Anne McCaffrey - Volo di drago

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La trilogia dei «Dragonieri di Pern», di cui «Volo di Drago» è la prima parte, è uno dei più interessanti cicli narrativi che la fantascienza ha prodotto in questi ultimi anni nel suo sforzo di rinnovamento interno, tematico e stilistico; è il tentativo ad ampio respiro di creare «ex novo» una mitologia complessa e coordinata, che non sia un semplice adattamento di mitologie «terrestri».
Esso è dovuto ad un nome nuovo, lanciato da John Campbell sulle pagine di «Analog», Anne McCaffrey, che si rivela scrittrice sensibile, originale e dalle notevoli doti letterarie. Sia i lettori che i critici statunitensi hanno testimoniato illoro apprezzamento per quest’opera, i cui diversi capitoli sono apparsi in più riprese sulle riviste di Campbell: i primi assegnando il Premio Hugo 1968 per il miglior romanzo breve alla parte iniziale del romanzo; i secondi il Premio Nebula 1969 per la stessa categoria all’ultima parte di esso. Anne McCaffrey è stata così la prima donna a vincere i due massimi premi fantascientifici americani.

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F’lar camminò lungo un lato dell’immenso arazzo. Sarebbe stato meglio appenderlo, per poter apprezzare l’esatta prospettiva di quella scena eroica. Una formazione di tre squadroni di draghi in volo dominava la parte superiore. I draghi alitavano fiamme e scendevano in picchiata sulle masse grige dei Fili che cadevano contro il cielo luminoso, che aveva la perfetta sfumatura azzurra dell’autunno: quel colore, pensò F’lar, non poteva indicare una stagione più calda. Sui pendii più bassi delle colline, il fogliame stava assumendo una tinta gialla, a causa del freddo notturno. Le roccie color ardesia facevano pensare a Ruatha. Era quella, la ragione per la quale l’arazzo aveva ornato la Sala di Ruatha? Più in basso, si scorgevano gli uomini che avevano abbandonato la sicurezza della Fortezza, scavata nella parete rocciosa. Erano un po’ curvi sotto il peso degli strani cilindri di cui aveva parlato Zurg. I tubi stretti nelle loro mani eruttavano brillanti lingue di fiamma, in lunghi getti orientati contro i Fili che, fremendo, cercavano di interrarsi nel suolo.

Lessa lanciò un’esclamazione soffocata, avanzò calpestando l’arazzo, si fermò a fissare l’immagine intessuta della Fortezza. La porta massiccia era socchiusa, e i particolari dell’ornamentazione bronzea erano riprodotti scrupolosamente.

«Mi pare che sia il motivo ornamentale sopra la porta della Fortezza di Ruatha,» osservò F’lar.

«Lo è… e non lo è,» rispose Lessa, sconcertata.

Lytol la fissò, poi fissò l’immagine della porta.

«Verissimo. Lo è e non lo è, ed io sono passato da questa porta meno di un’ora fa.» Tornò a guardare con una smorfia l’immagine ai suoi piedi.

«Bene, ed ecco qui i modelli che Fandarel vuole studiare,» disse F’lar, sollevato, guardando i lanciafiamme.

Non sapeva se il fabbro sarebbe stato capace di costruire apparecchi funzionanti sulla base di quel modello, in tempo per aiutarli nella prossima battaglia, di lì a tre giorni. Ma se il Maestro Fabbro non ci fosse riuscito, nessun altro al mondo avrebbe potuto riuscirvi.

Il Maestro Fabbro, comunque, fu felice nel vedere l’arazzo. Si sdraiò a studiarne i particolari, sfiorando con il naso il tessuto. Grugnì, sbuffò e brontolò, standosene seduto a gambe incrociate a schizzare un disegno dopo l’altro.

«È stato fatto. Può essere fatto. Deve essere fatto,» continuava a ripetere.

Lessa ordinò klah , pane e carne quando seppe dal giovane B’rant che né lui né Lytol avevano ancora mangiato. Servì tutti gli uomini; e i suoi modi erano gai e un po’ ironici. F’lar ne fu contento, per Lytol. Lessa riuscì persino a costringere Fandarel a mangiare ed a bere. Era una figuretta che sembrava ancora più minuta accanto a quel colosso; insistette fino a quando quello abbandonò l’arazzo per mangiare e bere, prima di riprendere a disegnare brontolando.

Alla fine, Fandarel decise che gli schizzi bastavano e se ne andò per farsi ricondurre in volo alla sua fucina.

«Inutile chiedergli quando tornerà. È troppo immerso nei suoi pensieri per ascoltarci,» commentò F’lar, divertito.

«Se non vi dispiace, me ne andrò anch’io,» disse Lessa, rivolgendo un sorriso gentile ai quattro che erano rimasti attorno alla tavola. «Buon Connestabile Lytol, abbi la cortesia di scusare anche il giovane B’rant. Sta cadendo dal sonno.»

«Io no, Dama del Weyr,» si affrettò a dichiarare B’rant, spalancando gli occhi per smentire la sonnolenza.

Lessa si limitò a ridere mentre si ritirava nella camera da letto. F’lar la seguì con lo sguardo, pensieroso.

«Non mi fido della Dama del Weyr, quando parla con quel tono di voce troppo docile,» disse, lentamente.

«Comunque, dobbiamo andare tutti,» fece Robinton, alzandosi.

«Ramoth è giovane, ma non è una sciocca,» mormorò F’lar, non appena gli altri furono usciti.

Ramoth dormiva, ignara della sua attenzione. Il Comandante cercò di mettersi in contatto con Mnementh per farsi tranquillizzare da lui, ma non ottenne risposta. Il grande drago bronzeo stava dormicchiando sul suo cornicione.

Nero, più nero, nerissimo,
Più freddo del gelo stridente.
Dov’è in mezzo quel tempo in cui niente
vive oltre alle ali dei draghi?

«Voglio che quell’arazzo ritorni appeso alla parete a Ruatha,» insistette Lessa il giorno seguente, parlando con F’lar. «Voglio che torni al suo posto.»

Erano stati a visitare i feriti e già stavano discutendo perché F’lar aveva mandato N’ton insieme agli altri nel Continente Meridionale. Lessa avrebbe voluto che provasse a guidare il drago di qualche altro cavaliere. F’lar aveva preferito che imparasse a guidare uno squadrone nel Sud, dove avrebbe avuto a disposizione i Giri necessari per maturare. Nella speranza di indurre Lessa ad abbandonare l’idea di tornare indietro nel tempo di quattrocento Giri, le aveva ricordato i ritorni di F’nor, e aveva insistito parecchio sulle difficoltà che lei stessa aveva già avuto modo di sperimentare.

Lessa aveva assunto un’aria molto pensierosa, anche se aveva preferito non rispondere.

Perciò, quando Fandarel mandò a dire che desiderava mostrargli un nuovo apparecchio, il Comandante del Weyr ritenne di poter concedere a Lessa la soddisfazione di riportare a Ruatha l’arazzo ottenuto in prestito. Lei si affrettò a farlo arrotolare e legare sull’ampio dorso di Ramoth.

Seguì con lo sguardo la regina che acquistava quota a grandi colpi d’ala, si portava sopra la Pietra della Stella prima di passare in mezzo per trasportarsi a Ruatha. In quello stesso istante, R’gul arrivò sul cornicione, e riferì che un convoglio stava entrando nella Galleria con un carico enorme di pietre focaie. F’lar ebbe parecchio da fare fino a metà mattina; soltanto allora poté recarsi a vedere il lanciafiamme di Fandarel, rozzo e non ancora efficiente. Il fuoco non scaturiva dalla bocca del tubo con la forza necessaria. F’lar poté ritornare al Weyr solo nel tardo pomeriggio.

R’gul annunciò in tono acido che F’nor lo aveva cercato… anzi, era venuto due volte.

«Due volte?»

«Due volte, proprio come ho detto. Non ha voluto lasciarmi messaggi per te.» Si capiva benissimo che R’gul si era offeso per il rifiuto di F’nor.

Quando fu l’ora di cena, senza che Lessa fosse ritornata, F’lar mandò un messaggero a Ruatha e seppe così che lei aveva effettivamente riportato l’arazzo. Aveva messo a soqquadro l’intera Fortezza fino a quando era riuscita a farlo appendere di nuovo alla parete. Poi, per parecchie ore, era rimasta seduta immobile a fissarlo, alzandosi solo di tanto in tanto per camminargli davanti.

Poi lei e Ramoth avevano preso il volo dalla Grande Torre ed erano scomparse. Lytol, come tutti gli altri, aveva pensato che fossero ritornate al Weyr di Benden.

«Mnementh!» urlò F’lar quando il messaggero ebbe finito di parlare. «Mnementh, dove sono?»

Mnementh impiegò parecchio tempo a rispondere.

Non riesco a sentirle , disse finalmente. Il suo pensiero era sommesso, carico di preoccupazione.

F’lar si afferrò alla tavola con entrambe le mani, guardando la grotta deserta della regina. Sapeva anche troppo bene dove aveva cercato di andare Lessa.

Freddo come la morte, portatore di morte,
rimani e morirai, senza una guida.
Indugia nella sfida del più forte.
E così per due volte si decida.

Sotto di loro stava la Grande Torre di Ruatha. Lessa pregò dolcemente Ramoth di portarsi più a sinistra, e finse di non udire i commenti acidi della regina: sapeva che anche lei era molto emozionata.

Così va bene, cara, è proprio la prospettiva esatta in cui l’arazzo rappresenta la Porta della Fortezza. Ma quando quell’arazzo fu eseguito, nessuno aveva ornato la soglia o aggiunto un timpano alla porta. E non c’erano né la Torre, né il Cortile interno, né il portone d’ingresso. Accarezzò la pelle straordinariamente morbida del collo incurvato, ridendo per nascondere il nervosismo e l’apprensione suscitati dal pensiero del tentativo che si accingeva a compiere.

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