«Se il mondo durerà tanto,» disse ironicamente Vornan.
Ridemmo tutti, e fu più un’esplosione delle nostre tensioni che una vera espressione di divertimento. Persino Aster, che non aveva mai dato prova di un gran senso dell’umorismo, ebbe un rapido sorriso meccanico. Poi si voltò ed indicò una vasca montata in una capsula pressurizzata.
«Questo è il nostro progetto più recente,» disse. «Non so bene a che punto sia, adesso, poiché come sapete tutti sono lontana dal laboratorio fin da gennaio. Qui vedete un tentativo di sintetizzare un embrione di mammifero. Abbiamo diversi embrioni in vari stadi di sviluppo. Se volete avvicinarvi…»
Guardai, e vidi un certo numero di cosi simili a pesci, con piccole cellule legate da membrane. Mi sentii stringere lo stomaco per la reazione nervosa, alla vista di quelle piccole creature macrocefale, nate da un guazzabuglio di aminoacidi, avviate verso chissà quale maturità. Persino Vornan mi sembrava impressionato.
Lloyd Kolff grugnì qualcosa in una lingua che non compresi: tre o quattro parole impastate, aspre, gutturali. La sua voce aveva una sfumatura d’angoscia. Lo guardai, e vidi che stava rigido, con un braccio alzato ad angolo acuto sul petto, l’altro teso, diritto. Sembrava stesse eseguendo un passo di balletto estremamente complicato, e si fosse bloccato a metà di una piroetta. Aveva la faccia di un blu scuro, il colore delle porcellane Ming; gli occhi orlati di rosso erano spalancati, spaventosi. Restò così per un lungo istante, poi emise un piccolo suono stridulo dal fondo della gola e si appoggiò in avanti, al piano di pietra di un tavolo da laboratorio. Cercò, convulsamente, di afferrarsi a qualcosa: matracci e bruciatori scivolarono e caddero schiantandosi sul pavimento. Le grosse mani si abbrancarono al bordo d’una piccola vasca e la rovesciarono, versando una dozzina di piccoli, lucidi celenterati sintetici, che sussultarono e fremettero ai nostri piedi. Lentamente Lloyd si afflosciò, allentando la stretta sul bordo del tavolo e, cadendo a stadi successivi, finì riverso sul pavimento. Aveva gli occhi ancora aperti. Pronunciò una sola frase, con una dizione straordinariamente chiara: l’addio al mondo di Lloyd Kolff, probabilmente in qualche lingua antica. Nessuno di noi seppe identificarla, in seguito, o ricordarne una sola sillaba. Poi morì.
«Rianimazione!» gridò Aster. «Presto!»
Due assistenti di laboratorio accorsero precipitosamente con un apparecchio mobile di rianimazione. Kralick, nel frattempo, si era lasciato cadere accanto a Kolff e stava tentando la respirazione bocca a bocca. Aster lo scostò, si rannicchio accanto alla forma immobile e ingombrante di Kolff, gli strappò gli abiti, mettendo allo scoperto il petto incavato, irto di peli grigi. Fece un gesto, ed uno dei suoi assistenti le porse un paio di elettrodi. Lei li piazzò, trasmise una scossa elettrica al cuore di Kolff. L’altro assistente stava già togliendo il copripunta a una siringa ipodermica; poi la premette contro il braccio di Kolff. Udimmo il ronzio della canna ultrasonica, mentre entrava in funzione. Il grosso corpo di Kolff rabbrividì, quando gli ormoni e l’elettricità l’investirono simultaneamente; la mano destra si sollevò di quache centimetro, a pugno chiuso, e poi ricadde. «Reazione galvanica,» mormorò Aster. «Nient’altro.»
Ma non si arrese. L’apparecchio di rianimazione aveva una dotazione completa di strumenti d’emergenza, e lei li usò tutti. Un compressore toracico eseguì la respirazione artificiale; Aster iniettò sostanze refrigeranti nel sangue per impedire la decomposizione del cervello; gli elettrodi assalivano ritmicamente le valvole del cuore. Kolff era quasi nascosto dall’assortimento degli strumenti che lo coprivano.
Vornan s’inginocchiò e fissò attento gli occhi sbarrati di Kolff. Osservò i lineamenti allentati. Protese incerto la mano per toccare la guancia chiazzata del filologo. Notò i meccanismi che pompavano e premevano e pulsavano addosso al corpo disteso. Poi si alzò e mi chiese, sottovoce: «Cosa stanno cercando di fargli, prego?»
«Riportarlo in vita.»
«Allora questa è la morte?»
«La morte, sì»
«Che cosa gli è accaduto?»
«Il cuore ha smesso di funzionare, Vornan. Sai che cos’è il cuore?»
«Sì, sì.»
«Il cuore di Kolff era stanco. Si è fermato. Aster sta cercando di rimetterlo in moto. Non ci riuscirà.»
«Accade spesso, questa cosa di morte?»
«Almeno una volta, nella vita di ciascuno,» dissi io, amaramente. Era stato chiamato un medico. Estrasse altri strumenti dall’apparecchio di rianimazione e cominciò a praticare un’incisione sul petto di Kolff. Io dissi a Vornan: «Come viene la morte, nella tua epoca?»
«Mai all’improvviso. Mai così. Io ne so pochissimo.»
Sembrava affascinato dalla presenza della morte molto più di quanto lo fosse stato dalla creazione della vita, in quella stessa sala. Il medico si dava da fare; ma Kolff non reagiva, e noi stavamo in cerchio, immobili come statue. Soltanto Aster si muoveva: raccoglieva gli esseri che Kolff aveva fatto cadere nella sua ultima convulsione. Alcuni erano morti anch’essi, per l’esposizione all’aria o perché calpestati da piedi noncuranti. Ma alcuni erano sopravvissuti. Li rimise dentro una vasca.
Alla fine il medico si alzò, scuotendo il capo.
Guardai Kralick. Piangeva.
Kolff venne sepolto a New York con grandi onori accademici. Per rispetto, interrompemmo per qualche giorno il nostro giro. Vornan presenziò al funerale. Le consuetudini delle nostre esequie l’incuriosivano moltissimo. La sua presenza alla cerimonia per poco non causò una crisi, perché gli accademici togati gli si strinsero intorno per vederlo da vicino, e ad un certo punto temetti che, in quella confusione, la bara finisse per rovesciarsi. Tre libri andarono nella tomba insieme a Kolff. Due erano opere sue; la terza era la traduzione in ebraico della Nuova Rivelazione. Questo particolare mi irritò, ma Kralick mi spiegò che era stata un’idea dello stesso Kolff. Tre o quattro giorni prima della fine aveva consegnato a Helen McIlwain un nastro sigillato che, come risultò poi, conteneva le istruzioni per il funerale.
Dopo il periodo di lutto ci dirigemmo di nuovo verso Ovest per proseguire il giro. Era sorprendente la rapidità con cui la morte di Kolff aveva smesso di avere importanza per noi; adesso eravamo cinque, anziché sei, ma il trauma del suo collasso si attenuò in fretta, e ben presto riprendemmo la nostra routine. Quando il clima divenne più caldo, però, risultarono evidenti certi cambiamenti d’atmosfera. La vendita della Nuova Rivelazione sembrava finita, poiché ormai virtualmente tutti, nel Paese, ne avevano una copia, e le folle che seguivano i movimenti di Vornan diventavano ogni giorno più numerose. Spuntavano dovunque profeti secondari, interpreti del messaggio di Vornan all’umanità. Il centro di gran parte dell’attività era in California, come al solito, e Kralick si preoccupava di tenere Vornan lontano da quello Stato. Era turbato da quel culto crescente, come lo ero io, come lo eravamo tutti. Soltanto Vornan pareva godere della presenza del suo gregge. Anche lui, talvolta, sembrava un po’ in apprensione, come quando atterravamo in un aeroporto e trovavamo un mare di volumetti dalla copertina rossa che luccicavano al sole. Almeno, avevo l’impressione che le folle veramente oceaniche lo mettessero a disagio; ma quasi sempre aveva l’aria di sguazzare nell’attenzione suscitata. Un giornale californiano aveva proposto, con la massima serietà, che Vornan venisse scelto come candidato al Senato per le prossime elezioni. Quando il facsimile con le notizie arrivò, trovai Kralick quasi in convulsioni. «Se Vornan lo vede,» mi disse, «potremmo ritrovarci in un bel guaio»
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