Oscurai la stanza e mi stesi sul letto. L’aria fresca, in casa, era ristoratrice. Forse mi addormentai. Aprii gli occhi quando sentii il rumore di qualcuno alla mia porta. Mi levai a sedere.
Shirley si precipitò nella stanza. Sembrava fuori di sé: gli occhi sbarrati per l’orrore, le labbra contratte, i seni scossi dall’ansito. Aveva il volto cremisi. Lucide gocce di sudore, notai con bizzarra chiarezza, le coprivano la pelle, e c’era un rivoletto scintillante nella valle del petto. «Leo…» disse con voce rauca, soffocata. «Oh Dio, Leo!»
«Cosa c’è? Cos’è successo?»
Avanzò barcollando e crollò, con le ginocchia contro il materasso. Sembrava quasi in stato di shock. Muoveva le mascelle, ma non ne usciva alcun suono.
« Shirley! »
«Sì,» mormorò lei. «Sì. Jack… Vornan… oh, Leo, avevo ragione! Non volevo crederlo, ma avevo ragione. Li ho visti! Li ho visti!»
«Ma cosa stai dicendo?»
«Fra il momento del pranzo.» disse lei, deglutendo, cercando di calmarsi. «Mi sono svegliata sul terrazzo e sono andata a cercarli. Erano nel laboratorio di Jack, come al solito. Quando ho bussato non mi hanno risposto, ed ho aperto l’uscio, e ho visto perché non rispondevano. Erano occupati. Uno con l’altro… Uno… con… l’altro. Le braccia e le gambe, uno addosso all’altro. Li ho visti. Sono rimasta lì quasi un minuto a guardare. Oh, Leo, Leo, Leo!»
La sua voce divenne un grido penetrante. Si gettò avanti, disperata, singultando, distrutta. L’afferrai mentre mi cadeva addosso. I globi pesanti dei seni premettero con punte di fiamma contro la mia pelle fresca. Con l’occhio della mente potevo vedere la scena che mi aveva descritta; adesso che l’evidenza mi colpiva, gemetti per la mia stupidità, per la cattiveria di Vornan, per l’ingenuità di Jack. Fremetti, mentre immaginavo Vornan avvinto addosso a lui come un gigantesco invertebrato predatore e poi non ebbi tempo di pensare ad altro. Shirley era tra le mie braccia, tremante e nuda e appiccicosa di sudore e piangente. La consolai e lei si aggrappò a me, cercando un’isola di stabilità in un mondo improvvisamente sovvertito; e l’abbraccio del conforto che le avevo offerto divenne rapidamente qualcosa di ben diverso. Non riuscivo a dominarmi, e lei non resisteva: accolse la mia invasione, per sollievo o per vendetta, e finalmente il mio corpo penetrò il suo, e cademmo, congiunti e ansimanti, sul cuscino.
Dissi a Kralick di tirar fuori di lì me e Vornan, poche ore dopo. Non spiegai niente a nessuno. Dissi soltanto che dovevamo andarcene. Non vi furono addii. Ci vestimmo e facemmo i bagagli, e condussi Vornan a Tucson, dove gli uomini di Kralick vennero a prenderci.
Ora che ci ripenso, mi rendo conto che quella fuga fu dettata dal panico. Forse avrei dovuto restare con loro. Forse avrei dovuto cercare di aiutarli a ricostruirsi. Ma in quell’istante caotico sentii di dover fuggire. L’atmosfera di colpa era troppo soffocante e la trama delle vergogne intrecciate troppo serrata. Ciò che era successo tra Vornan e Jack e ciò che era successo tra Shirley e me era inestricabilmente annodato nella trama della catastrofe, come forse c’era anche quello che non era accaduto tra Shirley e Vornan. Ed ero stato io a portare tra loro il serpente. In quel momento di crisi avevo rinunciato al vantaggio morale che avrei potuto avere, perché avevo ceduto all’impulso e poi ero scappato. Io ero il colpevole. Io ero responsabile.
Forse non li rivedrò mai più.
Conosco troppo bene la loro vergogna segreta, e come chi ha trovato per caso un pacco di lettere ingiallite appartenenti ad una persona cara, sento che la mia conoscenza indesiderata adesso è come una spada discesa a dividermi da loro. Forse questo cambierà. Già adesso, dopo due mesi, vedo l’episodio in una luce diversa. Eravamo riusciti ad apparire egualmente disgustosi e deboli, tutti e tre, marionette mosse dall’ingegnoso capriccio di Vornan; e quella comune conoscenza della nostra fragilità forse potrà unirci di nuovo. Non lo so. So, tuttavia, che ciò che Shirley e Jack avevano avuto in comune, adesso è stato calpestato, irreparabilmente distrutto.
Mi passa per la mente un montaggio di visi: Shirley, avvampata e stordita nella stretta della passione, con gli occhi chiusi, la bocca spalancata, Shirley nauseata e depressa, dopo, che si lasciava scivolare sul pavimento e si allontanava da me, strisciando, come un insetto ferito. Jack che saliva dal laboratorio, pallido e abbagliato, come se fosse stato vittima d’uno sturpo, e camminava adagio in un mondo divenuto irreale. E Vornan, compiaciuto, gaiamente sazio, soddisfatto della sua opera e ancora più contento di scoprire ciò che avevamo fatto io e Shirley. Non riuscivo a provare un vero sentimento di collera verso di lui. Era la solita bestia da preda, e non aveva rinunciato a niente. Aveva respinto Shirley, non per un eccesso di riguardo, ma solo perché inseguiva una selvaggina diversa.
Non dissi niente a Kralick. Capì da solo che l’interludio in Arizona era stato un disastro, ma non gli fornii particolari, e lui non insistette per averne. Ci incontrammo a Phoenix: era arrivato in volo da Washington appena aveva ricevuto il mio messaggio. Il viaggio nell’America del Sud, annunciò, era stato frettolosamente reintrodotto nel programma, e dovevamo essere a Caracas il martedì successivo.
«Escludimi pure,» dissi. «Ne ho avuto abbastanza di Vornan. Mi dimetto dalla commissione, Sandy.»
«No.»
«È necessario. Una questione personale. Ti ho dedicato quasi un anno, ma adesso debbo raccattare i cocci della mia vita.»
«Concedici un altro mese,» mi supplicò lui. «È importante. Non hai seguito le notizie, Leo?»
«Di tanto in tanto.»
«Il mondo è in preda a una Vornanmania. Peggiora di giorno in giorno. Le due settimane che ha passato lontano da tutti, nel deserto, sono servite solo ad alimentare la fiamma. Sai che un falso Vornan è comparso domenica a Buenos Aires e ha proclamato un Impero latino-americano? In un quarto d’ora ha radunato un’orda di cinquantamila persone. I danni si valutano in milioni di dollari, e sarebbe stato anche peggio, se un cecchino non gli avesse sparato.»
«Gli ha sparato ? Perché?»
Kralick scosse il capo. «Chi lo sa? Era isteria pura. La folla ha fatto a pezzi l’assassino. Ci sono voluti due giorni per convincere tutti che si era trattato di un falso Vornan. E poi abbiamo avuto notizie di altri falsi Vornan a Karachi, a Instanbul, a Pechino, ad Oslo. È quel libro immondo scritto da Fields. Lo scuoierei volentieri vivo.»
«Ed io che c’entro, Sandy?»
«Ho bisogno che tu resti accanto a Vornan. Hai trascorso accanto a lui più tempo di chiunque altro. Lo conosci bene, e penso che lui ti conosca e si fidi di te. Forse nessun altro riuscirebbe a tenerlo a freno.»
«Non ho la minima possibilità di tenerlo a freno,» dissi io, pensando a Jack ed a Shirley. «Non è chiaro, ormai?»
«Ma almeno, con te, una possibilità l’abbiamo. Leo, se Vornan usa il potere che ha a sua disposizione, metterà a soqquadro il mondo. Basta una sua parola, e cinquanta milioni di individui si taglierebbero la gola. Tu hai perso il contatto con la situazione. Non puoi capire cosa sta maturando. Forse riuscirai a distoglierlo, se comincia a rendersi conto delle sue possibilità potenziali.»
«Nel modo in cui sono riuscito a trattenerlo quando ha sfasciato la villa di Wesley Bruton, eh?»
«Allora era l’inizio. Adesso non commettiamo più certi errori, non lasciamo che Vornan si avvicini a strumenti pericolosi. E quello che ha fatto in casa di Bruton è solo un campione di quello che può fare al mondo intero.»
Risi, aspramente. «In tal caso, perché correre rischi? Fatelo uccidere.»
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