Il rettore aveva risposto: — Sarà una piuma al nostro cappello avere in università il rinomato traduttore delle iscrizioni itasche. Siamo noi a essere onorati.
Nessuno se l’era sentita, ovviamente, di correggere quello strafalcione, e il sorriso di Bronowski, sebbene forzato, non aveva fatto una piega. Poco dopo il preside della facoltà di Storia Antica gli aveva spiegato che il rettore era più uno studioso di antiche civiltà indiane del Minnesota che un esperto di antichità classica e, dal momento che il lago Itasca era la sorgente del grande Mississippi, il lapsus era giustificabile.
Ma, collegandola con l’ironico disprezzo di Lamont verso l’estensione della sua fama, per Bronowski quella frase fu bruciante.
Quando finalmente seppe tutta la storia, Lamont ne fu divertito. — Non c’è bisogno che continui — disse. — Ci sono passato anch’io! Scommetto che ti sei detto: “Perdio, farò qualcosa che persino quella testa di rapa non farà fatica a capire!”.
— Qualcosa del genere — disse Bronowski.
Dopo un anno di fatiche, tuttavia, avevano concluso ben poco. Alla fine erano stati inviati dei messaggi, e altri messaggi erano tornati indietro. Risultato: zero.
— Solo un’idea! — aveva detto febbrilmente Lamont a Bronowski. — Una qualunque misera idea. Prova a cavarne fuori qualcosa!
— È proprio quello che sto facendo, Pete. Perché hai tanta fretta? Ci ho messo dodici anni per le iscrizioni etrusche. Pensi che queste richiederanno meno tempo?
— Sant’Iddio, Mike! Non possiamo metterci dodici anni!
— Perché no? Senti, Pete, non mi è sfuggito il fatto che il tuo comportamento è cambiato. È un mese o giù di lì che sei diventato insopportabile. Credevo che avessimo chiarito fin dal principio che i risultati non sarebbero arrivati in fretta e che avremmo dovuto essere pazienti. Credevo anche che tu avessi capito che io avevo da svolgere i miei compiti regolari all’università. Senti, te l’ho già chiesto un mucchio di volte, ormai. Te lo chiedo ancora. Perché ti è venuta tutta questa fretta?
— Perché ho fretta — rispose Lamont, rabbioso. — Perché voglio finirla alla svelta.
— Bella risposta — replicò Bronowski, secco. — Anch’io lo voglio. Insomma, non mi dirai che stai per morire da un momento all’altro, no? O per caso il tuo medico ti ha scoperto un cancro che non perdona?
— No, no — borbottò Lamont.
— E allora?
— Non importa — disse Lamont, e se ne andò di furia.
Quando, agli inizi, aveva cercato di convincere Bronowski a unire le loro forze, Lamont ce l’aveva soltanto con la meschinità e l’ostinazione di Hallam in merito alla teoria della superiore intelligenza dei para-uomini, ed era per questo, e soltanto per questo, che lottava per ottenerne la prova lampante. Non aveva altre intenzioni… all’inizio.
Ma nel corso dei mesi successivi era stato sottoposto a tensioni e angherie senza fine. Le sue richieste di materiali, di assistenza tecnica, di tempo del computer subirono ritardi immotivati; le sue richieste di fondi per viaggi di lavoro vennero tutte respinte; i suoi interventi alle riunioni d’interfacoltà invariabilmente snobbati.
Il punto di rottura giunse quando Henry Garrison, più giovane di lui come anzianità e decisamente inferiore a lui quanto a competenza, ottenne il posto vacante in un comitato consultivo, una nomina ricca di prestigio, che sarebbe dovuta toccare a lui di diritto. Fu allora che il suo rancore arrivò a un punto tale che non gli bastò più provare a se stesso di aver ragione: desiderò con tutte le sue forze schiacciare Hallam, distruggerlo completamente.
Questo desiderio veniva rinfocolato ogni giorno, quasi ogni ora, dall’inequivocabile atteggiamento di tutti i colleghi della Stazione della Pompa, tanto più che il carattere ruvido di Lamont non era tale da accattivargli la simpatia altrui, sebbene qualche amico se lo fosse fatto.
Persino Garrison fu imbarazzato da quella nomina. Era un giovanotto simpatico, che parlava sempre in modo calmo e ovviamente non andava in cerca di guai, così che la sua espressione, quando si presentò sulla soglia dell’ufficio di Lamont, era un po’ più che intimorita.
Cominciò: — Ciao, Pete. Posso dirti una parola?
— Anche un mucchio, se vuoi — replicò Lamont corruccia to, evitando di guardarlo negli occhi.
Garrison entrò e si mise a sedere. — Pete, non posso rifiutare la nomina — disse, — ma voglio che tu sappia che non ho fatto niente per averla. È stata una sorpresa anche per me.
— Chi ti ha chiesto di rifiutare? Non me ne importa un cavolo!
— Pete, è stato Hallam. Se rifiuto, la darà a qualcun altro, non a te. Cosa gli hai fatto, al vecchio?
Lamont ribatté con una domanda: — Cosa ne pensi, tu, di Hallam? Che tipo di uomo è, secondo te?
Garrison venne colto di sorpresa. Sporse le labbra e si grattò il naso. — Be’… — cominciò, e lasciò che la sillaba svanisse nell’aria.
— È un grand’uomo? Uno scienziato brillante? Un caposcuola ispirato?
— Be’…
— Te lo dirò io, allora. Quello è un pallone gonfiato! Un imbroglione! Si è preso la fama e la posizione che ha, e ci sta seduto sopra tremando di paura! Sa che io l’ho capito e lo conosco per quello che è, ed è per questo che ce l’ha con me!
Garrison fece una risatina incerta. — Non sarai per caso andato da lui a dirgli…
— No, non gliel’ho detto in faccia — lo interruppe Lamont, cupo. — Un giorno o l’altro lo farò. Ma lui lo ha capito lo stesso. Sa che non è riuscito a farmi fesso, anche se non gli ho detto niente.
— Ma, Pete, a cosa ti serve farglielo capire? Neanch’io credo che sia il più grand’uomo del mondo, ma che senso ha strombazzarlo ai quattro venti? Liscialo un po’, invece. È lui che ha in mano la tua carriera.
— Ah, sì? E io ho la sua reputazione nelle mie. E glielo farò vedere. Gliela toglierò di dosso lasciandolo nudo come un verme!
— Come farai?
— Affari miei! — borbottò Lamont, che in quel momento non ne aveva la più pallida idea.
— Ma è ridicolo! — disse Garrison. — Non puoi spuntarla! Sarà lui a distruggerti. Anche se non è un Einstein o un Oppenheimer, agli occhi del mondo è persino più di loro. È lui il Padre della Pompa Elettronica per i due miliardi di abitanti della Terra, e niente di quello che tu potrai fare gli farà cambiare idea, fino a che la Pompa Elettronica sarà la chiave del paradiso terrestre per l’umanità. Finché sarà così, Hallam sarà intoccabile, e tu sei matto se credi il contrario. All’inferno, Pete! Vagli a dire che è un grand’uomo e inghiotti il rospo. Non fare come Denison!
— Ti dico io cosa devi fare tu, Henry! — sbottò Lamont, in un impeto di rabbia. — Fatti gli affari tuoi!
Garrison si alzò di scatto e se ne andò senza più dire una parola. Lamont si era fatto un altro nemico o, quanto meno, aveva perso un altro amico. Tuttavia, il prezzo era equo, decise alla fine, perché un’osservazione di Garrison aveva mandato la palla a rotolare in una nuova direzione.
Garrison aveva detto, in sostanza: “…finché la Pompa Elettronica sarà la chiave del paradiso per l’uomo… Hallam sarà intoccabile”.
Con queste parole che gli rimbombavano nella mente, per la prima volta Lamont distolse la sua attenzione da Hallam per concentrarla sulla Pompa Elettronica.
La Pompa Elettronica era davvero la chiave del paradiso per l’uomo? Oppure c’era, per tutti i cieli, un inghippo?
Non era mai esistito niente, nella storia, che non avesse il suo inghippo. Qual era quello della Pompa Elettronica?
Lamont conosceva abbastanza bene la storia della para-teoria per sapere che anche la questione “inghippo” era stata debitamente presa in esame. Quando, per la prima volta, era stato annunciato che la variazione totale di base nella Pompa Elettronica consisteva nel Pompaggio di elettroni dal nostro universo al para-universo, non era mancato chi aveva immediatamente chiesto: “Ma cosa succederà quando saranno stati pompati di là tutti gli elettroni?”.
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