«E la stagione è stata prodiga di frutti?» domandò Zenora, moglie di Halden, secondo quanto prescritto dal rituale.
«Senza dubbio.»
«E così possa essere sempre», si levò corale, come da copione, la preghiera degli astanti. Michael diede di gomito a Melanie, che pareva sonnecchiare, e lei fece almeno in tempo ad unirsi agli altri nel pronunciare le ultime due parole.
«C’è qualche novità nel dibattito sul Principio d’Imparzialità?» domandò Ren Miller. Il suo viso tondo appariva come al solito paonazzo di rabbia. «Quando si decideranno a consentirci di gareggiare nelle competizioni sportive?»
«Ren, come sai abbiamo interessato alla cosa la senatrice Jacobsen», rispose Halden. «E lei sta vagliando le possibilità di abrogazione.»
«Sarebbe ora.»
«Personalmente ritengo che tu affronti l’argomento con eccessiva animosità», ribatté Halden. «Le nostre superiori capacità ci darebbero, in gara, un ingiusto vantaggio sui normali, non puoi negarlo.»
Miller fulminò con un’occhiataccia il Custode del Libro, ma preferì non replicare.
Un disagio quasi palpabile aveva preso ad aleggiare sui presenti.
Michael sapeva che quel famigerato Principio costituiva una spina nel fianco per molti mutanti, e ciò fin da quando, negli anni Novanta, era stato formalizzato in legge.
Halden trasse un respiro profondo.
«Fratelli, disponiamoci a trarre conforto dalla lettura del Libro», propose con voce calma. «Quinta strofa del Tempo dell’Attesa.»
Rimase in silenzio mentre sfogliava le antiche pagine dell’enorme volume, e Michael si accorse di trattenere il fiato pregustando l’esito di quella ricerca. Individuato il passo che gli interessava, a tutti loro ben noto, il Custode del Libro lo intonò con voce vibrante.
E allorché riconoscemmo la nostra alterità,
Scoprendoci mutanti e pertanto diversi,
Reagimmo sottraendoci,
Segregando quanto v’era in noi di più difforme,
E così offrendo un volto innocuo
Ai ciechi occhi del mondo.
Formammo la nostra comunità in silenzio, nel segreto,
Ci donammo l’un l’altro amore e partecipazione,
E attendemmo l’avvento di un tempo migliore,
Un’era in cui poter condividere
Anche fuori del nostro cerchio.
Uniti perseveriamo nell’attesa.
Halden richiuse il Libro.
«Uniti perseveriamo nell’attesa», intonò, facendogli eco, lo sparuto gruppo intorno a lui.
«Congiungete le vostre mani, adesso, e condividete insieme a me», mormorò Halden, chinando la testa e serrando le palpebre. Tese le mani da entrambi i lati stringendole a quelle di chi gli stava a fianco, e altrettanto fecero gli altri intorno al gran tavolo, finché tutti non si strinsero per mano.
Vincendo una certa esitazione, anche Michael chiuse gli occhi, e subito si sentì coinvolgere nel familiare flusso della neuroconnessione. Egli temeva e al tempo stesso amava quel momento, quando l’autocoscienza si affievoliva per venir sostituita dal brusio della mente di gruppo, quel suono tutto cerebrale che non assomigliava all’articolazione di ben distinte parole, ma consisteva piuttosto in una rassicurante vibrazione, come il ronzio di numerose api in armonioso unisono. Si rilassò, lasciandosi sprofondare nella calda intimità di quel legame. In esso ogni cosa veniva compresa, ogni cosa accettata e perdonata. Perché in esso v’era amore. Fluttuò e si stiracchiò nel tepore della mente di gruppo come un pigro gattino sonnacchioso al sole. E allorché, traslocando attraverso impercettibili variazioni, il mormorio mentale prese quietamente a ritrarsi da lui, man mano respingendolo nella solitudine della sua soggettiva consapevolezza, egli assecondò con pari abbandono il progredire di quel riflusso.
Quando infine riaprì gli occhi, il suo orologio lo informò che era trascorsa un’ora. Sebbene già diverse volte avesse vissuto quell’esperienza, Michael non cessava di meravigliarsi di come un così lungo lasso di tempo potesse concentrarsi in quelli che parevano solo brevi istanti. Sentì freddo, e si rinfilò la giacca a vento.
Accanto a lui la gente sbadigliava, si stropicciava gli occhi, sorrideva dolcemente. Sua zia Zenora gli fece l’occhiolino di là dal tavolo e Michael rispose con un gran sorriso, pensando ai celestiali pasticcini nocciolati che lei aveva probabilmente messo da parte per dopo. In effetti il loro aroma, un irresistibile profumo di cioccolato, aleggiava ancora nella stanza.
Si aprì la porta esterna e fece il suo ingresso, a labbra contratte, il padre di Michael.
«James, hai perduto la condivisione», l’apostrofò immediatamente Halden brontolando. «Affari come al solito?»
«Temo proprio di sì», rispose Ryton mentre la sua espressione si addolciva. «Halden, lo sai bene quanto mi dispiace mancare a una condivisione. Specialmente ora che sei tu il Custode del Libro.»
«Be’, puoi sempre rifarti nell’incontro di domani, cugino», lo consolò Halden. «Vieni a bere qualcosa.»
I due uomini si scambiarono un rapido abbraccio accompagnato da reciproche pacche sulle spalle.
Che strana coppia, pensò Michael. Suo padre era esile e biondo, mentre lo zio aveva la pelle olivastra e campeggiava massiccio come un orso. Quanto a questo, comunque, nella cerchia del parentado mutante se ne trovavano diversi di individui dall’aspetto inconsueto. E lui sapeva che tale circostanza trovava ogni volta spiegazione nelle Cronache. Anzi, diciamo pure che, a prendersi la briga di esaminarle con attenzione, vi si scovava una spiegazione a tutto. Purtroppo le Cronache erano scritte in un linguaggio antiquato e tutt’altro che scientifico, e ciò non contribuiva certo a dissipare le sue perplessità.
I mutanti avevano fatto la loro prima comparsa oltre seicento anni prima, apparentemente preceduti da qualche peculiare evento meteorologico. Le Cronache parlavano di piogge di sangue e nascite di vitellini a due teste. Ma, a quel che ne sapeva Michael, casi del genere parevano verificarsi di continuo, durante il Quindicesimo secolo.
Gli risultava, inoltre, che sia gli scienziati mutanti sia gli studiosi normali ritenevano che una naturale tendenza alla mutazione fosse incrementata dall’esposizione a taluni generi di radiazioni. Il passaggio di una cometa, o magari una pioggia meteorica, potevano quindi dar luogo, nella generazione immediatamente successiva, a una congerie di mutazioni. In molti casi si trattava di mutazioni terminali: eccentriche, sterili, condannate in partenza. Ma la progenie dell’ Homo Sapìens conosceva anche accidenti fortunati. Il potenziamento delle facoltà mentali, ad esempio. Alcuni mutanti sviluppavano talenti telepatici a vari livelli. Altri acquisivano doti telecinetiche, anch’esse di entità variabile. Di tanto in tanto avveniva che un mutante detenesse più di una capacità. Precognitivi. Obnubilatori. Telepiretici. Ancor più raramente, si verificava la comparsa di un mutante dotato di poteri particolarmente straordinari per natura e intensità. Le facoltà mutanti, ad ogni modo, erano in genere bizzarre, spesso difficili da controllare.
Quanto agli occhi dorati, si trattava di un curioso effetto collaterale a proposito del quale esistevano numerose teorie. Per gran parte dell’anno Michael aveva la sensazione che tutta la faccenda si presentasse con i connotati di una fiaba. Finché l’inesorabile trascorrere dei mesi non tornava a immergerlo nella stagione dei mutanti.
Da bambino egli aveva ascoltato con incantata attenzione, durante la narrazione rituale che si celebrava ogni anno, la storia del suo clan. Al punto che ormai sarebbe stato in grado di ripeterla persino dormendo. I suoi antenati avevano lottato per sopravvivere, acutamente consapevoli dei propri strabilianti poteri e della possibilità che essi suscitassero terrorizzate, violente reazioni da parte della ben più ampia popolazione «normale». Avevano quindi creato comunità chiuse, segrete, lontane da sguardi indiscreti e da domande imbarazzanti. Per secoli i mutanti erano vissuti ai margini della società facendo i ladri, gli alchimisti, le streghe, i venditori di pozioni miracolose. Alcuni erano finiti arsi sul rogo. Altri avevano accumulato inimmaginabili ricchezze. Parecchi avevano lavorato nel mondo del circo. I mutanti eccellevano, come fenomeni da baraccone. E ancor più come protagonisti di acrobatiche imprese ladresche…
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