Robert Silverberg - Il sogno del tecnarca

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Il Tecnarca McKenzie ha fretta, perché vuol gli uomini sparsi per tutto l’Universo durante il periodo del suo governo. Per questo lo irritano tanto le notizie portate dall’equipaggio dell’astronave che ha compiuto felicemente un viaggio di prova sperimentando la nuova propulsione. Gli uomini non sono i soli esseri intelligenti. Gli astronauti hanno notato tracce di attività su uno dei pianeti scelti da Tecnarca per la colonizzazione terrestre. Un’altra civiltà vi sta installando una sua colonia. Il Tecnarca McKenzie ha fretta di definire la questione, perciò bisogna mettersi in contatto con gli altri, far loro capire chi sono i terrestri, ed accordarsi perché le sfere di influenza delle due civiltà non vengano mai a conflitto, e si dividano amichevolmente l’Universo. E l’astronave appena tornata dal difficile viaggio deve ripartire subito, con lo stesso equipaggio, che è stanco ma è l’unico di cui il Tecnarca si fidi. Con l’equipaggio viaggeranno i cinque uomini migliori della Terra, ognuno eccellente nel proprio campo, per negoziare con l’altra razza e concludere secondo i desideri del Tecnarca il quale, avendo già rinunciato a una parte del suo sogno, non intende rinunciare anche alla metà dell’universo che gli è rimasta. Ma le cose non vanno come stabilito, e il Tecnarca dovrà mettersi a segnare il passo insieme a tutta la razza umana, perché la spedizione terrestre fa una scoperta che costringerà McKenzie a rinunciare ai suoi sogni.

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«Come volete; però questa è la più grande disfatta che la Terra abbia mai subito in tutta la sua storia» tornò a insistere Stone.

«Disfatta?» rise Bernard. «Sentite, Stone, se voi battete una mano contro la paratia di metallo e vi fate male, la chiamate una disfatta? Certo, la paratia sfida la vostra mano. E sarà sempre così. È nella natura stessa del metallo d’essere più forte di una mano nuda, e sarebbe ridicolo mettersi a piagnucolare sugli aspetti filosofici della situazione.»

«Se io voglio sconfiggere una paratia, non uso le dita» disse Stone. «Uso una fiamma ossidrica. E nove volte su dieci la spunto io.»

«Ma non disponiamo di una fiamma ossidrica da usare contro i Rosgollani» replicò Bernard. «Non siamo fatti della loro stessa lega, tutto qui. È nella natura stessa delle cose che razze molto più evolute, che vantano mezzo milione di anni di priorità sulla nostra, siano più potenti di quanto siamo noi. Perché farne una tragedia?»

«Bernard ha ragione» disse Havig con voce pacata. «La grande ruota della vita continua a girare. Un giorno i Rosgollani spariranno dall’Universo, e noi, ormai al tramonto della nostra esistenza, osserveremo altre razze più giovani e più forti che tenteranno di farla da padroni negli spazi. E che cosa faremo? Esattamente quello che hanno fatto i Rosgollani con noi: confineremo queste razze, per amore della nostra pace. Ma, probabilmente, a quell’epoca sapremo anche Chi ci ha creati, e non agiremo solo per il nostro interesse.»

Stone, prendendosi la testa tra le mani, mormorò: «Quello che dice Bernard non fa una grinza finché restiamo in un ambito teorico, intellettuale. Non voglio negarlo, tutt’altro. Ma cerchiamo di vedere la situazione nella sua realtà. Cosa diremo all’umanità che si crede il non plus ultra della creazione? Che abbiamo scoperto di essere vagiti, balbuzie, finale di voci arroganti disperse tra Universi immensamente più evoluti?»

«Questo è un problema che riguarda gli Arconti, non noi» disse Dominici.

«Ma che importanza ha di chi sia il problema?» chiese Stone sempre più infuriato. «La Terra ne resterà stravolta. Si tratta di un’umiliazione planetaria.»

«Si tratta di un’apertura mentale planetaria» disse secco Bernard. «Un ampliamento di vedute, che distruggerà ogni traccia di auto-compiacimento. Per la prima volta abbiamo altre razze con le quali misurarci. Sappiamo che i Norglani valgono tanto quanto noi almeno per adesso, e che i Rosgollani valgono centomila volte di più. Perciò sappiamo che dobbiamo progredire, per tener testa ai Norglani, e per portarci al livello dei Rosgollani. E ci arriveremo.»

Hernandez entrò nella cabina passeggeri e si arrestò sulla soglia, guardando incerto dall’uno all’altro.

«Ho interrotto una discussione importante?» chiese.

«Cosa potrebbe essere importante, ormai?» disse Stone con voce tetra.

«Stavamo solo discutendo sui nuovi sviluppi della nostra situazione» spiegò Bernard. «C’è qualcosa che non va a prua, Hernandez?»

Il pilota scosse la testa. «No, dottor Bernard, va tutto bene. Il Comandante Laurance mi ha mandato per avvertirvi che a quanto pare i Rosgollani ci hanno riportato nel punto in cui ci siamo smarriti, e quindi stiamo per eseguire la conversione nell’iperspazio e dirigerci verso casa.»

«Ma è impossibile!» disse Stone.

Contemporaneamente, Dominici mandò un’esclamazione di sorpresa. «Cosa? Volete dire che siamo già rientrati nella nostra galassia? Ma…»

«Proprio così» disse tranquillamente Hernandez. «È passata solo mezz’ora, tempo della nave, da quando abbiamo lasciato Rosgolla. E siamo già arrivati.»

«Ne siete certo?» chiese Bernard.

«Il Comandante è sicurissimo.»

Hernandez uscì. Un brivido di sbigottimento scosse Bernard.

L’astronave, dunque, aveva attraversato il golfo galattico in poco più di venticinque minuti, grazie alla spinta dei Rosgollani. Era un fatto che andava oltre le possibilità di comprensione della mente umana. Ma, Bernard se ne rendeva conto, poteva essere la cosa più semplice del mondo per una razza progredita come quella Rosgollana. Una passeggiatina igienica, una giterella attraverso migliaia di anni-luce, una cosetta di cui non metteva nemmeno conto di parlare.

Bernard si sentiva profondamente a disagio.

Però, nonostante tutto, provava anche un senso di conforto. Sul piano dell’evoluzione i Rosgollani si trovavano in vantaggio di almeno mezzo milione di anni. Perciò, potevano fare miracoli. Ma quanti risultati raggiunti dall’Uomo contemporaneo sarebbero sembrati miracoli all’Homo Sapiens di poche centinaia d’anni prima? Per non parlare di quello di mezzo milione d’anni prima.

Dove eravamo, e cosa eravamo, mezzo milione d’anni fa ? si chiese Bernard. Ci battevamo il petto, balzavamo allegramente da un ramo all’altro, cucinavamo i nostri zii per cenare, se pure non ce li mangiavamo crudi, perché probabilmente l’idea di cucinare non era ancora venuta a nessuno. Eppure, abbiamo compiuto tutto il percorso dal Pitecanthropus eretto all’era del transmat, in mezzo milione d’anni… e il progresso ha fatto passi sempre più veloci. Si tratta di un bel viaggio, e non si può dire che abbiamo impiegato troppo tempo a compierlo. Perciò, chi può dirci quale grado evolutivo avremo raggiunto quando saremo vecchi quanto i Rosgollani ?

Quel pensiero era confortevole. Per la prima volta da quando la spedizione era partita, dalle distese desolate dell’Australia Centrale, Bernard provò un attimo di certezza, di comprensione per la relazione Uomo-Universo.

Quella certezza quasi lo stordiva…

«Ehi, Bernard… Bernard? Vi sentite bene?» chiese Dominici.

«Eh? Sì, certo, Perché?»

«Avete fatto una faccia così strana, all’improvviso. Avevate una specie di sorriso estatico sul volto. È durato qualche secondo, ma non vi avevo mai visto sorridere in quel modo.»

«Pensavo… a una cosa» rispose Bernard, tranquillamente. «Tessere di un mosaico che andavano a posto. E io… be’, per un secondo sono stato felice. E lo sono ancora.» Si protese in avanti. «Dominici, ditemi dei Norglani, biologicamente parlando. Tutto quello che siete riuscito a intuire.»

Il biologo si accigliò. «Be’… prima di tutto, è evidente che sono mammiferi.»

«Naturalmente. E quanto alla loro evoluzione?»

«Hanno avuto origine da qualche essere del tipo dei primati, sarei pronto a scommetterlo. Naturalmente ci sono enormi differenze, ma questo è logico tenendo conto che c’è di mezzo una distanza di dodici o quindicimila anni-luce. Le otto dita, i doppi gomiti… Ma a parte questo, almeno a giudicare dall’esterno, direi che sono molto simili a noi.»

«Una razza più giovane della nostra, secondo voi?»

Lo sguardo di Dominici esprimeva l’incertezza. «Più giovane? No, non direi. Forse più vecchia.»

«Che cosa ve lo fa pensare?»

Dominici si strinse nelle spalle. «Intuizione, diciamo così. Sembrano più definiti nei loro atteggiamenti. Più stratificati, direi. La differenza non può essere sensibilissima… due o tremila anni, su per giù, ma ho l’impressione netta che siano civilizzati da più tempo.»

«Sono d’accordo con voi» disse Havig dal suo angolino. «Da quel poco che ho potuto afferrare del loro complicato linguaggio, direi che è molto evoluto… proprio il tipo di linguaggio che una razza potrebbe avere raggiunto dopo un paio di migliaia di anni. Ma perché, Bernard? Come mai queste domande improvvise? Che cosa avete in mente?»

Bernard tentennò la testa.

«Stavo mettendo assieme alcune cose da dire al Tecnarca, al nostro arrivo» disse soltanto, e non accennò a volere aggiungere ulteriori spiegazioni.

Il gong suonò dando il segnale di conversione. Poco dopo, Nakamura si affacciò nella cabina per avvertire i passeggeri che la nave seguiva regolarmente la sua rotta, e che tra poco sarebbe stato servito il pranzo.

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