Dan Simmons - Ilium

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Ilium: краткое содержание, описание и аннотация

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Attenzione! Thomas Hockenberry è stato un insegnante universitario di storia, con una vita assolutamente normale. Per quale motivo, allora, si trova adesso ad assistere alla Guerra di Troia, al servizio degli dèi dell’antica Grecia? E perché gli stessi dèi sembrano padroneggiare una tecnologia avanzatissima, con la quale cercano di alterare il corso degli eventi e di uccidersi a vicenda? Intanto, in un futuro lontano migliaia di anni, su una Terra dove i pochi abitanti rimasti hanno come sola occupazione il divertimento, solo un uomo ricorda ancora l’antica arte della lettura e la sfrutta cercando di risolvere l’enigma più grande di tutti: chi ha costruito le macchine che governano il pianeta? Dall’autore che ha cambiato la fantascienza, la sua saga più intensa e appassionante, dove il gusto per la ricostruzione storica si mescola con i grandi scenari di un futuro apocalittico e affascinante.
Vincitore del premio Locus per il miglior romanzo di fantascienza in 2004.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 2004.

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Sedici ore dopo la conferenza, Conamara Chaos Central ordinò a rimorchiatori orbitali dedicati di sollevare il Dark Lady da un canale aperto e spingerlo in orbita, dove moravec da vuoto, sotto la direzione di Orphu, sistemarono il sommergibile nel veicolo spaziale per Marte e usarono antichi rimorchiatori interlunari a induzione per trasportare il tutto fino a Io. Mahnmut e gli altri tre moravec della spedizione avevano brevemente parlato di dare un nome alla nave spaziale, ma per mancanza di fantasia avevano lasciato raffreddare l’impulso e da quel momento l’avevano chiamata semplicemente "la nave".

Come molti veicoli spaziali costruiti da moravec nelle migliaia d’anni dall’inizio del volo interplanetario, la nave era ben poco elegante, almeno secondo gli standard classici. Lunga centoquindici metri, era costituita principalmente di travature di buckycarbonio, con tessuto increspato antiradiazione avvolto intorno a nicchie modulari, sonde semiautomatiche, decine di antenne, sensori e cavi. La nave era notevolmente diversa dai mezzi usati all’interno del sistema gioviano, in primo luogo per il lucente nucleo a dipolo magnetico e per i deflettori. Stipate nel muso bitorzoluto c’erano quattro campane di motore a fusione e i cinque corni della presa a imbuto Matloff-Fennelly. A prua, una pustola larga dieci metri conteneva la vela di boro, ripiegata. La presa a imbuto e la vela sarebbero state necessarie solo nella fase di decelerazione e i motori a fusione non avevano niente a che fare con la fase d’accelerazione.

Mahnmut rimase nel Dark Lady , ora imbottito di gel, mentre Koros III e Ri Po viaggiavano a sessanta metri da lui, nel modulo di controllo prodiero, che erano giunti a chiamare "ponte". Il piano prevedeva che Ri Po si occupasse di tutti i compiti dell’ufficiale di rotta durante la breve folle corsa e che Koros III fosse il comandante della spedizione. Prevedeva pure che quest’ultimo si trasferisse nel sommergibile di Mahnmut poco prima che il Dark Lady , svuotato del gel, fosse sganciato nell’atmosfera marziana. Una volta negli oceani di Marte, Mahnmut avrebbe fatto da tassista, portando il comandante al punto di sbarco da lui scelto per lo spionaggio sulla terraferma. Koros in aveva ricevuto varie specifiche per la missione, che però non riguardavano Mahnmut.

Orphu di Io si era installato nell’apposita sella nel guscio esterno della nave, dietro i dieci tori di solenoide e davanti ai montanti dei cavi della vela, ed era collegato al ponte e al sommergibile mediante ogni sorta di sistema immaginabile. Gran parte della sua conversazione non tecnica era rivolta a Mahnmut.

Sono tuttora interessatissimo alla tua teoria della costruzione drammatica dei sonetti, amico mio. Mi auguro che viviamo abbastanza a lungo, in modo che tu abbia la possibilità di analizzare altre parti del ciclo.

Ma Proust! rispose Mahnmut. Perché Proust, quando puoi spendere tutta l’esistenza nello studio di Shakespeare?

Proust fu forse il definitivo esploratore del tempo, della memoria e della percezione , rispose Orphu.

Mahnmut emise un rumore di scarica elettrostatica.

Il moravec di Io inviò una rumorosa risata mediante la linea audio. «Non vedo l’ora di convincerti che da tutt’e due si può trarre diletto e imparare, Mahnmut, amico mio.»

Il messaggio di Koros III giunse sulla linea comune: Chi vuole, può aumentare l’ampiezza di banda sulle linee visuali. Ci avviciniamo al toro di plasma di Io.

Mahnmut aprì tutti i canali video come richiesto. Preferiva guardare gli eventi esterni dalle lenti di Orphu, ma ora le immagini più interessanti provenivano dalle telecamere di prua e non tutte erano sugli spettri di luce visibile.

Ora la nave accelerava verso la grande faccia di Io, chiazzata di rosso e di giallo; si avvicinava alla luna da sotto il piano dell’eclittica e si preparava a passare sopra il polo nord un attimo prima di volare nel tubo di flusso Io-Giove.

Durante il breve volo da Europa, Orphu e Ri Po avevano scaricato dati su quella parte di spazio gioviano. Mahnmut, creatura fatta per Europa, si era sempre concentrato principalmente su impulsi sonar e su qualche frequenza di luce visibile nei neri oceani del satellite; ora percepì la magnetosfera gioviana come il posto rumoroso e affollato che era realmente. Guardando avanti sulle ampiezze radio intorno al decametro, vedeva il compatto toro di plasma di Io; e, perpendicolare al toro, il tubo di flusso di Io che andava, come due larghi corni, al polo nord e al polo sud di Giove. Molto al di là del pianeta gigante e delle sue lune, oltre la magnetosfera, percepiva il fronte d’urto della turbolenza che si schiantava come grandi onde bianche su una scogliera nascosta, udiva le onde di Langmuir, contro corrente, cantare nella tenebra magnetica al di là di quella scogliera e distingueva lo scoppiettio delle onde ionico-acustiche dopo il lungo viaggio in salita dal Sole. Il Sole stesso, visto dallo spazio gioviano, era poco più di una stella molto luminosa.

Ora, mentre la nave passava sopra Io ed entrava nel tubo di flusso, Mahnmut sentiva il coro di fischi e sibili che la piccola luna causava nel solcare il suo stesso toro di plasma, in pratica mordendosi la coda. Vedeva le profonde bande di emissioni equatoriali e fu obbligato a smorzare il rombo radio su lunghezze di decametri e di chilometri che proveniva dal tubo di flusso. Lo spazio galileiano era una fornace di radiazioni dure e di attività elettromagnetica (Mahnmut aveva trascorso tutta l’esistenza con quel rombo di fondo nelle orecchie virtuali) ma il passaggio dal toro al tubo di flusso così vicino a Giove mandava a sibilare intorno alla nave violente valanghe di elettroni torturati simili a banshees urlanti che assillassero una casa per entrare. Era un’esperienza nuova e Mahnmut ne fu un po’ intimidito.

Poi furono nel tubo di flusso e Koros III gridò: «Tenetevi forte!» prima che i canali sonori fossero sommersi dal rombo da uragano.

Il toro di plasma di Io era una gigantesca ciambella di particelle cariche smosse nella scia di anidride solforica, di acido solfidrico e di altri gas lasciata (e poi accumulata di nuovo) dalla violenta luna natale di Orphu. Nel percorrere la rapida orbita di 1,77 giorni intorno a Giove, tagliando il campo magnetico del gigante gassoso e solcando il proprio toro di plasma, Io creava una gigantesca corrente elettrica fra Giove e se stesso, un cilindro a due corni d’incredibili impulsi magnetici concentrati, detto tubo di flusso di Io. Il tubo di flusso si collegava ai poli magnetici di Giove e creava fantasmagoriche aurore boreali, mentre i corni del tubo stesso trasportavano una corrente di cinque milioni di ampere e producevano più di duemila miliardi di watt d’energia.

Il Consorzio delle Cinque Lune aveva deciso, alcuni decenni prima, che era un vero peccato sprecare duemila miliardi di watt d’energia.

Mahnmut guardò il polo nord di Io eruttare sotto di loro. Materia espulsa da vari vulcani sulfurei (in particolare da Prometheus, a sud, nei pressi dell’equatore) era scagliata a più di centoquaranta chilometri sopra la superficie butterata, come se la violenta luna sparasse su di loro, cercasse di farli tornare indietro prima che arrivassero al punto di non ritorno.

Troppo tardi. Ci erano già arrivati.

Sul video comune prodiero, le forcelle di navigazione di Ri Po, sovrimposte, mostrarono il giusto inserimento nel tubo di flusso e il previsto allineamento con la forbice. Giove si precipitava contro di loro, riempiva rapidamente la visuale come una muraglia a strisce.

Le lame fisiche della forbice, quell’acceleratore d’onda magnetico rotante a due braccia posto all’interno del naturale acceleratore di particelle del tubo di flusso di Io, erano lunghe ottomila chilometri, solo una piccola parte della lunghezza del tubo di flusso, più di mezzo milione di chilometri in linea curva, che collegava il polo nord di Io al polo nord di Giove.

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