Dan Simmons - Ilium

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Ilium: краткое содержание, описание и аннотация

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Attenzione! Thomas Hockenberry è stato un insegnante universitario di storia, con una vita assolutamente normale. Per quale motivo, allora, si trova adesso ad assistere alla Guerra di Troia, al servizio degli dèi dell’antica Grecia? E perché gli stessi dèi sembrano padroneggiare una tecnologia avanzatissima, con la quale cercano di alterare il corso degli eventi e di uccidersi a vicenda? Intanto, in un futuro lontano migliaia di anni, su una Terra dove i pochi abitanti rimasti hanno come sola occupazione il divertimento, solo un uomo ricorda ancora l’antica arte della lettura e la sfrutta cercando di risolvere l’enigma più grande di tutti: chi ha costruito le macchine che governano il pianeta? Dall’autore che ha cambiato la fantascienza, la sua saga più intensa e appassionante, dove il gusto per la ricostruzione storica si mescola con i grandi scenari di un futuro apocalittico e affascinante.
Vincitore del premio Locus per il miglior romanzo di fantascienza in 2004.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 2004.

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«No, dea.» Mi trema la voce, ora. Non riesco a evitarlo.

C’è un fruscio di seta. Lancio un’occhiata, quanto basta a vedere la più bella donna esistente che risistema sul divano le leggiadre membra e le lisce cosce. «Non importa» dice Afrodite. «Tu… o il mortale che è servito da stampo per te… hai scritto un libro, varie migliaia di anni fa. Ricordi il contenuto di quel libro?»

«No, dea.»

«Se lo dici ancora una volta, Hockenberry, ti scortico dall’inguine alla testa e uso la tua pelle per farmi una giarrettiera. Lo capisci, questo?»

È difficile parlare, con la bocca secca. «Sì, dea» riesco a dire e sento un arido balbettio.

«Il tuo libro contava 935 pagine e riguardava una sola parola, Menin. Ricordi ora?»

«No, de… Purtroppo non ricordo questo particolare, dea Afrodite, ma sono sicuro che hai detto bene.»

Alzo gli occhi quanto basta a vedere che sorride, mento appoggiato sulla palma della mano sinistra, dita sulla guancia fino al perfetto sopracciglio nero. I suoi occhi hanno il colore del cognac di marca.

«Ira» dice piano la dea. « Menin aeide thea , "L’ira cantami, dea"… Sai chi vincerà questa guerra, Hockenberry?»

Adesso devo lavorare velocemente di cervello. Sarei un ben misero scoliaste, se non sapessi come si conclude il poema, anche se l’ Iliade termina con la cerimonia funebre di Patroclo, l’amico di Achille, non con la distruzione di Troia, e non vi si fa riferimento a un enorme cavallo di legno, a parte i commenti di Odisseo in un altro poema epico. Ma se io ho la pretesa di sapere come si risolverà questa vera guerra — ed è ovvio, dalle discussioni appena ascoltate, che l’editto di Zeus, per il quale gli dèi non devono essere informati del futuro predetto dall’ Iliade , è ancora valido — voglio dire, se gli dèi stessi non sanno che cosa accadrà dopo, non rischio di mettermi al di sopra di tutti loro, Fato compreso, rivelandolo? Questi dèi non sono mai stati troppo gentili con chi fa mostra di hubris. Inoltre Zeus, il solo a conoscere l’intera storia dell’ Iliade , ha proibito agli altri dèi di fare domande e a noi scoliasti di discutere eventi che non si siano già verificati. Far incazzare Zeus non è un buon sistema per sopravvivere su Olimpo. D’altro canto, credo alla dea dell’amore, quando dice che userà la mia pelle per farsi una giarrettiera.

«Qual era la domanda, dea?» è tutto ciò che riesco a dire.

«Tu sai come finisce l’ Iliade , ma io sfiderei l’ordine di Zeus, se ti chiedessi cosa accade» dice Afrodite, senza più sorridere, mettendo il broncio. «Però posso chiederti se il poema predice questa realtà. La predice? Secondo il tuo parere, scoliaste Hockenberry, Zeus governa l’universo o a governarlo è il Fato?»

"Oh, merda!" penso. Qualsiasi risposta farà finire me scorticato e questa bellissima donna… dea… con una ripugnante giarrettiera. Dico: «A parer mio, dea, anche se l’universo si piega alla volontà di Zeus e deve ubbidire ai capricci della forza divina detta Fato, il kaos ha ancora voce in capitolo sulla vita di uomini e dèi».

Afrodite emette un debole verso di divertimento. Ogni cosa, in lei, è morbida, palpabile, seducente… «Non aspetteremo che il caos decida questa gara» dice, eliminando dal tono ogni traccia di divertimento. «Hai visto Achille ritirarsi dalla mischia, oggi?»

«Sì, dea.»

«Sai che l’uccisore di uomini ha già pregato Teti di punire gli achei per l’affronto fattogli da Agamennone?»

«Non ho assistito alla preghiera, dea, ma so che segue il sentiero del… poema.» Qui non corro rischi, l’evento è già accaduto. Inoltre, la dea del mare Teti è madre di Achille e su Olimpo tutti sanno che l’eroe le ha chiesto d’intervenire.

«Infatti» dice Afrodite. «Quella puttana dal piede d’argento e dal seno bagnato è già stata qui nella Grande Sala e si è gettata alle ginocchia di Zeus, non appena il vecchio sciocco è tornato dalle gozzoviglie con gli etiopi al fiume Oceano. L’ha supplicato, per amore d’Achille, di garantire ai troiani una vittoria dopo l’altra; e il vecchio bastardo ha acconsentito, mettendosi così in contrasto con Era, primo campione degli argivi. Ecco quindi la scena a cui hai appena assistito.»

Sono in piedi, braccia lungo i fianchi, palme in avanti, testa lievemente china, e non smetto di osservare Afrodite come se fosse un cobra, anche sapendo che, se decide di colpirmi, sarà molto più veloce e più letale di qualsiasi serpente velenoso.

«Sai perché sei vissuto più di ogni altro scoliaste?» dice Afrodite, brusca.

Incapace di rispondere senza pronunciare la mia condanna, scuoto appena la testa.

«Sei ancora vivo perché ho previsto che puoi rendermi un servigio.»

Il sudore mi cola dalla fronte e mi brucia gli occhi. Altro sudore forma rivoli sulle guance e sul collo. In qualità di scoliasti, il nostro dovere giurato, il mio dovere giurato negli ultimi nove anni, due mesi e diciotto giorni, è di osservare gli eventi nella piana di Ilio senza mai intervenire, osservare senza mai commettere un qualsiasi atto che possa cambiare l’esito della guerra o il comportamento dei suoi eroi.

«Mi hai sentito, Hockenberry?»

«Sì, dea.»

«Sei interessato a sapere quale sia questo servigio, scoliaste?»

«Sì, dea.»

Afrodite si alza dal divano e io chino la testa, ma sento il fruscio della veste di seta, sento perfino il lieve strofinio delle bianche cosce al suo avvicinarsi; sento il profumo femminile, di pulito, quando mi è vicino. Avevo dimenticato per un momento quanto è alta una dea, ma mi rendo conto della nostra differenza di statura quando lei torreggia su di me, con i seni a qualche centimetro dal mio viso rivolto verso il basso. Per un istante devo lottare contro l’impulso di tuffare il viso nel profumato solco fra quei seni e, pur sapendo che sarebbe il mio ultimo atto prima di una morte violenta, sospetto in quell’attimo che ne varrebbe la pena.

Afrodite mi posa le mani sulle spalle, irrigidite dalla tensione, e tocca lo scabro ricamo dell’Elmo di Ade; poi sposta le dita sulla mia guancia. Malgrado la paura, sento iniziare, completarsi e permanere una poderosa erezione.

Il bisbiglio della dea è morbido, sensuale, lievemente divertito. Sono sicuro che sa il mio stato, che se lo aspetta come dovuto. Abbassa il viso e si sporge così vicino che sento il calore della sua guancia irradiarsi sulla mia, mentre lei mi bisbiglia all’orecchio due semplici ordini. «Spierai per me gli altri dèi» mormora. Poi, con voce che quasi si perde nel battito del mio cuore, soggiunge: «E quando sarà il momento, ucciderai Atena».

7

CONAMARA CHAOS CENTRAL

Contando Mahnmut, nella camera pressurizzata di riunione c’erano cinque moravec galileiani. Il moravec di Europa era noto a Mahnmut: Asteague/Che, primo integratore di stanza nel cratere Pwyll. Gli altri tre invece erano più alieni dei kraken, per il provinciale Mahnmut. Il moravec di Ganimede era alto, elegante come tutti i ganimedi, atavicamente umanoide, inguainato in buckycarbonio nero e dotato di occhi da mosca. Il moravec di Callisto era assai simile a Mahnmut per dimensioni e disegno: alto circa un metro, solo vagamente umanoide, mostrava sintopelle e anche un po’ di carne vera sotto la rivestitura di resina sintetica polimerica trasparente e pesava trenta o quaranta chili. Il moravec di Io era… notevole: un moravec da lavoro pesante, di disegno antiquato, costruito per resistere nel toro di plasma e nei geyser di zolfo, era alto almeno tre metri e lungo cinque, sagomato come un granchio reale terrestre, pesantemente corazzato, con una disordinata miriade di appendici morfizzabili, propulsori direzionali, lenti, flagelli, antenne a stilo, sensori a largo spettro e manipolatori. Era evidentemente abituato a lavorare nel vuoto: la sua superficie era stata butterata e sabbiata e ripulita, poi butterata di nuovo tante di quelle volte che pareva segnata come Io stesso. Nella sala conferenze adoperava grossi respingenti gravitazionali per non lasciare un incavo nel pavimento. Mahnmut si tenne alla larga dal moravec di Io e prese posto di fronte a lui, dall’altra parte del lastrone.

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