Robert Silverberg - Il paradosso del passato

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Il paradosso del passato: краткое содержание, описание и аннотация

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Dato che dovevo far passare qualche ora nel fiutatolo, lui mi lasciò prendere una maschera (gratis) e m’insufflò allegre allucinazioni. Quando ne venni fuori faticai a riconoscere le ragazze, con gli abiti addosso. Ricordai che Betsy era quella con il seno tondo: ma inguainate in quegli abiti da missionarie non si distinguevano.

Scendemmo tre livelli, andammo a casa di Sam ed entrammo. Quando le esalazioni si sollevarono e i vestiti ricaddero, ritrovai Betsy e facemmo quello che ci si poteva aspettare che facessimo; e scoprii che otto ore d’immersione totale ogni notte in una vasca di cognac avevano conferito alla sua pelle una radiosità brunita e non avevano esercitato la minima influenza negativa sulle sue reazioni sensoriali.

Poi sedemmo in cerchio, un po’ ciondolanti, e fumammo spinelli, e il guru mi fece parlare.

— Sono studente laureato di storia bizantina — dichiarai.

— Bene, bene. Ci sei stato?

— A Istanbul? Cinque volte.

— Non a Istanbul. Costantinopoli.

— Stesso posto — dissi io.

— Davvero?

— Oh — feci. – Costantinopoli! Troppo caro.

— Non sempre — disse il nero Sam. Accostò il pollice all’accensione di un altro spinello, si protese teneramente e me lo mise fra le labbra. — Sei venuto a New Orleans di sotto per studiare la storia bizantina?

— Ci sono venuto per scappare dal mio lavoro.

— Ti sei stufato così in fretta di Bisanzio?

— Mi sono stufato di essere il terzo assistente legale del giudice Mattachine della Supremissima Corte della contea di Manhattan.

— Ma hai detto di essere…

— Lo so. La storia bizantina è quello che studio. Assistente legale è quello che sono. Che ero.

— Perché?

— Mio zio è il giudice Elliott della Corte Suprema Superiore degli Stati Uniti. Lui era convinto che dovessi dedicarmi a una carriera dignitosa.

— Ma non bisogna studiare giurisprudenza, per diventare assistenti legali?

— Adesso non più — spiegai. — Del resto, sono le macchine a sbrigare tutto il lavoro di recupero dati. Gli assistenti sono soltanto cortigiani. Si congratulano con il giudice per la sua genialità, gli procurano le donne, gli si sottomettono, e via discorrendo. Ho resistito per otto giorni, poi sono scappato.

— Hai qualche guaio — disse Sam con aria saggia.

— Sì. Ho avuto un attacco simultaneo di irrequietezza, Weltschmerz, pignoramento fiscale e ambizioni imprecisate.

— Vuoi provare con la sifilide terziaria? — domandò Helen.

— Per il momento no.

— Se avessi la possibilità di realizzare il tuo desiderio più caro — disse Sam, — ne approfitteresti?

— Non so quale sia, il mio desiderio più caro.

— È questo che intendevi dire quando hai spiegato di soffrire di ambizioni imprecisate?

— Anche.

— Se sapessi qual è il tuo desiderio più caro, saresti pronto ad alzare un dito per realizzarlo?

— Sì — risposi.

— Mi auguro che tu dica sul serio — fece Sam, — perché altrimenti il tuo bluff verrà scoperto. Resta qui per un po’.

Lo disse con fare molto aggressivo. Aveva intenzione di impormi la felicità, mi piacesse o no.

Cambiammo le coppie e io feci l’amore con Helen, che aveva un didietro bianco e sodo ed era una virtuosa dei muscoli vaginali. Però non era lei, il mio desiderio più caro. Sam mi diede un sonnifero per tre ore e portò a casa le ragazze. La mattina, dopo una bella strigliata, esplorai l’appartamento e scoprii che era decorato con manufatti provenienti da molti tempi e luoghi diversi: una tavoletta d’argilla sumerica, una coppa del Perù, un calice romano di vetro, una collana di perle di ceramica egizia, una mazza e un usbergo di maglia di ferro del medioevo, parecchie copie del New York Times del 1852 e 1853, uno scaffale pieno di libri rilegati in pelle, due maschere irochesi, un’immensa quantità di oggetti africani, e parecchia altra roba, stipata in tutte le alcove, le nicchie e gli angolini disponibili. Pensai vagamente che Sam avesse la passione per l’antiquariato, e non arrivai a conclusioni più profonde. Una settimana dopo, notai che tutti i pezzi della sua collezione sembravano appena fabbricati. È un falsario di anticaglie, mi dissi. — Sono un dipendente part-time del Servizio temporale — insistette il nero Sam.

IV

— Il Servizio temporale — dissi, — è popolato da boyscout col mento quadrato. Il tuo è rotondo.

— E il mio naso è schiacciato, sì. E non sono un boyscout. Tuttavia sono un dipendente part-time del Servizio temporale.

— Non ci credo. Il Servizio temporale è formato esclusivamente da bei ragazzi dell’Indiana e del Texas. Bei ragazzi bianchi di tutte le razze, di tutte le religioni e di tutti i colori.

— Quella è la Pattuglia temporale — disse Sam. — Io sono un Corriere temporale.

— C’è differenza?

— C’è differenza.

— Scusa la mia ignoranza.

— L’ignoranza non può essere scusata. Solo guarita.

— Parlami del Servizio temporale.

— Ci sono due sezioni — disse Sam. — La Pattuglia temporale e i Corrieri temporali. Quelli che dicono battute etniche finiscono nella Pattuglia. Quelli che le inventano finiscono Corrieri. Capisci?

— Non proprio.

— Amico: se sei così scemo, perché non sei nero? — domandò garbatamente Sam.

— Quelli della Pattuglia temporale sono i poliziotti dei paradossi. I Corrieri accompagnano i turisti su per la linea. I Corrieri odiano la Pattuglia, la Pattuglia odia i Corrieri, io sono un Corriere. Faccio la rotta Mali-Ghana-Gao-Kush-Aksum-Congo in gennaio e febbraio, e in ottobre e novembre faccio Sumeria, Egitto faraonico, e qualche volta il percorso Nazca-Mochica-Inca. Quando c’è carenza di personale faccio anche le Crociate, la Magna Charta, il 1066, e Agincourt. Ho fatto per tre volte la quarta Crociata con la presa di Costantinopoli, e due volte la presa da parte dei turchi nel 1453. Adesso roditi il fegato, caro il mio bianco.

— Ti stai inventando tutto, Sam!

— Sicuro, sicuro. Vedi tutta la roba che c’è qui? Contrabbandata giù per la linea dal sottoscritto, sotto il naso della Pattuglia temporale; e mai una volta che quelli abbiano sospettato qualcosa, tranne in un’occasione. Uno della Pattuglia temporale ha tentato di arrestarmi a Istanbul nel 1563: io gli ho tagliato le balle e l’ho venduto al sultano per dieci bisanti. Gli ho buttato il timer nel Bosforo e l’ho lasciato a marcire, ridotto a eunuco.

— Non è vero!

— No, non è vero — disse Sam. — Però mi sarebbe piaciuto farlo.

Mi s’inumidirono gli occhi. Sentivo il mio desiderio più caro vibrare, appena al di fuori della mia portata. — Sam, contrabbandami su per la linea fino a Bisanzio!

— Vai a contrabbandarti da solo. Arruolati come Corriere.

— Posso davvero?

— Ne assumono sempre. Ragazzo, ma dove hai il buonsenso? Dici di essere uno studente laureato specializzato in storia e non hai mai neppure pensato di entrare nel Servizio temporale?

— Ci ho pensato sì — ribattei indignato. — È che non ci ho mai pensato seriamente. Sembra… ecco, troppo facile. Legarsi addosso un timer e visitare tutte le epoche… è come barare, Sam, capisci cosa intendo?

— Capisco cosa intendi, ma sei tu che non lo capisci. Ti dirò io qual è il tuo guaio, Jud. Sei un perdente ossessivo.

Questo lo sapevo. Ma lui, come aveva fatto a scoprirlo così in fretta?

Sam disse: — Quello che tu desideri soprattutto è andare su per la linea, come tutti gli altri ragazzi con due sinapsi e un cervello sano. Perciò volti le spalle all’idea e invece di correre ad arruolarti lasci che altri t’inchiodino a un impiego fasullo, che ti affretti a piantare alla prima occasione. Dove ti ritrovi, adesso? Che prospettive hai?

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