Robert Silverberg - Monade 116

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Monade 116: краткое содержание, описание и аннотация

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Anno 2381: nell’esistenza umana l’utopia è diventata realtà. Guerre, fame, contrasti sociali, criminalità e controllo delle nascite sono ormai un semplice ricordo del passato. L’esistenza si svolge tranquilla e ordinata all’interno di giganteschi grattacieli alti centinaia di piani. In una specie di ciclo chiuso, gli esseri umani nascono, studiano, lavorano, mettono al mondo figli, muoiono, senza mai uscirne. I figli sono considerati la massima benedizione di dio e il solo pensiero di porre un limite al loro numero è un’eresia. La libertà sessuale è totale: agli uomini — e alle donne — è permesso cambiare letto ogni notte e giacere con il partner che essi desiderano volta per volta. Soltanto chi è in preda alla pazzia può concepire il desiderio dl una vita privata, dell’intimità coniugale, e nutrire sentimenti di gelosia, tutti sintomi di una pericolosa eresia. Poiché è stato del tutto eliminato il bisogno di uscire fuori del proprio ambiente, di viaggiare, se n’è estinto anche il desiderio. Risuscitare tale desiderio sarebbe una grave eresia, e per chi si rende colpevole di eresia ci sono diversi trattamenti, il più drastico dei quali è l’eliminazione fisica del colpevole, la morte. Ma il numero di coloro che vengono colti da impulsi malsani, che desiderano sfuggire alla facile esistenza programmata delle monadi urbane, alla ricerca di qualcosa che neanche loro sanno con esattezza cosa sia, ma che è radicata nell’anima degli esseri umani, aumenta. Ormai, infatti, la vita stessa è diventata un’utopia. Robert Silverberg, un autore che si è imposto nel campo della fantascienza, oltre che della narrativa, vincitore di un premio Hugo ed ex-presidente dell’associazione degli scrittori americani di science fiction, ripropone in questo libro uno dei più pressanti problemi dell’umanità, prospettandone una terrorizzante conclusione.
Nominato per premio Hugo in 1972.

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«Non essere sporcacciona, Micaela.»

«Sentilo! Sentilo! Puritano! Moralista!»

I bambini incominciano a piangere. Non hanno mai sentito gridare prima d’ora. Micaela fa loro cenno di star zitti.

«Infine io ho una morale,» egli dice. «Che dire di te e di tuo fratello Michael?»

«Che hai da dire su di noi?»

«Neghi di avergli permesso di prenderti?»

«Quando eravamo ragazzini sì, un paio di volte,» dice lei, arrossendo. «E così? Tu non hai mai preso le tue sorelle, suppongo?»

«Non soltanto quando eravate ragazzi. Lo fai ancora adesso.»

«Penso che tu sia pazzo, Jason.»

«Lo neghi?»

«Michael non mi tocca da dieci anni. Non che vedrei qualcosa di male se si comportasse così, ma è che la cosa non è successa. Oh, Jason, Jason, Jason! Hai passato tanto tempo a gingillarti nei tuoi archivi che ti sei trasformato in un uomo del ventesimo secolo. Tu sei geloso, Jason. Tormentato dall’incesto, nient’altro. Che dire di te e del tuo passeggio notturno a Varsavia? Non abbiamo una consuetudine di vicinanze? Stai imponendo una doppia misura, Jason? Tu fai quello che ti piace, e io rispetto la consuetudine? E sei sconvolto per Siegmund. Sei geloso, Jason. Geloso. Abbiamo abolito la gelosia centocinquant’anni fa!»

«E tu sei un’arrampicatrice sociale. Un’intrigante che vorrebbe essere più di quello che è. Tu non sei soddisfatta di Shanghai. Tu vuoi Louisville. Bene, anche l’ambizione è antiquata, Micaela. Inoltre, sei stata tu sola a dare avvio a questo sistema di usare il sesso per vincere punti nella discussione. Andando da Siegmund e assicurandoti che io lo venissi a sapere. Tu pensi che io sia un puritano? Sei tu che sei un’antiquata. Sei piena di morale pre-monurb.»

«Se lo sono, ho preso da te questo modo di pensare,» lei grida.

«No, sono io che l’ho assorbito da te. Tu porti in giro il veleno che è in te! Quando tu…»

La porta si apre. Un uomo viene in visita nella camera. Charles Mattern, del 799°. Il lustro sociocomputatore dalla svelta parlantina. Jason ha lavorato con lui in parecchi progetti di ricerca. Evidentemente ha sentito le urla furenti indegne di benedizione che provenivano di qui, perché è accigliato e imbarazzato. «Dio benedica,» dice sommessamente, «stavo giusto facendo la passeggiata notturna e pensavo che…»

«No!» grida Micaela. «Non ora! Vattene!»

Mattern rivela la sua emozione. Comincia a dire qualcosa, poi scuote il capo ed esce in fretta dalla camera, mormorando una scusa per la sua intrusione.

Jason è sgomento. Cacciare un legittimo passeggiatore notturno? Ordinargli di uscire dalla camera?

«Selvaggia,» grida e le appioppa uno schiaffo sul volto. «Come hai potuto far questo?»

Lei indietreggia, strofinandosi la guancia. «Selvaggia? Io? E tu che schiaffeggi? Avrei potuto gettarti nello scarico per…»

«Avrei potuto gettare te nello scarico per…»

Si ferma. Rimangono entrambi in silenzio.

«Non avresti dovuto mandar via Mattern,» dice lui tranquillamente, un po’ più tardi.

«E tu non avresti dovuto schiaffeggiarmi.»

«Ero fuori di me. Alcune regole non si possono proprio trasgredire. Se lui stende un rapporto su di te…»

«Non lo farà. Poteva vedere che stavamo litigando. Che proprio in quel momento non ero disponibile per lui…»

«Anche se litigavamo,» egli dice. «Urlare in quel modo. Tutti e due. Al minimo la cosa potrebbe spedirci dagli ingegneri morali.»

«Sistemerò le cose con Mattern, Jason. Lascia fare a me. Lo farò tornare qui e gli spiegherò, gli darò l’abbraccio che vuole.» Ride dolcemente. «Stupido flippo.» C’è dell’affetto nella sua voce. «Abbiamo probabilmente sterilizzato metà del piano con i nostri strilli. Che ragione c’era?»

«Stavo tentando di farti capire qualcosa di te stessa. Il tuo comportamento psicologico essenzialmente arcaico, Micaela. Se soltanto potessi vederti obiettivamente, la meschinità di una quantità dei tuoi moventi negli ultimi tempi. Non voglio cominciare un’altra discussione, ora sto soltanto cercando di spiegare le cose.»

«E i tuoi movimenti, Jason? Sei davvero arcaico quanto me. Siamo entrambi antiquati. Le nostre teste sono entrambe piene di riflessi moralistici primitivi. Non è così? Non puoi vederlo?»

Egli si scosta da lei. Volgendole la schiena, tocca con le dita il pulsante posto nella parete vicino alla doccia e lascia che un poco della sua tensione vi rifluisca. «Sì,» dice dopo un lungo intervallo. «Sì, lo vedo. Abbiamo una vernice di abitanti della monade. Sotto-gelosia, invidia, possessività…»

«Sì. Sì.»

«E tu vedi quale scoperta ciò si stia rivelando per il mio lavoro, naturalmente?» Soffoca una risata bassa. «La mia tesi che la riproduzione selettiva abbia prodotto una nuova specie di umanità nelle monurb. Forse è così, ma io non appartengo alla specie. Tu non appartieni. Essi forse vi appartengono, alcuni. Ma quanti? Quanti, in realtà?»

Ella si avvicina a lui e si appoggia alla sua schiena. Egli sente i capezzoli di lei contro il suo dorso. Sono duri, gli fanno solletico. «La maggior parte, forse,» ella dice. «La tua tesi può ancora essere esatta. Ma noi siamo sbagliati. Noi siamo fuori posto.»

«Sì.»

«Regrediti a un’età peggiore della nostra.»

«Sì.»

«Così abbiamo smesso di torturarci l’un l’altra, Jason. Dobbiamo mimetizzarci meglio… Non vedi?»

«Sì. Altrimenti finiremo per precipitare nello scarico. Non siamo degni di benedizione, Micaela.»

«Tutti e due.»

«Tutti e due.»

Egli si volta. La circonda con le sue braccia. Strizza l’occhio. Anche lei strizza l’occhio.

«Barbaro vendicativo,» dice lei teneramente.

«Selvaggia dispettosa,» sussurra lui, baciandole il lobo dell’orecchio.

Scivolano entrambi sulla piattaforma-letto. I passeggiatori notturni dovranno semplicemente attendere.

Egli non l’ha mai amata tanto come in questo momento.

CAPITOLO QUINTO

A Louisville, Siegmund Kluver si sente ancora un piccolissimo ragazzo. Non riesce a persuadersi di avere lassù alcuna legittima occupazione. Uno straniero in cerca di preda. Un intruso abusivo. Quando sale alla città dei padroni della monurb si determina in lui una strana timidezza infantile che deve coscientemente ingegnarsi a nascondere. Si trova ad avere eternamente bisogno di guardarsi nervosamente alle spalle. Cercando le pattuglie che, egli teme, lo arresteranno. La severa figura muscolosa che ostruisce l’ampio corridoio. Che cosa fai qui, figliolo? Non dovresti gironzolare a questi piani. Louisville è per gli amministratori, non lo sai? E Siegmund si scusa balbettando, il volto in fiamme. E si precipita verso il pozzo di discesa.

Tenta di tenere segreto questo stupido senso di imbarazzo. Sa che la cosa non si adatta all’immagine che di lui si fanno tutti gli altri. Siegmund il freddo. Siegmund l’uomo del destino. Siegmund evidentemente destinato a Louisville fin dall’infanzia. Siegmund l’uomo-gallo spavaldo, che si apre vigorosamente la strada attraverso le più belle donne che Monade Urbana 116 può offrire.

Se soltanto sapessero. Sotto tutto questo egli è un ragazzo vulneràbile. Sotto l’apparenza, un Siegmund timido e insicuro. Che si tormenta perché sta salendo troppo in fretta. Che si scusa con se stesso per il suo successo. Siegmund l’incerto.

O anche questa è soltanto un’apparenza? Talvolta egli pensa che anche questo Siegmund nascosto, questo Siegmund privato, sia soltanto una facciata eretta da lui in modo da poter continuare a piacersi, e che sotto quella vernice nascosta di timidezza, in qualche luogo oltre la portata del suo intuito, si trovi il vero Siegmund, in tutto spietato e vanitoso e pronto ad afferrare ogni occasione quanto il Siegmund che il mondo vede dall’esterno.

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