Kralick mi rivolse un sogghigno e mi disse di prenderla con calma. Ma io non riuscivo a rilassarmi. Quella sera Vornan concesse un’altra intervista, e ciò che disse era francamente utopistico. Il mondo aveva un bisogno disperato di riforme: troppa potenza si era concentrata nelle mani di pochi individui: un’epoca di ricchezza universale era imminente, ma per realizzarla era necessaria la collaborazione di masse illuminate. «Siamo nati dai rifiuti,» disse. «Ma abbiamo la capacità di diventare dèi. So che è possibile. Nella mia epoca non vi sono malattie, non c’è miseria, non ci sono sofferenze. Persino la morte è stata abolita. Ma l’umanità deve attendere mille anni per godere di questi benefici? Dovete agire ora. Subito. »
Sembrava un appello alla rivoluzione.
Fino a quel momento, Vornan non aveva annunciato un programma specifico. Lanciava solo appelli generici per una trasformazione della nostra società. Ma anche questo era ben lontano dalle ironiche, oblique, mordenti affermazioni che usava fare nei primi mesi della sua permanenza. Sembrava che la sua capacità di combinare guai fosse enormemente aumentata; adesso si rendeva conto di poter suscitare perturbazioni assai più vaste rivolgendosi alle folle per la strada che spassandosela a spese di qualche individuo. Kralick pareva conscio di ciò quanto me; non capivo perché permetteva che il giro continuasse, perché lasciava che Vornan avesse accesso ai canali delle comunicazioni. Sembrava incapace di arrestare il corso degli eventi, d’interrompere la rivoluzione che lui stesso aveva contribuito a lanciare.
Non sapevamo nulla dei veri moventi di Vornan. Il secondo giorno a Buenos Aires si avventurò di nuovo tra la folla. Questa volta una massa ancora più cospicua del giorno innanzi, e con una sorta di ostinata insistenza circondò Vornan, cercando disperatamente di raggiungerlo e di toccarlo. Dovemmo tirarlo fuori, alla fine, con una sonda calata da un elicottero. Era pallido e scosso, mentre si liberava dello scudo. Non avevo mai visto Vornan sconvolto, ma quell’orda c’era riuscita. Guardò lo scudo con aria scettica e disse: «Forse c’è qualche pericolo. Fino a che punto posso fidarmi di questo arnese?»
Kralick gli assicurò che era dotato di circuiti d’emergenza che lo rendevano assolutamente infallibile. Vornan sembrava dubbioso. Si girò dall’altra parte, cercando di ricomporsi; era davvero consolante vedere in lui i sintomi della paura. Non potevo biasimarlo se temeva quella folla, anche con lo scudo.
Volammo da Buenos Aires a Rio de Janeiro nelle prime ore del 19 novembre. Io cercavo di dormire, ma Kralick venne nel mio scompartimento e mi svegliò. Dietro di lui c’era Vornan. Kralick aveva in mano il sottile avvolgimento d’uno scudo antifolla.
«Mettilo,» disse.
«Perché?»
«Così potrai imparare ad usarlo. Dovrai portarlo a Rio.»
Il sonno mi abbandonò. «Senti, Sandy, se credi che io intenda espormi a quelle folle…»
«Ti prego,» disse Vornan. «Ti voglio accanto a me, Leo.»
Kralick disse: «Vornan si è sentito sconcertato dalle masse di questi ultimi giorni, e non se la sente più di andare da solo. Mi ha pregato di chiederti di accompagnarlo. Vuole te.»
«È vero, Leo,» disse Vornan. «Non posso fidarmi degli altri. Con te vicino non ho paura.»
Era maledettamente persuasivo. Un’occhiata, una supplica, ed io ero pronto a passare insieme a lui in mezzo a milioni di fanatici urlanti. Gli promisi che avrei fatto quel che voleva, e lui mi toccò la mano e mormorò un ringraziamento, sommesso e commovente. Poi se ne andò. Nel momento stesso in cui uscì, mi resi conto che era una pazzia; e quando Kralick mi porse lo scudo antifolla, scossi il capo. «Non posso,» dissi. «Richiama Vornan. Digli che ho cambiato idea.»
«Suvvia, Leo. Non può capitarti niente.»
«Se non mi avventuro là in mezzo, non ci verrà neppure Vornan?»
«Infatti.»
«E allora abbiamo risolto il nostro problema,» dissi. «Rifiuterò d’indossare lo scudo. Vornan non potrà mescolarsi alle moltitudini. Lo isoleremo dalla fonte del suo potere. Non è forse questo che vogliamo?»
«No.»
«No?»
«Vogliamo che Vornan sia in grado di entrare a contatto con il popolo. La folla lo ama. Ha bisogno di lui. Non possiamo negarle il suo eroe.»
«E allora, dalle pure il suo eroe. Ma non con me al suo fianco.»
«Non ricominciare, Leo. Lui ha scelto te. Se Vornan non compare a Rio, questo rovinerà le relazioni internazionali e Dio sa che altro. Non possiamo correre il rischio di deludere le masse non mostrandolo.»
«E così mi butti ai lupi?»
«Gli scudi sono infallibili, Leo! Su. Aiutaci per l’ultima volta.»
L’intensità della proccupazione di Kralick era convincente, e alla fine accettai di mantenere la promessa fatta a Vornan. Mentre volavamo verso oriente, sopra le giungle rarefatte del bacino del Rio delle Amazzoni, ad una quota di trenta chilometri. Kralick mi insegnò a usare lo scudo antifolla. Prima che cominciassimo a scendere, per atterrare, ero già un esperto. Vornan era visibilmente soddisfatto che avessi accettato di accompagnarlo. Parlava con disinvoltura dell’eccitazione che provava in mezzo alla gente, e del potere che sentiva di esercitare su coloro che gli si stringevano intorno. Io ascoltavo e parlavo poco. Lo studiavo con cura, registrando nella mente l’espressione del volto, lo scintillio del sorriso, ed avevo la sensazione che la visita alla nostra epoca medievale si avvicinasse alla conclusione.
La folla, a Rio de Janeiro, superava tutto ciò che avevamo veduto fino ad allora. Vornan doveva comparire in pubblico sulla spiaggia; passammo per le strade della magnifica città, diretti verso l’oceano; ma la spiaggia non si vedeva, solo una marea di teste che orlava la battigia, una massa ondeggiante e mulinante, incredibilmente densa, che si estendeva dai grattacieli bianchi del lungomare fino al bordo delle onde, e persino nell’acqua. Non potevamo penetrare in quella massa, e dovemmo prendere un elicottero per attraversare la lunghezza della spiaggia. Vornan raggiava d’orgoglio. «Per me,» disse sottovoce. «Sono venuti qui per me. Dov’è la mia macchina per i discorsi?»
Kralick gli aveva fornito un altro apparecchio; un traduttore regolato in modo da volgere le parole di Vornan in un portoghese fluente. Mentre aleggiavamo su quella foresta di scure braccia levate, Vornan parlò; le sue parole tuonavano nella fulgida aria estiva. Non potrei garantire che la traduzione fosse esatta, ma le parole che egli usava erano eloquenti e commoventi. Parlò del mondo da cui veniva, elogiandone la serenità e l’armonia, descrivendolo immune dalle fatiche e dalle lotte. Ogni essere umano, disse, era unico e prezioso. Contrappose al suo mondo il nostro, travagliato e squallido. Una turba come quella che vedeva sotto di lui, disse, era inconcepibile nel suo tempo, perché solo una comune fame raduna una massa, e là non esisteva un simile bisogno disperato. Perché, chiese, perché volevamo vivere in questo modo? Perché non ci liberavamo dell’orgoglio e delle rigidità, perché non gettavamo via i dogmi e gli idoli, non abbattevamo le barriere che isolano ogni cuore umano? Ogni uomo ami il suo simile come un fratello. I falsi appetiti vengano aboliti. Il desiderio di potere perisca. Abbia inizio una nuova èra di benevolenza.
Non erano sentimenti nuovi. Altri profeti li avevano espressi. Ma lui parlava con una sincerità ed un fervore così mostruosi che sembrava coniare sul momento ogni cliché sentimentale. Era questo il Vornan che aveva riso in faccia al mondo? il Vornan che aveva usato gli esseri umani come balocchi e strumenti? Quell’oratore supplichevole, lusinghiero, affascinante? Quel santo? Io stesso stavo per mettermi a piangere, nell’ascoltarlo. E l’effetto su coloro che stavano sulla spiaggia… su coloro che seguivano la scena in collegamento televisivo normale… chi poteva calcolarlo?
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