a indebolirsi, in modo da morire più in fretta sotto la tortura.
— Mangerai — scattò Karlupo.
Allorché lui insistette nel suo rifiuto, i due gli si inginocchiarono accanto e Dekanny lo costrinse a tenere la bocca aperta mentre Karlupo versava in essa una cucchiaiata di porridge, che Sarcyn fu costretto a inghiottire istintivamente per non soffocare. I due lo obbligarono a mangiare in quel modo l’intera ciotola, un’umiliazione che gli bruciò quanto le ferite.
Una volta che furono a cavallo, però, il dolore prese il sopravvento, perché il movimento dell’animale faceva sì che la camicia sfregasse sulle ustioni; sotto il sole caldo ben presto il sudore andò ad aggiungere altra sofferenza a quella causata dalla frizione finché Sarcyn non riuscì più a pensare ad altro che a morire per liberarsi da quei tormenti. Verso mezzogiorno i polsi legati cominciarono a gonfiarsi, provocando il lento affondare dei lacci di cuoio nella carne, e quando si fermarono per il pasto di mezzogiorno Sarcyn si rese conto di sentire dolore anche al labbro inferiore, che aveva morso a sangue nella sua lotta contro la sofferenza.
— Hai intenzione di mangiare, piccolo uomo? — chiese Karlupo. — Oppure vuoi che ci pensiamo noi di nuovo?
— Mangerò.
Karlupo gli slegò le mani e gli rimase accanto con la spada sguainata mentre lui mangiava un po’ di carne secca e gallette; quando ebbe finito rimontarono a cavallo e l’agonia ricominciò.
Ormai si erano addentrati di parecchio nelle montagne e stavano seguendo uno stretto sentiero che si snodava fra massi enormi; di tanto in tanto guadavano un vorticoso ruscello o superavano la cresta di un’altura crepata e sgretolata, ma Sarcyn quasi non si accorse di ciò che lo circondava, perché adesso un nuovo disagio era insorto ad aumentare le sue sofferenze: cavalcare tutto il giorno con indosso i calzoni umidi e sporchi gli aveva escoriato il posteriore e le cosce. Dopo qualche tempo, Dekanny rimase indietro per affiancarglisi.
— Presto ci accamperemo ed io avrò di nuovo qualche minuto per giocare con te — disse. — Voglio che sia tu a scegliere… posso premere la lama arroventata sotto le tue ascelle o alla base della schiena, naturalmente due volte. Stanotte mi dirai quale alternativa preferisci.
Con quelle parole il Falco tirò le redini per restare ulteriormente indietro e porsi alla retroguardia, lasciando l’avanguardia a Karlupo, mentre Sarcyn prendeva a tremare in maniera incontrollabile perché sapeva esattamente quali fossero le intenzioni di Dekanny. Se non avesse scelto, lui avrebbe naturalmente subito entrambe le torture, ma scegliere sarebbe equivalso a muovere il primo passo nel collaborare con i suoi tormentatori: volevano che cominciasse a perdere volontà e a collaborare alla propria sofferenza, fino all’insorgere di una sorta di spaventosa e quasi sessuale complicità fra chi subiva il dolore e chi lo infliggeva.
— Dekanny! — gridò. — Non intendo scegliere.
Dietro di lui echeggiò per sola risposta una risatina eccitata e quasi femminea. Il gruppo si addentrò quindi in una gola rocciosa sovrastata da arbusti e da cespugli, e nel guardare per un momento verso l’alto Sarcyn ebbe l’impressione che uno di quei cespugli si fosse trasformato in una faccia. Subito si affrettò a distogliere lo sguardo, sapendo che se fosse scivolato nel delirio avrebbe perso la volontà di resistere; per reagire si concentrò sulla propria respirazione e cercò di allontanare la mente dalla consapevolezza del suo corpo pulsante e dolente, mentre le ombre si facevano sempre più profonde e la notte si avvicinava inesorabile.
Due ore prima del tramonto si accamparono in una valle tanto stretta da essere quasi soltanto una fenditura fra due colline. Seduto a terra, Sarcyn osservò ogni movimento di Dekanny mentre i due Falchi approntavano il campo e davano ai cavalli razioni extra di avena per compensare la mancanza di erba. Presto, molto presto, avrebbe sentito ancora la lama rovente, per quattro volte.
— Prima lascia che mangi — avvertì Karlupo, — perché non riuscirà a ingoiare niente una volta che avrai finito con lui.
— Benissimo. Gli permetterò anche di riposare fra un marchio e l’altro.
Sarcyn si morse il labbro sanguinante e fissò il terreno come se questo potesse permettergli di ridurre il mondo intero ad un mucchietto di rocce… ma all’improvviso sentì Dekanny urlare. Sollevando lo sguardo, vide il Falco barcollare con una freccia piantata nella spalla sinistra, mentre nella valle si riversava uno sciame di uomini alti al massimo un metro e mezzo ma di struttura massiccia e armati come guerrieri. Le loro lunghe asce sibilarono con efficienza una, due, tre volte e Karlupo giacque morto con la testa staccata dalle spalle ed entrambe le gambe troncate all’altezza del ginocchio. Dekanny tentò allora di fuggire, ma una grande ascia colpì dal basso e gli si piantò in profondità nell’inguine: il Falco cadde al suolo urlando e subito gli venne tagliata la gola con una lama tanto affilata da richiedere una pressione minima.
Scambiandosi sorrisi soddisfatti, i piccoli guerrieri si radunarono per dare un’occhiata ai due cadaveri, e soltanto allora Sarcyn si rese conto che nessuno di loro aveva emesso il minimo suono durante l’impari scontro.
Uno di essi avanzò quindi verso di lui sfilandosi l’elmo: il guerriero aveva un volto segnato e abbronzato circondato da una folta barba grigia e sovrastato da sopracciglia cespugliose.
— Tu parli parlare di Deverry?
— Sì.
— Bene. Io parlo parlare di Deverry. Non bene bene, ma parlo. Altri parlano bene bene, dentro. Parla allora. Io Jori. Tu alzi in piedi?
— Non so se posso. Senti, buon Jori, non capisco… chi siete?
— Popolo della montagna. Non temere, ragazzo. Noi salviamo. Tu salvo.
Sarcyn accasciò la testa in avanti e scoppiò a piangere come un bambino mentre Jori tagliava i lacci che gli legavano le mani con una minuscola daga.
Fu necessario l’intervento di parecchi nani per issare nuovamente Sarcyn in sella, poi essi presero le altre cavalcature e si avviarono a piedi, conducendo con loro l’apprendista. Anche se stava cercando vagamente di capire perché quelle persone lo avessero salvato, Sarcyn dovette usare la maggior parte della sua volontà e della sua attenzione semplicemente per restare in sella. Infine, mentre ormai il crepuscolo iniziava a spegnersi, il gruppo entrò in una stretta valle e puntò dritto verso un’altura: allorché furono più vicini Sarcyn udì un suono stridente.
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