Dan Simmons - Ilium

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Ilium: краткое содержание, описание и аннотация

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Attenzione! Thomas Hockenberry è stato un insegnante universitario di storia, con una vita assolutamente normale. Per quale motivo, allora, si trova adesso ad assistere alla Guerra di Troia, al servizio degli dèi dell’antica Grecia? E perché gli stessi dèi sembrano padroneggiare una tecnologia avanzatissima, con la quale cercano di alterare il corso degli eventi e di uccidersi a vicenda? Intanto, in un futuro lontano migliaia di anni, su una Terra dove i pochi abitanti rimasti hanno come sola occupazione il divertimento, solo un uomo ricorda ancora l’antica arte della lettura e la sfrutta cercando di risolvere l’enigma più grande di tutti: chi ha costruito le macchine che governano il pianeta? Dall’autore che ha cambiato la fantascienza, la sua saga più intensa e appassionante, dove il gusto per la ricostruzione storica si mescola con i grandi scenari di un futuro apocalittico e affascinante.
Vincitore del premio Locus per il miglior romanzo di fantascienza in 2004.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 2004.

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Era incrocia le snelle braccia. Così di frequente nel poema si parla di Era come della "dea dalle bianche braccia" che quasi m’aspetto che le sue siano più bianche di quelle delle altre dee; ma per quanto la pelle di Era sia abbastanza lattea, non è poi diversa da quella di Afrodite o della sua stessa figlia Ebe o di una qualsiasi delle altre dee che vedo dal mio punto d’osservazione accanto alla videopiscina… fatta eccezione per Atena, cioè, che pare curiosamente abbronzata. So che questi passaggi descrittivi sono una funzione della poesia epica tipica di Omero; Achille è definito varie volte "piè veloce", Apollo è "colui che colpisce da lontano" e il nome di Agamennone è solitamente seguito da "dall’ampio potere" o da "reggitore di popoli"; gli achei sono "dai buoni schinieri" e le loro navi sono "nere" o "concave" e così via. Questi epiteti ripetuti soddisfano le dure esigenze degli esametri dattilici più di altre semplici descrizioni ed erano un modo per il cantore di attenersi con formule alla metrica. Ho sempre sospettato che alcune di queste frasi rituali, per esempio "l’Alba che allarga le rosee dita", fossero anche dei segnatempo verbali che davano al Bardo qualche istante per ricordare, se non inventare, le successive linee d’azione.

Eppure, non appena Era comincia a replicare al marito, le guardo le braccia. «Figlio di Crono, temuta maestà» dice lei, tenendo conserte le bianche braccia «di che diavolo parli? Come osi pensare di rendere inutili tutte le mie fatiche? Qui si tratta di sudore, sudore di mortali, versato nel calare in mare gli eserciti dell’Acaia, lisciando l’ego di quegli eroi maschi solo per evitare che si uccidessero l’un l’altro prima di uccidere i troiani e prendendomi grande pena — la mia pena, o Zeus — nell’accumulare pena maggiore su re Priamo e i figli di Priamo e la città di Priamo.»

Zeus aggrotta le ciglia e si sporge dal trono all’apparenza poco comodo, stringendo e aprendo i pugni.

Era allarga le braccia e alza al cielo le mani, esasperata. «Fai come vuoi, tanto lo fai sempre, ma non t’aspettare l’approvazione di noi immortali.»

Zeus si alza. Se gli altri dèi sono alti dai due metri e quaranta ai due e settanta, lui supera di sicuro i tre metri e mezzo. Adesso ha la fronte scavata da solchi, più che corrugata; e non uso una metafora, dicendo che tuona: «Era… mia cara, amata, insaziabile Era! Cos’hanno mai fatto, a te, Priamo e i figli di Priamo, per farti divenire così infuriata, così inesorabile nel distruggere Ilio?».

Era rimane in silenzio, le mani lungo i fianchi. Il suo comportamento pare solo accrescere la collera di Zeus.

«Il tuo è appetito, più che collera, o dea!» tuona Zeus. «Non sarai soddisfatta finché non abbatterai le porte, non distruggerai le mura e non divorerai crudi i troiani.»

L’espressione di Era non fa niente per negare l’accusa.

«Bene… bene…» tuona Zeus, quasi farfugliando in un modo che ben conoscono i mariti di tutte le epoche «fa’ come vuoi! Ma sappi ancora una cosa… e tienila a mente, Era: quando verrà il giorno che piacerà a me distruggere una città e consumare i suoi abitanti, una città che tu ami come io amo Ilio, non pensare nemmeno di tentare di opporti alla mia ira.»

La dea muove tre rapidi passi avanti e mi ricorda un animale da preda che spicchi il balzo o un maestro di scacchi che veda un’apertura e ne approfitti. «Sì. Le tre città che più amo sono Argo e Sparta e Micene dalle larghe vie, ampie e regali come quelle della sventurata Ilio. Puoi saccheggiarle tutte come più aggrada al tuo cuore di vandalo, mio Signore. Non mi opporrò. Non disapproverò la tua volontà, tanto ben poco me ne verrebbe in ogni caso, visto che sei il più forte fra noi due. Ma non dimenticare una cosa, o Zeus: anche se sono la tua consorte, nacqui anch’io da Crono e merito perciò il tuo rispetto.»

«Non ho mai detto il contrario» brontola Zeus e si accomoda di nuovo sul duro seggio.

«Allora ciascuno ceda all’altro, su questo punto» dice Era, con tono chiaramente più dolce. «Io a te e tu a me. Gli dèi di minore importanza si adegueranno. Non perdiamo tempo, ora, marito mio! Achille ha già lasciato il campo, ma una lamentosa tregua rende tranquillo il terreno aperto fra troiani e achei. Fa’ in modo che i troiani rompano la tregua e facciano il primo torto non solo al loro giuramento, ma anche ai rinomati achei.»

Zeus guarda in cagnesco, brontola, si agita sul trono, ma ordina all’attenta Atena: «Vai subito giù nel terreno aperto fra troiani e achei. Ti ordino di provvedere che i troiani siano i primi a rompere la tregua e facciano il primo torto ai rinomati achei».

«E in trionfo calpestino gli argivi» insiste Era.

«E in trionfo calpestino gli argivi» ordina stancamente Zeus.

Atena si telequanta in un lampo e scompare. Zeus ed Era lasciano la sala e gli altri dèi cominciano ad allontanarsi, parlando sottovoce fra loro.

Con un rapido movimento del dito, la Musa mi indica di seguirla e mi guida fuori della sala d’assemblea.

«Hockenberry» dice la dea dell’amore, adagiandosi sui cuscini del divano, mentre la gravità, per quanto leggera, mette in risalto il suo fisico voluttuoso, serico e latteo.

La Musa mi ha condotto in quest’altra stanza della Grande Sala degli Dèi, questa stanza in penombra, con solo il duplice lucore di un braciere a fuoco basso e di un oggetto che ha una sospetta somiglianza con uno schermo di computer. Mi ha mormorato di non usare l’Elmo di Ade e perciò mi sono tolto il cappuccio di cuoio, con sollievo, ma col terrore di essere di nuovo visibile.

Poi è entrata Afrodite, si è accomodata sul divano e ha detto: «Questo è tutto, Melete, finché non ti chiamo di nuovo» e la Musa è uscita da una porta segreta.

"Melete" penso. Non una delle nove Muse, ma un nome di un’epoca anteriore, quando si riteneva che le Muse fossero tre: Melete delle "professioni", Mneme del "ricordo" e Aoide del…

«Hockenberry, ero in grado di vederti nella Sala degli Dèi» dice Afrodite, strappandomi alle fantasticherie da scoliaste «e se ti avessi indicato al signore Zeus, adesso saresti meno di cenere. Neppure il medaglione telequantico ti avrebbe permesso di fuggire, perché avrei potuto seguire nel tempo e nello spazio la tua pista di cambiamento di fase. Sai perché ti trovi qui?»

"Ah, è Afrodite il mio mecenate" penso. "È stata lei a ordinare alla Musa di darmi i due congegni." Cosa faccio? M’inginocchio? Mi prostro in presenza della dea? Come mi rivolgo a lei? Nei nove anni, due mesi e diciotto giorni trascorsi qui, nessun dio si è mai accorto della mia presenza, a parte la mia Musa.

Decido di chinare un poco il capo, di distogliere gli occhi dal benissimo corpo della dea, dai rosei capezzoli che traspaiono sotto la sottile seta, dalla morbida cuspide dello stomaco che manda ombre nel triangolo di stoffa scura dove le cosce si uniscono.

«No, dea» rispondo infine. Avevo quasi dimenticato la domanda.

«Sai perché sei stato scelto come scoliaste, Hockenberry? Perché, prima che tu fossi scelto per la reintegrazione, i tuoi scritti sulla guerra erano stati distribuiti nel simplesso?»

«No, dea.»

«Sai cos’è un simplesso, ombra mortale?»

"Il contrario di complesso?" penso. «No, dea» rispondo.

«Il simplesso è un semplice oggetto geometrico, un esercizio di logica, un triangolo o un trapezoide ripiegato su se stesso» dice Afrodite. «Solo quando sono combinati con dimensioni multiple e algoritmi che definiscano nuovi spazi cognitivi, creando e scartando opportune regioni di spazio- n , i piani d’esclusione diventano gli inevitabili contorni. Capisci, ora, Hockenberry? Capisci come tutto questo si applichi allo spazio quantico, al tempo, alla guerra qui sotto o al tuo stesso destino?»

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