Robert Silverberg - Monade 116

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Anno 2381: nell’esistenza umana l’utopia è diventata realtà. Guerre, fame, contrasti sociali, criminalità e controllo delle nascite sono ormai un semplice ricordo del passato. L’esistenza si svolge tranquilla e ordinata all’interno di giganteschi grattacieli alti centinaia di piani. In una specie di ciclo chiuso, gli esseri umani nascono, studiano, lavorano, mettono al mondo figli, muoiono, senza mai uscirne. I figli sono considerati la massima benedizione di dio e il solo pensiero di porre un limite al loro numero è un’eresia. La libertà sessuale è totale: agli uomini — e alle donne — è permesso cambiare letto ogni notte e giacere con il partner che essi desiderano volta per volta. Soltanto chi è in preda alla pazzia può concepire il desiderio dl una vita privata, dell’intimità coniugale, e nutrire sentimenti di gelosia, tutti sintomi di una pericolosa eresia. Poiché è stato del tutto eliminato il bisogno di uscire fuori del proprio ambiente, di viaggiare, se n’è estinto anche il desiderio. Risuscitare tale desiderio sarebbe una grave eresia, e per chi si rende colpevole di eresia ci sono diversi trattamenti, il più drastico dei quali è l’eliminazione fisica del colpevole, la morte. Ma il numero di coloro che vengono colti da impulsi malsani, che desiderano sfuggire alla facile esistenza programmata delle monadi urbane, alla ricerca di qualcosa che neanche loro sanno con esattezza cosa sia, ma che è radicata nell’anima degli esseri umani, aumenta. Ormai, infatti, la vita stessa è diventata un’utopia. Robert Silverberg, un autore che si è imposto nel campo della fantascienza, oltre che della narrativa, vincitore di un premio Hugo ed ex-presidente dell’associazione degli scrittori americani di science fiction, ripropone in questo libro uno dei più pressanti problemi dell’umanità, prospettandone una terrorizzante conclusione.
Nominato per premio Hugo in 1972.

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Scorre superficialmente alcuni romanzi e guarda parecchi film. Anche se è soltanto il primo giorno della sua ricerca, percepisce un allentarsi disordinato di tabù dal principio alla fine del secolo che accelera fortemente tra il 1920 e il 1930 e di nuovo dopo il 1960. Timidi esperimenti di rivelare la caviglia condussero in breve ai seni nudi. Il curioso costume della prostituzione va scomparendo via via che le libertà vengono più comunemente ottenute. La scomparsa di tabù nel vocabolario sessuale popolare. Può appena credere a qualcosa di quanto viene a sapere. Le loro anime erano così compresse! I loro impulsi erano così frustrati! E perché? Perché? Certamente, essi divennero sempre più liberi. Tuttavia per tutto il secolo oscuro prevalgono terribili controlli, tranne verso la fine, quando il collasso è vicino e tutti i limiti abbattuti. Ma anche allora c’era qualcosa di storto nella loro liberazione. Egli vede l’inizio di un costume di amoralità forzato, cosciente di sé. I timidi nudisti. I crapuloni distrutti dalla colpa. Gli adulteri che chiedono scusa. Strano, strano, strano. È infinitamente affascinato dai concetti sessuali del ventesimo secolo. La moglie come proprietà del marito. Il premio per la verginità: bene, sembra che se ne siano sbarazzati! Tentativi da parte dello stato di dettare le leggi del rapporto sessuale e di proibire certi atti supplementari. Le restrizioni anche sulle parole! Una frase balza fuori da un’opera di critica sociale del ventesimo secolo che si suppone seria: «Tra i più significativi sviluppi della decade fu il conseguimento della libertà, infine, per lo scrittore responsabile, di usare parole come cazzo e merda quando fossero necessarie nella sua opera.» Può essere stato così? Una così grande importanza attribuita a semplici parole? Jason le pronuncia forte nella sua stanzetta di lavoro. Il suono è antiquato, innocuo, comunque. Prova i moderni equivalenti. Top, Slot. Top. Slot, Top. Nessun urto. In qual modo le parole possono mai avere mantenuto un contenuto così eccitante che uno studioso evidentemente acuto avvertisse che valeva la pena di celebrare il loro libero uso pubblico? Jason è conscio dei suoi limiti come storico mentre esamina cose di quel genere. Non può semplicemente comprendere l’ossessione del ventesimo secolo per le parole. Insistere nel dare a Dio una lettera maiuscola, come se potesse dispiacergli di essere chiamato dio! Sopprimere dei libri semplicemente perché vi sono stampate determinate parole!

Verso la fine di quel giorno di lavoro è più convinto che mai della validità della sua tesi. C’è stato un cambiamento enorme nella morale sessuale negli ultimi trecento anni, e non può essere spiegato soltanto su basi culturali. Siamo diversi, dice a se stesso. Siamo cambiati ed è un cambiamento cellulare, una trasformazione tanto del corpo quanto dell’anima. Essi non avrebbero potuto permettere, per non dire incoraggiare, la nostra società improntata alla più totale accessibilità. Il nostro passeggio notturno, la nostra nudità, la nostra libertà dai tabù, la nostra mancanza di gelosie irrazionali, tutto questo sarebbe stato loro totalmente estraneo, disgustoso, abominevole. Anche coloro che vivevano in un modo vicino al nostro, ed erano pochi, agivano in tal modo per motivi errati. Non rispondevano a un positivo bisogno sociale, ma a un sistema esistente di repressione. Noi siamo diversi. Siamo fondamentalmente diversi.

Stanco, soddisfatto di quanto ha trovato, lascia il suo ufficio un’ora prima del tempo. Quando ritorna nel suo appartamento, Micaela non c’è.

Questo fatto lo lascia perplesso. È sempre qui a quest’ora. I piccoli lasciati soli, che giocano con i loro giocattoli. Certo, è un po’ presto, ma non molto. È uscita solo per fare due chiacchiere? Non capisco. Non ha lasciato detto niente. Chiede al figlio più grande: «Dov’è la mamma?»

«È uscita.»

«Dov’è andata?»

Scrolla le spalle. «In visita.»

«Quanto tempo fa?»

«Un’ora. Forse due.»

Deve chiedere aiuto a qualcuno. Nervoso, turbato, Jason chiede notizie a due donne del piano, amiche di Micaela. Non l’hanno vista. Il ragazzo alza lo sguardo e dice allegramente: «Andava a far visita a un uomo.» Jason lo fissa attentamente. «Un uomo? È questo che ha detto? Quale uomo?» Ma il ragazzo ha detto tutto quanto sapeva. Temendo che sia uscita per andare a un appuntamento con Michael, è in dubbio se telefonare o no a Edimburgo. Soltanto per sapere se si trova là. Un lungo dibattito tra sé e sé. Furiose immagini corrono per il suo capo. Micaela e Michael allacciati, indistinguibili, ardenti. Uniti dalla passione incestuosa. E forse questo accade ogni pomeriggio. Da quanto tempo va avanti la cosa? E ogni sera ritorna a me all’ora di cena bollente e umida di lui. Chiama Edimburgo e vede Stacion sullo schermo. Calma, rigonfia. «Micaela? No, non è qui, davvero. Dove pensi che sia?»

«Pensavo che forse…»

«Non so niente di lei da quando siamo stati a casa vostra.»

Esita. Soltanto quando ella fa per interrompere la comunicazione, egli dice senza riflettere: «Sai per caso dove si trovi Michael in questo momento?»

«Michael? È al lavoro. Nona Squadra Trasmissioni.»

«Ne sei sicura?»

Stacion lo guarda con evidente sorpresa. «Certo che ne sono sicura. In quale altro posto potrebbe essere? La sua squadra non interrompe il servizio fino alle 17,30.» Ride. «Non stai insinuando che Michael… che Micaela…»

«Certamente no. Che razza di pazzo pensi che io sia? Mi chiedevo soltanto… che forse, se…» Va alla deriva. «Dimentica, Stacion. Fagli i miei saluti affettuosi quando ritorna a casa.» Jason interrompe il contatto. Il capo chino, gli occhi pieni di visioni involontarie. Le lunghe dita di Michael che circondano i seni della sorella. Capezzoli rosei che sporgono. Due volti speculari naso contro naso. Le punte delle lingue si toccano. No. Dov’è, allora? È tentato di raggiungere Michael alla Nona Squadra Trasmissioni. Scoprire se è realmente al lavoro. O forse fuori, in qualche confortevole nascondiglio intento a possedere sua sorella. Jason si getta a faccia in giù sulla piattaforma-letto per considerare la sua posizione. Si dice che non è importante che Micaela permetta a suo fratello di prenderla. Per nulla. Egli non si lascerà prendere da atteggiamenti moralistici da ventesimo secolo. D’altra parte, è una violazione delle abitudini il fatto che Micaela esca a metà pomeriggio per farsi prendere. Se vuole Michael, pensa Jason, lo lasci venire qui dopo mezzanotte, come passeggiatore notturno, invece di fare queste cose di nascosto, di strisciare furtivamente. Pensa che sarei disgustato di sapere chi è il suo amante? Deve nascondermi la cosa in questo modo? È cento volte peggio svignarsela così, quatta quatta. Questo introduce una nota di inganno. Adulterio secondo la vecchia moda: l’appuntamento segreto. Com’è abietto! Mi piacerebbe dirle…

La porta si apre ed entra Micaela. È nuda sotto un eccitante vestito trasparente e ha lo sguardo eccitato, sconvolto. Sorride affettatamente a Jason. Egli intuisce il disgusto dietro al sorriso.

«Ebbene?» egli chiede.

«Ebbene?»

«Sono stato sorpreso di non trovarti qui quando sono rientrato a casa.»

Freddamente Micaela si sveste. Si mette sotto la doccia. Dal modo in cui si strofina non ci può essere dubbio che sia stata appena presa. Dopo un attimo dice: «Sono tornata un po’ tardi, non è vero? Mi spiace.»

«Tornata da dove?»

«Da Siegmund Kluver.»

Egli è stupito e sollevato insieme. Che cos’è questo? Passeggio diurno? E una donna che prende l’iniziativa sessuale? Ma almeno non era Michael. Almeno non era Michael. Se può crederle. «Siegmund?» dice. «Che vuoi dire, Siegmund?»

«Gli ho fatto visita. Oggi aveva un po’ di tempo libero e sono salita da lui. Degno di benedizione, devo dire. Un esperto amatore. Per me non è la prima volta con lui, naturalmente, ma di gran lunga la migliore.»

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