Si abbandona a un sonno inquieto.
Viene svegliato, non più di un’ora o due più tardi, da una musica dissonante, primitiva, inquietante. Si mette a sedere: ombre rosse guizzano sulla parete della sua cella. Un genere di proiezioni visive? O un fuoco all’esterno? Si precipita alla finestra. Sì. Un immenso tumulo di ceppi secchi, di rami, di avanzi di vegetali di ogni genere, è in mezzo alla piazza. Non ha mai visto un fuoco prima d’ora, tranne qualche volta sullo schermo, e la vista lo terrorizza e lo incanta. Quelle ondeggianti esplosioni color rosso che si sollevano e svaniscono, dove vanno? E anche dal luogo in cui si trova può sentire il calore che si diffonde. Un flusso costante, la forma mutevole di fiamme danzanti, quale bellezza incredibile. E minacciosa. Non hanno paura di lasciare il fuoco libero di svilupparsi in questo modo? Ma certamente c’è quella zona spoglia e sudicia intorno ad esso. Il fuoco non può attraversarla. La terra non brucia.
Distoglie lo sguardo dalla ipnotica frenesia del fuoco. Una dozzina di suonatori siede l’uno accanto all’altro alla sinistra delle fiamme. Gli strumenti sono stranamente medioevali: gli strumenti funzionano soffiando o percuotendo o sfregando o premendo dei tasti, e i suoni sono ineguali e imprecisi e ondeggiano intorno alla propria tonalità ma mancano di una frazione di tono. L’elemento umano; Michael, il cui senso musicale è insolitamente buono, si contorce a queste minime ma percettibili variazioni dall’assoluto. Tuttavia sembra che gli agricoltori non se ne curino. Non sono viziati dalla perfezione meccanica della moderna musica scientifica. A centinaia, forse l’intera popolazione del villaggio, siedono in file cenciose lungo il perimetro della piazza, seguendo con i movimenti del capo il tempo delle lamentose e stridenti melodie, battendo i talloni contro il suolo, battendo ritmicamente le mani contro i gomiti. La luce del fuoco li trasforma in un raduno di demoni; l’incandescenza rossastra si increspa misteriosamente sui loro corpi mezzo nudi. Vede alcuni bambini tra loro, ma sono ancora pochi. Due qui, tre là; molte coppie adulte hanno uno o nessun bambino. È sbalordito da quanto ha compreso: qui si limitano le nascite. Gli viene la pelle d’oca. Si diverte alla propria involontaria reazione di orrore; essa gli dice che la configurazione che possono avere i suoi geni non ha importanza; è pur sempre un uomo delle monurb a causa del condizionamento.
La musica si fa sempre più selvaggia. Il fuoco si alza. Gli agricoltori cominciano a danzare. Michael si aspetta una danza disordinata e frenetica, un confuso agitare di gambe e braccia, ma non è così: sorprendentemente, è armonica e disciplinata, una serie controllata e formale di movimenti. Gli uomini in una fila, le donne nell’altra; in avanti, indietro, si scambiano i partner, i gomiti sollevati, il capo rovesciato all’indietro, le ginocchia mosse con movimento alterno, ora un saltello, girano intorno, formano di nuovo delle file, le mani unite. Il passo accelera costantemente, ma il ritmo è sempre definito e coerente. Una progressione rituale di movimenti. Occhi vitrei, labbra serrate. Questa non è una festa, lo capisce immediatamente; è una celebrazione religiosa. I riti del popolo della comune. Che cosa vogliono ottenere formando queste figure? È lui l’agnello sacrificale? La provvidenza ha mandato loro un uomo delle monadi, eh? In preda al panico, volge attorno lo sguardo cercando di scorgere un calderone, uno spiedo, un palo, una cosa qualsiasi sulla quale potrebbero cuocerlo. Racconti sulle comuni ricchi di particolari circolano nelle monadi; li ha sempre respinti come miti ignoranti. Ma è possibile che non lo siano.
Quando verranno a prenderlo, decide, si farà avanti e li attaccherà. Meglio venire abbattuto alla svelta che morire sull’altare del villaggio.
Tuttavia passa una mezz’ora, e nessuno ha guardato in direzione della sua cella. La danza è continuata senza interruzione. Madidi di sudore, i contadini sembrano figure di sogno, splendenti, grottesche. Petti nudi, ansimanti, narici dilatate, occhi ardenti. Nuovi rami sul fuoco. I suonatori si stimolano l’un l’altro in nuovi parossismi. Ed ora, che cos’è questo? Figure mascherate sfilano in parata sulla piazza: tre uomini e tre donne. Il volto nascosto da complicate maschere sferiche, da incubo notturno, bestiali, vistose. Le donne portano cesti ovali dentro ai quali si possono scorgere prodotti della comune: sementi, pannocchie secche di granoturco, farina. Gli uomini circondano una settima persona, una donna: due di loro la trascinano per le braccia, il terzo la spinge da dietro. È incinta di molti mesi, si trova al sesto o anche al settimo mese. Non porta nessuna maschera e il suo volto è tirato e rigido, le labbra strette, gli occhi spalancati e impauriti. La gettano al suolo davanti al fuoco e rimangono al suo fianco. Ella si inginocchia, il capo chino, i lunghi capelli che quasi toccano il suolo, i seni gonfi ondeggianti a ogni respiro ansimante. Uno degli uomini mascherati — è impossibile pensare che non siano sacerdoti — intona una risonante invocazione. Una delle donne mascherate mette una pannocchia di granoturco in entrambe le mani della donna incinta. Un’altra le cosparge la schiena di farina che aderisce alla pelle sudata. La terza dissemina le sementi nei suoi capelli. Gli altri due uomini si uniscono al canto. Michael afferra le sbarre della cella, ha l’impressione di essere stato scagliato indietro di migliaia di anni e di partecipare a una festa neolitica; gli è quasi impossibile credere che a una giornata di cammino da qui sorga la mole di mille piani della Monade Urbana 116.
Hanno finito di consacrare la donna incinta con i prodotti della terra. Ora due dei sacerdoti la sollevano e una delle sacerdotesse le strappa il solo indumento. Un urlo dei contadini. La fanno girare tutt’intorno. Esibiscono a tutti la sua nudità. Il ventre pesante, teso come un tamburo, risplende alla luce del fuoco. I larghi solidi fianchi, le natiche carnose. Rendendosi conto di avere davanti uno spettacolo sinistro, Michael schiaccia il volto contro le sbarre, scacciando il terrore. La donna, e non lui, è la vittima sacrificale? Il lampeggiare di un coltello, il feto non ancora nato strappato dalla matrice, una propiziazione diabolica degli dei del raccolto? Per favore, no. Forse è lui l’esecutore prescelto. Dalla sua febbrile, spontanea immaginazione sorge la scena: si vede strappato dalla cella, gettato sulla piazza, gli viene messa in mano una falce. La donna distesa vicino al fuoco, il ventre rivolto verso l’alto, i sacerdoti che cantano, le sacerdotesse che saltano, e con una pantomima gli dicono quello che deve fare, gli indicano la curva tesa del corpo di lei, indicano col dito il punto preferito per l’incisione, mentre la musica sale fino alla follia e il fuoco splende più alto, e… No. No. Volge il capo, si mette una mano sugli occhi. Rabbrividisce, nauseato. Quando può risolversi a guardare di nuovo, vede che i contadini si alzano e si dirigono danzando verso il fuoco, verso la donna incinta. Questa è ritta sui piedi, disorientata, stringe le pannocchie di granoturco, stringe le cosce insieme, dimena le spalle in un modo che indica che prova vergogna della propria nudità. Essi saltellano intorno a lei. Le gridano aspri insulti, facendo il segno di spregio con le quattro dita. Additandola, schernendola, accusandola. Una strega condannata? Un’adultera? La donna si ritrae su se stessa. All’improvviso la folla la circonda. Egli vede che la schiaffeggiano, la spingono, sputandole addosso. Dio benedica, no! «Lasciatela!» urla. «Sporchi grubbo, toglietele le mani di dosso!» Le sue urla sono sommerse dalla musica. Una spinta a due mani; ella vacilla, tenta di stare in piedi e incespica nel cerchio dei contadini, soltanto per venire afferrata per i seni e sbattuta indietro verso la parte opposta. Ansima, in preda a un selvaggio terrore, cercando una via di scampo, ma il cerchio è stretto ed essi la scagliano tutt’intorno. Quando cade, infine, la tirano in piedi e la sballottano ancora, afferrandola per le braccia e facendola roteare di mano in mano intorno al cerscio. Poi il cerchio si apre. Altri contadini avanzano verso di lei. Altri insulti. Tutti i colpi sono dati a mano aperta e nessuno osa colpire il ventre di lei, tuttavia sono assestati con grande forza; gocce di sangue le macchiano il mento e la gola, un ginocchio e una natica si sono sbucciati quando è stata gettata al suolo. Zoppica pure; si deve essere storta una caviglia. Vulnerabile com’è nella sua nudità, ella non fa alcun tentativo per difendersi o per proteggere la sua gravidanza. Stringendo le pannocchie di granoturco, accetta semplicemente il suo tormento, lasciandosi scagliare intorno, permettendo a mani vendicative di spingerla e pizzicarla e colpirla. La folla ondeggia intorno a lei e ciascuno attende il suo turno. Quanto può ancora sopportare? Hanno intenzione di percuoterla fino a farla morire? Di farle perdere il bambino mentre stanno a guardare? Egli non ha mai immaginato qualcosa di così agghiacciante. Sente i colpi che si abbattono sul suo corpo. Se potesse, colpirebbe a morte questa gente con dei fulmini. Dov’è il loro rispetto per la vita? Quella donna dovrebbe essere sacra ed invece essi la torturano.
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