Robert Silverberg - Il paradosso del passato
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- Название:Il paradosso del passato
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- Издательство:Nord
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- Год:1978
- Город:Milano
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Hershkowitz attivò il suo terminale dei dati, batté il mio codice, e sullo schermo comparve il mio fascicolo. Doveva corrispondere a quanto avevo scritto sul modulo, perché dopo una rapida ispezione lui lo cancellò, annuì, batté alcune rapide annotazioni, e aprì la scrivania. Tirò fuori un oggetto piatto, liscio, dorato, che sembrava un cinto erniario, e me lo buttò. — Abbassi i pantaloni e lo metta — disse.
— Sam, fagli vedere come si fa.
Premetti lo scatto e i miei calzoni caddero. Sam mi passò il cinto erniario intorno ai fianchi e lo fissò: si chiuse, senza che si vedessero tracce, come se fosse sempre stato un unico pezzo. — Questo — disse Sam, — è il tuo timer. È sintonizzato sul sistema generale di smistamento, e sincronizzato per ricevere le onde degli impulsi portanti.
Finché non lo lascerai a corto di flogisto, questo aggeggino potrà portarti in qualunque punto del tempo entro gli ultimi settemila anni.
— Prima no?
— Questo modello no. Del resto, non autorizzano ancora viaggi senza restrizioni nell’età preistorica. Dobbiamo aprire era per era, con molta prudenza. Adesso sta’ attento. I comandi sono semplicissimi. Qui, proprio sopra la tua tuba di Falloppio sinistra, c’è un microinterruttore che regola i movimenti in avanti e all’indietro. Per viaggiare basta che tu descriva un semicerchio col pollice, su questo punto di pressione: dall’anca verso l’ombelico per tornare indietro nel tempo, dall’ombelico verso l’anca per andare avanti. Da questa parte c’è il sintonizzatore di precisione, e per usarlo occorre una certa pratica. Vedi questi quadranti con anno mese giorno ora minuto? Sì, devi socchiudere un po’ gli occhi per leggerli: non c’è rimedio. Gli anni sono calibrati in A.P., Ante Presente, e i mesi sono numerati, e così via. Tutto sta nel riuscire a fare un calcolo immediato della destinazione (843 anni A.P., cinque mesi, undici giorni, e così via) e regolare i quadranti. È sostanzialmente un calcolo aritmetico, ma ti sorprenderebbe sapere quanti non sanno tradurre 11 febbraio 1192 in una quantità di anni e mesi e giorni fa. Naturalmente dovrai imparare bene, se devi diventare Corriere; ma non preoccupartene, per ora.
Sam s’interruppe e alzò gli occhi verso Hershkowitz, il quale mi disse: — Ora Sam la sottoporrà a un test di disorientamento. Se lei lo supera, è fatta.
Anche Sam si mise un timer.
— Mai smistato prima? — domandò.
— Mai.
— Ci divertiremo, cocco. — Sorrise malignamente. — Ti regolerò io i quadranti.
Aspetta che ti dia il segnale, poi usa l’interruttore di sinistra per attivare il timer. E non dimenticare di tirarti su i pantaloni.
— Prima o dopo essermi smistato?
— Prima — disse Sam. — Puoi azionare l’interruttore attraverso i vestiti. Non è mai una buona idea arrivare nel passato con i pantaloni intorno alle ginocchia. In quel modo non puoi correre abbastanza forte, e qualche volta bisogna essere pronti a correre nel secondo stesso in cui si arriva.
VII
Sam mi regolò i quadranti. Io mi tirai su i pantaloni. Sam si posò leggermente la mano sul lato sinistro dell’addome, e svanì. Io descrissi un arco dal fianco verso l’ombelico, con due polpastrelli. Non svanii. Svanì Samuel Hershkowitz.
Andò dove va la fiammella di una candela quando viene spenta, e nello stesso istante Sam ricomparve accanto a me: ci guardammo nell’ufficio vuoto di Hershkowitz. — Cos’è successo? — domandai. — Dov’è finito?
— Sono le undici e mezzo di sera — rispose Sam. — Vedi, lui non fa gli straordinari. L’abbiamo lasciato due settimane giù per la linea, quando ci siamo smistati. Stiamo volando sui venti del tempo, figliolo.
— Siamo tornati indietro di due settimane nel passato?
— Siamo andati due settimane su per la linea — mi corresse Sam. — Più mezza giornata, ed è per questo che adesso è notte. Andiamo a fare un giro in città.
Uscimmo dal palazzo del Servizio temporale e salimmo al terzo livello di New Orleans di sotto. Non mi sembrava che Sam avesse in mente una destinazione precisa. Ci fermammo in un bar e mangiammo una dozzina di ostriche a testa; bevemmo un paio di birre; strizzammo l’occhio ai turisti. Poi arrivammo a Sotto-Bourbon Street, e all’improvviso capii perché Sam aveva deciso di tornare a quella notte, e provai un brivido di paura nello scroto, e cominciai a sudare. Sam rise: — Jud, cocco, ai nuovi fa sempre effetto arrivare a questo punto. È qui che molti si fanno scartare.
— Sto per incontrare me stesso! — esclamai.
— Stai per vedere te stesso — mi corresse Sam. — Farai bene a stare attento a non incontrare te stesso, se no per te sarà finita. La Pattuglia temporale ti metterà nei guai, se combini uno scherzo del genere.
— E se il mio altro io mi vedesse?
— Allora sarebbe fatta. È un collaudo del tuo sistema nervoso, amico, e quindi fatti coraggio. Ecco! Riconosci quel tipo dall’aria scema che sta arrivando?
— È Judson Daniel Elliott III.
— Già, amico! Hai mai visto niente di più stupido in vita tua? Indietro nell’ombra, amico. Nell’ombra. Quel bianco lì non è furbo, ma non è cieco.
Ci rannicchiammo in una gora d’oscurità e Io rimasi a guardare, nauseato, mentre Judson Daniel Elliott III, appena sbarcato dalla navetta di Nuovissima York, avanzava bighellonando per la strada, verso il fiutatolo all’angolo, con la valigia in mano. Osservai la leggera fiacchezza del portamento e il modo sciatto di buttare in fuori i piedi camminando. Gli orecchi mi sembravano sorprendentemente grandi, e la spalla destra era un po’ più bassa della sinistra. Aveva l’aria goffa; aveva l’aspetto del gonzo. Ci passò davanti e si fermò di fronte al fiutatolo, guardando con tanto d’occhi le due ragazze nude nella vasca di cognac. Tirò fuori la punta della lingua e si umettò il labbro superiore. Si dondolò sui piedi. Si strofinò il mento. Si stava domandando quali possibilità aveva di far allargare le gambe all’una o all’altra di quelle bellezze nude prima che finisse la notte. Avrei potuto dirgli che aveva ottime probabilità.
Entrò nel fiutatolo.
— Come ti senti? — mi domandò Sam.
— Scosso.
— Almeno sei sincero. Fa sempre un grosso effetto, la prima volta che qualcuno va su per la linea e vede se stesso. Dopo un po’ ci si fa l’abitudine. Lui come ti pare?
— Un cafone.
— Anche questo è usuale. Sii generoso, con lui. Non è colpa sua se non sa tutte le cose che sai tu. Dopotutto, è più giovane di te.
Sam rise sommessamente. Io no. Ero ancora stordito dal trauma di vedermi per la strada. Mi sentivo lo spettro di me stesso. Disorientamento preliminare, aveva detto Hershkowitz. Sì.
— Non preoccuparti — disse Sam. — Te la cavi benissimo.
Con molta disinvoltura infilò la mano nei miei pantaloni, e sentii che mi regolava il timer. Poi fece altrettanto col suo. Disse: — Smistiamoci su per la linea.
Svanì. Lo seguii, su per la linea. Dopo mezzo istante di confusione ci ritrovammo a fianco a fianco, sulla stessa strada, alla stessa ora di notte.
— Ventiquattr’ore prima del tuo arrivo a New Orleans. Adesso ci sono un Jud Elliott qui e uno a Nuovissima York, pronto a prendere la navetta per il sud. Che effetto ti fa?
— Spaventoso — dissi io. — Ma comincio ad adattarmi.
— Non è finita. Adesso andiamo a casa.
Mi portò nel suo appartamento. Non c’era nessuno, perché il Sam di quella nicchia temporale era a lavorare al fiutatolo. Andammo in bagno e Sam regolò di nuovo il mio timer, mettendolo avanti di trentun ore. — Smistati — mi disse, e andammo giù per la linea insieme, uscendo ancora nel bagno di Sam, la notte dopo. Udii un suono di risa ebbre proveniente dalla stanza accanto; udii le rauche grida ansimanti della concupiscenza. In fretta, Sam chiuse la porta del bagno e premette la serratura col palmo della mano. Compresi che io ero nella stanza accanto, a far l’amore con Betsy o Helen, e la paura ritornò.
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