Di nuovo il suono ronzante. Diamine! Un altro puzzolente vaporizzatore per il raccolto! Si getta a terra, pronto a rannicchiarsi di nuovo: ma no, questa cosa non spruzza, e neppure passa oltre. Compie uno stretto cerchio volando sopra il suo capo e facendo un baccano infernale; un portello si apre nel suo ventre. Ne cade una doppia fune di una bella fibra d’oro che tocca il suolo. Scivola giù, a cavallo di un gancio, un essere umano, una donna, seguita da un uomo. Atterrano abilmente e si dirigono verso di lui. Volti truci. Occhi piccoli e lucenti. Armi alla cintola. Indossano soltanto un lucente drappo rosso che li copre dalle cosce al ventre. La loro pelle è abbronzata, i corpi sono snelli. L’uomo ha un’ispida e folta barba nera: incredibili, grotteschi peli sul volto! I seni della donna sono piccoli e duri. Ora entrambi estraggono le armi. «Salve!» grida raucamente Michael. «Vengo da una monurb! Voglio soltanto visitare il vostro paese. Amico! Amico! Amico!»
La donna dice qualcosa di incomprensibile.
Egli si stringe nelle spalle. «Mi spiace. Non capi…»
L’arma preme contro le sue costole. Com’è freddo il volto della donna! Gli occhi sono come bottoni di ghiaccio. Lo uccideranno? Ora parla l’uomo. Lentamente, chiaramente, a voce molto alta, come si parlerebbe a un bambino di tre anni. Ogni sillaba è una sillaba sconosciuta. Lo accusa di avere oltrepassato il confine dei campi, probabilmente. Una delle macchine agricole deve avere segnalato la sua presenza alla comune. Michael fa segno col dito; le monurb sono ancora visibili di qui. Le indica e si batte il petto. Per quello che potrà servire. Essi devono sapere di dove egli proviene. Il suo catturatore annuisce, senza sorridere. Una coppia glaciale. Arrestato. Un intruso che minaccia la santità dei campi. La donna lo prende per il gomito. Bene, almeno non lo uccidono su due piedi. Lo guidano verso le funi di fibra penzolanti. La donna si è accomodata sul gancio. Sale a bordo. Poi l’uomo dice a Michael qualcosa che egli sospetta significhi «Ora tocca a te.» Michael sorride. Cooperare è la sua sola speranza. Calcola come salire sul gancio; l’uomo glielo sistema allacciandolo ed egli sale. La donna ,che aspetta a bordo, lo fa uscire e lo spinge in una intelaiatura di rete. Tiene l’arma puntata. Un attimo dopo anche l’uomo è a bordo; il bortello si chiude e la macchina volante si allontana rombando. Durante il volo lo interrogano entrambi, rivolgendogli brevi esplosioni improvvise di parole, ma egli può soltanto rispondere scusandosi: «Non parlo la vostra lingua. Come posso dirvi quello che volete sapere?»
Alcuni minuti più tardi la macchina atterra. Lo spingono fuori fino a una spianata color bruno-rossastro. Lungo i bordi vede bassi edifici di mattoni con tetti piani, strani veicoli grigi dal muso rincagnato, parecchie macchine agricole con molte braccia, e dozzine di uomini e donne che indossano le lucenti fasce rosse sui fianchi. Non molti bambini; forse sono a scuola, sebbene la giornata sia già molto inoltrata. Tutti lo segnano a dito. Parlano rapidamente. Aspri commenti incomprensibili. È un po’ spaventato, non tanto per la possibilità di essere in pericolo quanto per la stranezza di ogni cosa. Sa che questa dev’essere una comune agricola. Tutto il camminare che ha fatto nella giornata è stato il preludio; ora è davvero passato da un mondo a un altro.
L’uomo e la donna che l’hanno catturato lo spingono per lo spiazzo vuoto attraverso la folla della gente della fattoria in uno degli edifici più vicini. Mentre passa, gli agricoltori toccano con le dita i suoi abiti, toccano le sue braccia nude e il suo volto, mormorano sommessamente. Sono stupefatti. Come se un uomo fosse giunto da Marte in mezzo a loro. L’edificio è scarsamente illuminato, costruito con tecnica grossolana, le pareti storte, i soffitti bassi, i pavimenti sconnessi di una pallida materia plastica corrosa. É gettato in una camera nuda, tetra, satura di un odore aspro: vomito? Prima di lasciarlo, la donna gli indica le comodità con pochi gesti bruschi. Di qui può prendere acqua; è un catino di una sostanza bianca artificiale con la struttura di pietra liscia, ingiallito e screpolato in alcuni punti. Non c’è piattaforma-letto, ma probabilmente si vuole che usi il mucchio di coperte gualcite contro una parete. Non c’è traccia di doccia. Per evacuare ha un solo apparecchio, con un bottone da premere quando si desidera svuotarlo: niente più di una specie di imbuto di plastica che penetra nel pavimento. Evidentemente serve sia per le feci che per l’orina. Un vecchio dispositivo; ma capisce che qui non hanno bisogno di riciclare i rifiuti. La camera non ha una fonte di luce artificiale. Attraverso la sua sola finestra entra l’ultimo debole sole del pomeriggio. La finestra si affaccia sulla piazza dove gli agricoltori sono ancora riuniti e discutono su di lui; li vede far segno col dito, annuire, darsi gomitate l’un l’altro. Alla finestra sono infisse sbarre di metallo, poste troppo vicine l’una all’altra per permettere a un uomo di scivolare attraverso di esse. La cella di una prigione, allora. Controlla la porta. Chiusa a chiave. Come sono amichevoli. In questo modo non raggiungerà mai la riva del mare.
«Ascoltante,» grida a quelli che si trovano nella piazza, «non intendo farvi alcun danno!»
Essi ridono. Due giovani si avvicinano e lo fissano. Uno di essi appoggia una mano alla bocca e con cura ricopre il palmo di saliva; quando ha fatto questo offre il palmo al suo compagno che vi appoggia la sua mano ed entrambi prorompono in una selvaggia risata. Michael osserva, disorientato. Ha sentito parlare dei barbari costumi delle comuni. Primitivi, incomprensibili. I giovani dicono al suo indirizzo qualcosa che suona insolente e si allontanano. Una ragazza prende il loro posto presso la finestra. Quindici, sedici anni, egli suppone. Ha seni larghi e molto abbronzati e tra essi sta appeso un amuleto chiaramente fallico. Lo vezzeggia in un modo che dà a Michael l’impressione che gli rivolga un invito lascivo. «Mi piacerebbe,» dice. «Se soltanto tu potessi farmi uscire di qui.» Infila le mani tra le sbarre per accarezzarla. Ella balza indietro, gli occhi furenti, e fa un gesto feroce, agitando la mano sinistra verso di lui con il pollice stretto contro il palmo e le altre quattro dita puntate contro il suo volto. È chiaramente un’oscenità. Mentre la ragazza si allontana, alcuni vecchi vengono ad osservarlo. Una donna si batte il mento con ritmo lento, costante, apparentemente senza significato; un uomo avvizzito comprime con calma il palmo della mano destra contro il gomito sinistro per tre volte; un altro uomo si china, appoggia le mani al suolo e si alza, sollevandole molto al di sopra del capo, forse mimando la crescita di una pianta di alto fusto, forse la costruzione di una monade urbana. Qualsiasi cosa voglia esprimere, prorompe in una risata stridula e se ne va inciampando. Ora la notte sta calando. Nell’oscurità Michael vede una successione di macchine spruzza-raccolto che si dispongono nella piazza come uccelli che ritornino al nido al tramonto, e dozzine di unità agricole mobili dotate di numerose braccia che escono dai campi a forte andatura. Gli spettatori scompaiono; li osserva mentre si allontanano ed entrano negli altri edifici che circondano la piazza. Malgrado le incertezze della sua condizione di prigioniero, è affascinato dalla natura straniera di questo luogo. Vivere così vicini al suolo, andare in giro per tutto il giorno sotto il sole, senza ripari, non conoscere nulla dell’ammasso di ricchezze di una monurb…
Una ragazza armata gli porta la cena; apre la porta all’improvviso, depone un vassoio e se ne va senza dire una parola. Legumi stufati, un brodo chiaro, alcuni frutti rossi sconosciuti, una borraccia di vino fresco: i frutti sono ammaccati e troppo maturi per il suo gusto, ma tutto il resto è eccellente. Mangia avidamente, ripulendo il vassoio. Poi si affaccia alla finestra. Il centro della piazza è ancora vuoto, sebbene sul lato opposto otto o dieci uomini, evidentemente una squadra di manutenzione, siano andati a lavorare sulle macchine agricole alla luce oscillante di due o tre globi luminosi. Ora la sua cella è immersa nell’oscurità assoluta. Dal momento che non c’è nient’altro da fare, si toglie gli abiti e si sdraia sulle coperte. Il sonno non viene subito, sebbene sia esausto per il lungo viaggio della giornata: la sua mente ticchetta furiosamente, considerando le possibilità. Domani lo interrogheranno, senza dubbio. Se avrà fortuna, potrà dimostrare che non ha intenzione di arrecare danni. Sorridere molto, agire amichevolmente, un’aria di innocenza. Forse anche ottenere da loro di venire scortato fuori del loro territorio. Trasportarlo in volo verso est, scaricarlo nel territorio di qualche altra comune, lasciargli compiere il suo cammino verso il mare. Verrà arrestato in una comune dopo l’altra? Una triste prospettiva. Forse può trovare una strada che giri intorno alla zona agricola, attraverso le rovine delle antiche città, possibilmente. A meno che là vivano uomini allo stato selvaggio. Almeno gli agricoltori sono civilizzati a modo loro. Si vede cotto da cannibali su qualche ammasso di pietre diroccate, l’antica Pittsburgh, per dire. Oppure divorato crudo. Perché gli agricoltori sono così sospettosi? Che cosa può far loro un viandante solitario? La naturale xenofobia di cultura isolata, decide. Proprio come noi non vorremmo che un agricoltore girasse liberamente in una monurb. Ma senza dubbio le monurb sono sistemi chiusi. Ognuno è numerato, vaccinato, assegnato a un posto adatto. Questa gente ha un sistema meno rigido, non è vero? Non hanno la necessità di temere gli stranieri. Deve tentare di convincerli di questo.
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